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Cina/ Il drago fa paura E non dovrebbe

RISK
di Maria Weber
risk n.3 - Febbraio - Maggio 2004

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risk3 La forte crescita economica cinese è una immensa opportunità, ma quali rischi comporta per le economie più consolidate? Grazie alla vastità della sua popolazione, la Cina ha il potenziale per diventare in pochi anni più ricca del Giappone e anche degli Stati Uniti. E una Cina ricca viene vista dagli americani come un competitore estremamente pericoloso sia sul piano strategico-militare che su quello puramente economico. In effetti, da anni, gli Stati Uniti sperimentano un crescente deficit delle partite correnti verso la Cina, attestato sui 103 miliardi di dollari alla fine del 2002 e che nei primi otto mesi del 2003 ha raggiunto i 77 miliardi di dollari. Il Congresso ha già introdotto dazi commerciali sulle esportazioni cinesi nel settore tessile e sta lavorando all’ipotesi di introdurre altre ritorsioni commerciali contro la Cina. La Cina viene anche accusata di fare di concorrenza sleale. La percezione della concorrenza sleale cinese è legata a quella della sottovalutazione della valuta cinese (reminbi o yuan), il cui cambio è tenuto dal 1995 a un tasso fisso con il dollaro di circa 8,28 yuan per 1 dollaro. Questo ha prodotto una crescente sottovalutazione dello yuan, che consente di tenere bassi i prezzi dei prodotti cinesi. Un ulteriore indizio della sottovalutazione dello yuan sono le riserve di valuta estera, giunte quest’anno (senza considerare le riserve di Hong Kong e di Macao) alla eccezionale cifra di 364,7 miliardi di dollari. Le riserve cinesi sono le seconde al mondo dopo quelle del Giappone, che sono superiori a 500 miliardi di dollari. La Banca centrale opera attivamente affinché lo yuan non accresca il proprio valore contro il dollaro. Negli ultimi mesi, le pressioni internazionali su Pechino perché rivaluti lo yuan si sono moltiplicate. Nel settembre 2003, John Snow, segretario al Tesoro dell’amministrazione Bush, s’è recato in Cina per sollecitare azioni in questo senso. In dicembre, la visita a Washington del premier Wen Jiabao ha contribuito a placare i toni dello scontro e aperto la strada a nuove ipotesi, tra cui quella di legare lo yuan a un paniere di monete superando il cambio con il solo dollaro.
In realtà, non è affatto scontato che sia preferibile uno yuan forte. Infatti, gli Stati Uniti devono finanziare un cospicuo deficit di bilancio. Il finanziamento avviene tramite l’emissione di titoli del tesoro (o bond) e la Banca centrale cinese è un’acquirente significativa di bond americani: circa 126 miliardi di dollari in Treasury bond e 26 miliardi di azioni e strumenti di tesoreria. Sostenendone la domanda, evita che il tasso di interesse da essi pagato per attrarre gli investitori salga. In questo modo, l’indebitamento costa agli Stati Uniti sensibilmente meno di quanto costerebbe loro se la Cina adottasse una differente politica valutaria. Un altro motivo per il quale lo yuan debole non dovrebbe dispiacere troppo agli Stati Uniti (e neanche all’Europa) è che in questo modo investire in Cina costa meno. Poiché produrre in Cina è comunque molto vantaggioso (a causa soprattutto dei bassi costi della manodopera) e ancor più poiché la Cina è un mercato potenziale immenso, molte imprese occidentali hanno la possibilità di compiere investimenti altamente strategici. Le tante imprese che già producono in Cina e dalla Cina esportano, infine, guadagnano non meno degli esportatori di nazionalità cinese dallo yuan sottovalutato.
Anche l’Europa soffre a causa delle esportazioni cinesi e della concorrenza delle esportazioni cinesi. Il cambio con lo yuan è, per gli aderenti all’euro, ancor peggio: lo yuan è ancorato al dollaro, che si è complessivamente deprezzato verso l’euro. L’economia europea è in stagnazione e questo non fa che aumentare la sensibilità dell’opinione pubblica e dei politici alla questione della sottovalutazione dello yuan. Alla percezione dei rischi della concorrenza cinese, si aggiunge il problema reale della crescita della contraffazione. Malgrado l’esistenza in Cina di una legge che tutela i brevetti, la pratica della contraffazione è molto diffusa. Molti oggetti tipici del made in Italy vengono copiati in Cina e riesportati in tutto il mondo. Secondo l’Oecd, la contraffazione rappresenta tra il 5% e il 7% del commercio mondiale ed è stata responsabile della perdita di 200 mila posti di lavoro in Europa. L’Unione europea ha espresso la sua preoccupazione emanando il 22 luglio 2003 (in vigore dal 1 luglio 2004) un nuovo regolamento contro la contraffazione. A tutela dei prodotti europei contraffatti si dovrebbe prescrivere l’adozione obbligatoria del Paese di provenienza per tutte le merci importate; ciò faciliterebbe il lavoro nelle dogane e l’intercettazione dei falsi. La lotta contro la contraffazione è legittima e necessaria, ma non va confusa con l’introduzione di barriere commerciali. La Cina è la locomotiva dell’economia mondiale, ha un mercato in forte espansione, può sembrare una minaccia ma in realtà offre immense opportunità. Fare alleanze strategiche con la Cina può forse aiutare l’industria europea più di qualunque manovra protettiva.
 

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