
Le settimane a cavallo dell’inizio del 2004 rappresentano in qualche misura l’autobiografia della nazione serba: i negoziati di Vienna sullo status finale del Kosovo, culminati nel documento Holkeri, e le elezioni del 28 dicembre, foriere di uno scenario composito ed enigmatico, sono state l’occasione per il riemergere di timori, instabilità e frammentazioni tipiche dello scenario balcanico. Harri Holkeri, a capo della Unmik, l’amministrazione civile delle Nazioni Unite in Kosovo, ha reso finalmente nota quella che si configura come una vera e propria road map per la provincia chiamata «Standards for Kosovo». Tale documento, risultato delle «Conversazioni di Vienna» e formalizzato da un apposito voto del Consiglio di Sicurezza il 13 dicembre, condiziona la decisione sullo status definitivo del Kosovo al raggiungimento di alcuni obiettivi indispensabili per la provincia (dalla rule of law allo sviluppo economico al rafforzamento delle istituzioni rappresentative) auspicabilmente a metà 2005. L’unanimità delle forze politiche albano-kosovare si è espressa a favore del documento Holkeri, vedendovi il culmine di decenni di sforzi, mentre da parte serba si è espresso un netto dissenso per un documento ritenuto troppo debole sul punto relativo al ritorno dei profughi e soprattutto pericoloso per il fatto di sancire de jure la via all’indipendenza o alla divisione della provincia secondo linee decise dalla comunità internazionale. I timori serbi fra le righe del documento Holkeri si materializzano nelle urne per le elezioni politiche del 28 dicembre, una tornata elettorale foriera di complessi scenari sulla scia dei controversi risultati. Una tornata che si presentava con due elementi, due variabili originali specchio del dibattito politico di Belgrado: la frammentazione delle forze di governo e la polemica contro «le trame internazionali» e il tribunale de L’Aja. Sul primo fronte, come detto, le elezioni, segnavano il requiem della Dos (opposizione democratica serba), coalizione di partiti d’opposizione a Milosevic, l’unica che aveva raggiunto nel 2000 l’agognato obiettivo di rimuovere il satrapo di Belgrado, dopo i fallimenti delle precedenti quattro: di Udruzena oposicija Srbije (Opposizione unita della Serbia) nel 1990, di Depos I nel 1992, di Depos II nel 1993 e da ultimo di Zajedno (Insieme) nel 1996, laceratasi dopo interminabili manifestazioni di piazza nelle innevate città serbe. La Dos, a sua volta, che nelle «gloriose giornate» dell’autunno del 2000 aveva condotto la Serbia alla democrazia si era presto lacerata in lotte intestine e regolamenti di conti. Seppure priva di una personalità molto controversa dell’opposizione democratica, il monarchico Vuk Draskovic, la Dos ha vissuto una progressiva (e reciproca) «elisione» politica di tre grandi protagonisti: Vojslav Kostunica, l’eroe della velvet revolution del 2000, marginalizzato in quanto portatore di un «verbo» datato e legalista, poco incline alle riforme e alla collaborazione con il tribunale penale de L’Aja; Miroljub Labus, abile tecnocrate soffocato dalle complessità di una coalizione a troppe sfumature politiche; e da ultimo Zoran Djindjic, non risparmiato dalla tenaglia, realmente mortale, dei clan di potere eredi delle satrapie miloseviciane.
La marginalizzazione dei leader, da essi stessi in qualche misura propiziata, ha da un lato reso più ostico il già difficile corso delle riforme, per eccellenza legate alla propulsione di forti leadership politiche, e dall’altro ha frammentato il potere reale in microcosmi di volta in volta appannaggio degli apparati di sicurezza, delle varie «guardie pretoriane», dei sopravvissuti del regime jugoslavo (basti pensare all’ex capo della polizia segreta Rade Markovic e al capo di Stato maggiore Nebojsa Pakvovic), delle «unità speciali», o più semplicemente di onnipotenti trafficanti e doganieri. L’assassinio di Djindjic il 12 marzo del 2003 - con cui il clan criminale di Zemun ha imposto il suo volere sulla leadership serba - ha reso palese ciò che da tempo determinava la dinamica politica a Belgrado: assenza di politica reale mascherata con i grandi proclami sui temi tradizionali della «nazione serba» (Kosovo, Montenegro, Krajina…) ed effettivo controllo delle dinamiche politiche da parte di poteri grigi. Da troppo tempo infatti, nella pubblicistica serba erano riapparsi i leitmotiv ricorrenti del «biasimo» e del «vittimismo», specchio di un dibattito politico monotematico, che vede la nazione serba al centro di oscure trame esterne portate avanti da vicini ostili, da fondamentalisti islamici, o da un’Europa burocraticamente sorda.
E così la Dos vanificava le competenze e l’effettiva volontà riformatrice di ministri come Goran Pitic (Relazioni economiche internazionali), Aleksandar Vlahovic (Industria e Privatizzazione) o Bozidar Djelic (Finanze), vanificava i successi della prima ora (nuova legittimazione sul piano internazionale, apertura di negoziati per la cancellazione dei debiti e adesione all’Ue) e cedeva a uno sterile dibattito sul vittimismo serbo e l’ingerenza internazionale. E si prestava a un gioco nazionalista con i radicali e i socialisti finalizzato allo screditamento del tribunale de l’Aja. Il ministro degli Interni serbo, Dusan Mihajlovic, uomo del Dos della prima ora, decideva così di includere nelle liste del suo Partito liberale il comandante di polizia Sreten Lukic, incriminato dal prosecutor Carla del Ponte (e avrebbe, a sua detta, incluso anche il pluriincriminato a l’Aja Generale Vladimir Lazarevic, se la salute glielo avesse consentito). Il Partito socialista a sua volta candidava come numero uno l’ospite d’onore del carcere di Scheveningen, Slobodan Milosevic in persona, mentre Vojislav Seselj, da febbraio 2003 a fare compagnia all’ex presidente jugoslavo, era candidato a capo del Partito radicale, così come Nebojsa Pavkovic era alla guida di un mini partito su base personalistica. Lo stesso Kostunica, peraltro irreprensibile nel comportamento personale, aveva a dichiarare che non vedeva alcuno scandalo in queste candidature mentre il vero oltraggio era la collaborazione acritica offerta dal governo serbo nei mesi precedenti vis à vis l’attivismo della Del Ponte e del Tribunale de L’Aja.
In tale gioco autolesionistico i partiti della ex Dos uscivano immancabilmente menomati dalle urne: trionfava il partito radicale di Seselj (più di un terzo dell’elettorato), sufficiente a svolgere un ruolo determinante nella futura definizione di norme costituzionali (per cui sarà necessaria una maggioranza dei 2/3). I resti dell’opposizione democratica si dividevano fra il partito di Kostunica (Partito democratico della Serbia), il partito di Draskovic (Movimento del rinnovamento serbo), il partito di Labus (G17+) e il partito di Tadic, successore di Djindjic (Partito democratico). È realistico il rischio di una Weimar serba, ovvero di una deriva di instabilità cui le urne non riescono a porre argine (non si deve infatti dimenticare che tre tornate elettorali presidenziali hanno sortito il nulla di fatto)? È realistico un quadriumvirato fra i tecnocrati del G17+, favorevoli all’indipendenza della Serbia, e i seguaci di Kostunica unionisti convinti vis à vis le pretese montenegrine? È immaginabile un incontro fra gli eredi del pragmatico Djindjic e i fautori di una utopica soluzione monarchica, cara a Draskovic e al Patriarca ortodosso di Serbia Pavle? L’improbabile quadriumvirato ha il compito di traghettare la Serbia lontana dalle secche della corruzione e dell’inefficienza, ma soprattutto, simultaneamente, di rimuoverne le ossessioni veteronazionalistiche, specchio di un monotematico dibattito politico. La comunità internazionale sa che questo è il crocevia di Belgrado. L’autobiografia di un Paese che non sa scegliere la propria strada.