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Iran/ La sfida dei tecnocrati

RISK
di Riccardo Redaelli
risk n.3 - Febbraio - Maggio 2004

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risk3 A livello di politica interna la Repubblica islamica dell’Iran sembra vivere un’apparentemente incomprensibile contraddizione politica. Mentre in molti Paesi mediorientali vi sono dittature che impediscono libere elezioni – o ne manipolano fortemente i risultati – in Iran da anni si tengono regolarmente elezioni che vedono contrapporsi movimenti con idee fortemente divergenti. Non solo: a parte la selezione iniziale dei candidati, non vi è alcuna manipolazione dei risultati da parte dell’élite al potere. Il risultato è che tutti gli istituti elettivi sono dominati dai cosiddetti riformisti, che interpretano il desiderio di radicali riforme politiche e sociali per una vera democratizzazione e liberalizzazione della società iraniana. Il Parlamento è a larga maggioranza espressione dei movimenti riformisti; la stessa carica di presidente della Repubblica è guidata da Muhammad Khatami, un hojjat-ol-islam eletto nel 1997 e nel 2001 proprio per le sue idee liberali. Il sostegno popolare ai cosiddetti conservatori – un variegato fronte che si oppone alle riforme sociali e alla liberalizzazione della società – è stimato dagli analisti come inferiore al 15-20% degli elettori. Eppure, le riforme sempre annunciate non sono mai state attuate – se non in piccola parte – e alle votazioni locali del febbraio 2003 i conservatori hanno ottenuto una clamorosa vittoria. Non solo, alle elezioni parlamentari del febbraio 2004 è prevista una nuova pesante sconfitta dei riformisti. La spiegazione, in realtà, è semplice. Presidente, parlamento e organi locali – pur eletti democraticamente – non rappresentano i reali gangli del potere, che risiedono al contrario in istituti non elettivi, quali la carica di «leader» (rahbar) – per nomina e priva di scadenza temporale – o il «Consiglio dei guardiani della rivoluzione», una sorta di potentissima corte costituzionale dominata dagli ultra-conservatori.Per anni gli iraniani hanno sostenuto massicciamente l’operato del presidente Khatami, la cui strategia era di attuare una graduale liberalizzazione del sistema di potere per via interna, senza rotture violente con l’élite post-rivoluzionaria. Una strategia che in realtà non ha dato grandi risultati, ma anzi ha progressivamente irrigidito i conservatori, esasperando i sostenitori di Khatami (soprattutto donne, universitari, intellettuali, giovani). La strategia cauta del presidente si è rivelata di fatto inconcludente e ha portato a una crescente disaffezione da parte dell’elettorato. Nel febbraio del 2004, alle elezioni comunali, ha votato solo il 28,7% degli elettori (a Teheran addirittura solo il 12,1%). In pratica, la quasi totalità dei cittadini che in passato avevano votato per Khatami e la sua alleanza elettorale hanno rifiutato di recarsi alle urne. Questo senso di scoramento e delusione è accentuato dalle crescenti divisioni interne al cartello elettorale che sostiene il presidente, e che si è ormai frantumato in raggruppamenti concorrenti. Una frantumazione che testimonia le profonde divisioni che attraversano da tempo il fronte riformista: differenze sulle politiche da seguire per imporre un’accelerazione al processo di riforma politica; divisioni su come reagire agli attacchi da parte dei giudici religiosi, dei servizi segreti e delle «milizie» legate agli ayatollah ultra-conservatori, che non disdegnano la violenza contro giornalisti, intellettuali e studenti; ma anche divergenze sulle politiche economiche, sulle privatizzazioni, sulla politica estera e sul nucleare. La stessa distinzione comunemente utilizzata fra riformisti e conservatori appare così sempre meno adeguata a riflettere la complessa pluralità politica iraniana.In ogni caso, chi sembra avvantaggiarsi da questa situazione è il cosiddetto «centro dei tecnocrati», vicini all’ex presidente Rafsanjani – attuale capo del potentissimo Expediency council, un organo che ha il compito di mediare fra il Parlamento e il Consiglio dei guardiani. Questi tecnocrati moderati e pragmatici premono affinché il governo si concentri sulle «esigenze materiali» della popolazione (inflazione, disoccupazione, mancanza di alloggi, etc.) rinunciando a sterili contrapposizioni politiche interne. Una sorta di «via cinese» che non dispiace al leader Khamenei e a molti fra i conservatori, dato che non mina le basi fondanti della repubblica islamica, ma attenua il conflitto sociale. Un centro pragmatico capace di gestire, per esempio, il delicato problema delle violazioni in materia nucleare da parte dell’Iran. È stato lo hojjat-ol-islam Rowhani – un conservatore moderato e attento a molte delle istanze delle società iraniana – a gestire le trattative con Francia, Germania e Gran Bretagna che hanno evitato una denuncia formale al Consiglio di Sicurezza e l’applicazione di sanzioni – come richiesto dagli Usa. Da qui, le previsioni da parte di molti analisti di una loro «vittoria elettorale». Una vittoria che si baserebbe solo sull’astensione di gran parte dell’elettorato, dato che il sostegno popolare verso Rafsanjani e i tecnocrati è in realtà bassissimo. Per il diviso fronte riformista e per il presidente Khatami, è questa l’unica speranza: agire con decisione in questi mesi per dimostrare al proprio elettorato che una riforma dall’interno del sistema sia ancora possibile, e convincerlo a tornare alle urne.
 

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