
Festeggiando il quarantacinquesimo anniversario della Rivoluzione cubana, Fidel Castro si conferma come il capo di Stato più longevo della storia recente, dopo la regina Elisabetta. Anacronistica reliquia di una contrapposizione dalle sfumature oggi quasi surreali tra modello socialista e universo capitalista, Cuba continua a occupare l’agenda politica ed elettorale di Washington e a generare interrogativi sul dopo-Castro. L’economia dell’isola è allo stremo, attaccata alla maschera d’ossigeno del turismo per garantire l’entrata di valuta straniera. Così la politica, dove al raffreddamento dei rapporti con i Paesi europei fa da contraltare un infittirsi delle relazioni con i governi del Venezuela, del Brasile e dell’Argentina. Il punto di svolta nelle relazioni dell’isola caraibica con la comunità internazionale risale al marzo scorso, nei giorni dell’inizio della guerra in Iraq. Allora, Castro impresse un improvviso giro di vite ai diritti civili e politici nell’isola, arrestando 75 «dissidenti antirivoluzionari», condannandoli a complessivi 1.450 anni di prigione, e punendo con la pena di morte tre giovani che avevano cercato, con poco successo, di sequestrare un traghetto per raggiungere le coste della Florida.
Castro operò nella convinzione che il mondo occidentale fosse distratto dalla guerra in Iraq e non avrebbe prestato troppa attenzione a tale ondata repressiva. L’inserimento di Cuba nella lista nera dei Paesi possibili produttori di armi biologiche di distruzione di massa, unitamente alle numerose e pubbliche riunioni del responsabile della «Sezione degli interessi statunitensi» a Cuba (l’ufficio diplomatico degli Stati Uniti) James Cason con i dissidenti interni, vennero addotte da Castro come prove della volontà degli Stati Uniti di attaccare militarmente l’isola. Ragione sufficiente per sostenere che ogni articolo che dissentiva sul corso del regime e ogni richiesta di aperture democratiche fossero considerati crimini contro la sicurezza nazionale.
Una seconda lettura degli avvenimenti chiama in causa la lucida intenzione di far deliberatamente deragliare il processo di distensione con gli Stati Uniti che stava prendendo piede, e che avrebbe potuto rompere il vaso di Pandora che ancora conserva il sistema politico cubano. Nei mesi precedenti, infatti, tutto lasciava intendere che stessero maturando le condizioni per una progressiva normalizzazione delle relazioni bilaterali con gli Stati Uniti. Nel Congresso statunitense era crescente la volontà di ammorbidire l’embargo, e permettere ai cittadini e ai turisti statunitensi di recarsi liberamente nell’isola. Pareva che il regime castrista avesse allargato le maglie del sistema per quanto attiene alla libertà di riunione e stampa. A testimonianza di quest’apertura, l’anno precedente Castro aveva permesso a Oswaldo Payá, figura di spicco della dissidenza moderata e sostenitore di una transizione morbida verso la democrazia, di recarsi in Europa per ritirare al Parlamento europeo il Premio Sacharov. Payá rappresentava e rappresenta forse la più acuminata spina nel fianco del regime. Privo di vincoli con la comunità cubana residente negli Stati Uniti, egli è l’architetto del «Progetto Varela», un’iniziativa per riformare gradualmente il sistema pur senza modificare la Costituzione. Durante la storica visita a Cuba nel maggio del 2002, l’ex presidente Jimmy Carter ebbe l’ardire di appoggiare pubblicamente il «Progetto», con ciò legittimando l’opposizione politica che si stava organizzando attraverso la creazione di una rete di biblioteche indipendenti, embrioni di movimenti sindacali, associazioni professionali, organizzazioni contadine. Il Progetto Varela si concretizzò allora nella raccolta di 11.020 firme, sufficienti per poter avanzare formale richiesta di un referendum popolare su diverse questioni politiche. Per tutta risposta, nel giugno del 2002 il Partito comunista cubano introdusse una modifica alla Costituzione per stabilire che il regime socialista era irreversibile, suggellando il cambio attraverso la mobilitazione di nove milioni di cittadini e una votazione, obbligatoria, che vide il 99,37% dei votanti approvare la novità costituzionale. Secondo lo stesso Payá, il 50% delle persone arrestate nel marzo scorso erano attivisti di base del Progetto Varela, che era riuscito a penetrare oltre i controlli del regime e ad attecchire nella società, costringendo per la prima volta Fidel Castro sulla difensiva.
I meccanismi repressivi del sistema politico cubano, con la sua quantità di informatori e di infiltrati, rendono assai difficile agglomerare un’opposizione in grado di strutturarsi senza aiuti dall’esterno, secondo l’idea di fondo del Progetto Varela. Dal punto di vista interno, quindi, il giro di vite di marzo ha sortito l’effetto sperato, dimostrando ai cubani come non vi sia spazio alcuno per modificare la situazione attuale. È dal punto di vista internazionale che le conseguenze della reazione castrista hanno travalicato le previsioni del regime, riportando indietro di alcuni anni le relazioni bilaterali con gli Stati Uniti e con l’Europa. L’isolamento è stato ancor più marcato in ambito culturale, con l’abiura delle quinte colonne del modello castrista, quegli scrittori che fino allora avevano sempre difeso la rivoluzione cubana. José Saramago e Eduardo Galeano, Noam Chomsky e Mario Benedetti, Carlos Fuentes ed Edward Said si sono affiancati alla posizione di condanna sul tema dei diritti umani espressa dalla Commissione europea. La reazione internazionale ha comportato l’inasprimento dell’isolamento di Cuba. Il Congresso degli Stati Uniti ha sospeso sine die il dibattito sull’alleggerimento dell’embargo, ed è stata cancellata un’importante fiera agricola all’Avana. Si è inoltre consumata una frattura diplomatica con i governi spagnolo, britannico, canadese, francese e italiano, con il congelamento di molti programmi di cooperazione e aiuto economico all’isola. Più si vanno logorando il regime e la persona di Fidel Castro, più si polarizzano le attenzioni dei vari giocatori emisferici sulla transizione che verrà. A un naturale riassorbimento dell’isola nell’orbita economica statunitense si contrappone la volontà esplicita di Hugo Chávez, implicita dei governi brasiliano e argentino, di fare di Cuba l’avamposto e finanche il simbolo di un’America Latina impegnata in un confronto su più tavoli con gli Stati Uniti. Così, proprio mentre Bush si lancia alla conquista dell’elettorato ispanico in vista delle elezioni di novembre, Cuba ritorna a costituire per gli Stati Uniti il grimaldello con cui bacchettare la politica estera dei governi latinoamericani. Recentemente è toccato all’Argentina di Néstor Kirchner ricevere i rimproveri del sottosegretario di Stato per gli Affari Emisferici, Roger Noriega. La politica di avvicinamento a Cuba condotta dalla Cancelleria argentina (una recente visita all’Avana del cancelliere Rafael Bielsa che non incluse alcun incontro con i dissidenti; lo spazio concesso a Fidel Castro durante la cerimonia di assunzione dei poteri del presidente Kirchner; la volontà del governo argentino di astenersi dal voto di condanna al regime cubano in seno alla Commissione dei diritti umani dell’Onu a Ginevra; la ventilata proposta argentina di un ingresso di Cuba nel Mercosur) ha portato gli Stati Uniti a manifestare pubblicamente la propria delusione per la «virata a sinistra» del Paese. Quarantacinque anni di restrizioni dei diritti civili e politici hanno anestetizzato il fervore partecipativo di una popolazione la cui principale preoccupazione è, oggi, la sussistenza alimentare. È difficile immaginare come potranno, in un futuro ormai prossimo, formarsi partiti politici moderni espressione di differenti interessi della popolazione. Egualmente complesso è prevedere come reagiranno le forze armate e di polizia alla scomparsa del loro líder máximo. È assai probabile invece che la caotica transizione cubana catalizzerà gli interessi politici di molti leader della regione, trasformandosi in una cartina di tornasole delle relazioni tra il governo statunitense e i vicini meridionali.