
La recente offerta di piena collaborazione della Libia alle attività di monitoraggio dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) di Vienna non deve trarre in inganno: il sistema di garanzie edificato nel dopoguerra al fine di prevenire la minaccia nucleare è profondamente incrinato. La portata e l’efficacia stessa della reazione militare americana all’attacco terroristico hanno innalzato, ove possibile, il livello del confronto in atto. Se il terrorismo nucleare non è più un’ipotesi da fantascienza, l’impiego di atomiche «tascabili», di potenza ed effetti ridotti, è stato nuovamente prospettato in Afghanistan e in Iraq. Cos’è accaduto? Poco più di cinquant’anni fa alle Nazioni Unite il presidente Eisenhower lanciava l’iniziativa Atoms for Peace, e quattro anni dopo, nel 1957, veniva istituita l’Agenzia di Vienna. Erano i primi atti di un processo, culminato nel 1968 con la firma del trattato Npt, che avrebbe consolidato il regime internazionale di non proliferazione nucleare. Tale regime si reggeva su un’idea semplice: per mantenere chiuso il numero dei membri del club delle potenze nucleari, i cinque soci esistenti facevano due offerte ai soci potenziali - conoscenze scientifiche, assistenza e capacità tecnologiche per lo sfruttamento del nucleare a fini pacifici; inoltre, un indefinito impegno al disarmo futuro, rimasto non a caso lettera morta sino al termine della guerra fredda. Alla Aiea fu affidato il compito di assicurare, tramite le cosiddette «salvaguardie» (safeguards), la verifica del rispetto del trattato. Tra gli anni Sessanta e Ottanta questo meccanismo di scambio, sotto la spinta di forti interessi politici ed economici, favorì la diffusione del nucleare civile – innanzitutto di reattori per la produzione di energia elettrica – in diversi Paesi, firmatari e non del trattato Npt. Ciò consentì a Israele, India, Pakistan, Sud Africa e Corea del Nord di sviluppare capacità nucleari militari. L’Iraq si avvicinò all’obbiettivo, mentre gli usi pacifici del nucleare provocavano il rapido aumento delle installazioni sensibili e della quantità di materiali fissili e scorie radioattive.
Concluso il confronto bipolare con gli accordi tra le superpotenze per la riduzione delle armi nucleari (Inf, Start), gli Stati Uniti fecero della contro-proliferazione verso gli «Stati canaglia» una priorità nazionale. Alcuni Paesi avviatisi sulla strada del nucleare militare – Argentina, Brasile, Corea del Sud e Taiwan – mutarono allora i propri intenti. Un altro, il Sud Africa, smantellò le capacità acquisite, e tre delle repubbliche eredi dell’arsenale nucleare sovietico - Bielorussia, Ucraina e Kazakistan - vi rinunziarono. Il regime di non proliferazione funzionava e si estendeva. Il quadro è mutato drammaticamente dopo l’11 settembre, sotto due aspetti. Il terrorismo internazionale ha dimostrato di poter compiere atti dagli effetti «quasi nucleari». L’amministrazione americana, da parte sua, ha fatto del pericolo d’imminente acquisizione di ordigni nucleari da parte di gruppi terroristi e di Stati canaglia una delle ragioni prime di due guerre preventive: Afghanistan e Iraq. Questo senza tener conto dei dati dell’Agenzia di Vienna, che non confortavano l’analisi e le conclusioni, e lasciando trapelare indicazioni sul possibile impiego di armi nucleari. È un nuovo vulnus inferto alla struttura istituzionale ereditata dal sistema bipolare, che conferma l’attitudine revisionistica degli Stati Uniti nei confronti di un ordine internazionale ritenuto non atto a garantire la loro sicurezza.
Il punto è che la diffusione del nucleare civile mette alla portata del terrorismo internazionale conoscenze e materiali con cui realizzare rozzi ordigni di distruzione di massa, le cosiddette «bombe sporche», e in parallelo aumenta a dismisura il numero dei possibili obiettivi di attacchi disastrosi. Il pericolo immediato, oggi, non è più quello dell’aumento dei membri del club nucleare, perciò è inevitabile che il regime creato per prevenire quest’ultimo – da Stati e che agli Stati s’indirizza – presenti ampie falle.
Nel lungo periodo le preoccupazioni per la tutela ambientale e della salute, unite all’evoluzione tecnologica, ridurranno l’incidenza dell’atomo e i rischi connessi, senza però eliminarli. Nel breve termine, due sono le azioni possibili: all’interno, gli Stati devono prendere sul serio i temi dello stoccaggio delle scorie e della protezione dei potenziali obiettivi di azioni terroristiche. Sulla scena internazionale, a mezzo secolo dall’Atoms for Peace, è necessaria una nuova iniziativa che rilanci la cooperazione multilaterale e il disarmo, nella prospettiva del consolidamento di un più ampio regime a tutela del tabù nucleare, unica garanzia nei confronti dei trasferimenti incontrollati di conoscenze, tecnologie e materiali. Le azioni militari unilaterali, più o meno preventive, non sono certo la risposta alla crisi del regime esistente.