
In questo intervento mi sforzerò di evidenziare gli orientamenti delle quattro principali ideologie politiche, quelle di destra (conservatrice e liberale) e di sinistra (costruttivista e manichea), nei confronti dell’intervento militare in Iraq, soprattutto allo scopo di chiarire la collocazione dei cosiddetti «neoconservatori» all’interno di tali categorie analitiche. Da tempo, chi scrive si sta sforzando di costruire dei «modelli» fondati sulle quattro suddette ideologie, in corrispondenza con le varie dimensioni della politica mondiale: il nazionalismo, la guerra, la globalizzazione, la democratizzazione… Tali strumenti analitici, da me caratterizzati anche come «piattaforme ideologiche», influenzano non solo i protagonisti della politica, ma anche i cosiddetti «osservatori», e cioè i giornalisti, i ricercatori, gli studenti, i cittadini… In sintesi, si tratta di alcuni elementi fondanti di determinate culture politiche.
Iniziamo dall’analisi dei «pacifismi» di sinistra. Il primo orientamento è il «finto pacifismo», cioè quello sostenuto dai neocomunisti che sfilano nei cortei con le bandiere rosse e che si ispirano a criminali come Fidel Castro. L’ideologia marxista non ha niente a che vedere con la non violenza; anzi, essa ha storicamente legittimato la violenza dei «proletari» (siano essi gruppi organizzati o Stati) contro gli esponenti del capitalismo mondiale. Oggi, tale posizione è sostenuta soprattutto dai cosiddetti «comunisti da salotto». Le due posizioni della sinistra compatibili con i valori democratici sono quelle del pacifismo manicheo e di quello costruttivista. Il primo parte dalla concezione tolstojana della non violenza che si fonda sul rifiuto della guerra, anche in una condizione di estrema ratio, perché «la violenza genera sempre violenza». È la posizione sostenuta storicamente dal pacifismo socialista di tipo utopista che si è riconosciuto nello strumento della non violenza, e ciò è avvenuto proprio (e soprattutto) per la sua volontà di differenziarsi dalle strategie della sinistra comunista che allora predicava ancora la necessità del ricorso alla rivoluzione e alla dittatura del proletariato. Il pacifismo costruttivista è quello che ha caratterizzato storicamente la sinistra moderata europea di orientamento socialdemocratico, che ha dunque legittimato il ricorso alla forza, anche se soltanto in casi straordinari. In tal caso l’ispirazione filosofica è la non violenza gandhiana, in cui la guerra è ammessa come «eccezione alla regola», in cui cioè si tratta di prendere le difese di un debole, come negli interventi militari in Bosnia e in Kossovo. In Iraq, il trait d’union fra i tre pacifismi è stato rappresentato dall’interpretazione dietrologica (e post marxista) della guerra, finalizzata cioè ad avere certi effetti sul mercato del petrolio. In primo luogo, gli Usa avrebbero consolidato un protettorato neocoloniale in Iraq, attraverso un’amministrazione esterna temporanea dopo la vittoria militare e la successiva costituzione di un governo «amico». Inoltre, il futuro governo iracheno potrebbe rinegoziare i contratti sullo sfruttamento del petrolio, spodestando le imprese francesi e russe e favorendo quelle britanniche e americane. In questo saggio, non vi è spazio per presentare una critica articolata a tali tesi, ma una banale comparazione fra «casi simili» non può che portare a evidenziare che gli Usa avrebbero potuto consolidare questi due esiti facendo la guerra a numerosi altri regimi mediorientali autoritari e produttori di petrolio. Quindi, tale variabile non sembra rappresentare un’efficace spiegazione delle specificità che invece caratterizzavano l’Iraq di Hussein.
In ogni caso, quand’è che la sinistra costruttivista prende posizione contro l’uso della forza dopo il 1989? A mio avviso, ciò avviene quando i dettami dell’orientamento ideologico prevalente della sinistra post/socialdemocratica», e cioè il cosiddetto politically correct, vengono sfidati. La guerra viene ammessa quando si tratta di difendere un debole non riconducibile all’Occidente dall’attacco di un altro debole, come nella ex Jugoslavia. E in parallelo, non si invoca il ricorso alla forza se l’aggressore è un esponente di quegli stessi popoli terzi; si può combattere il Sudafrica, Israele o la Serbia, che hanno tutti delle dimensioni identitarie vicine all’Occidente, ma non l’Iraq o il Vietnam – tali posizioni ideologiche si modellarono proprio nelle manifestazioni degli anni Sessanta e Settanta. Entrambe le tendenze appena identificate si legittimano in nome del relativismo culturale di ispirazione terzomondista. Il corollario di questi due postulati è che non si giustifica la violenza neanche se sia aggressore che aggredito sono riconducibili all’Occidente: vedi (rispettivamente) il caso di Serbia e Croazia. I meccanismi logici del politicamente corretto presuppongono infatti che non si possano colpire gli «svantaggiati»: né a livello di linguaggio - e sono noti i contorsionismi linguistici di tale orientamento intellettuale -, né di azione politica – tanto meno facendo ricorso a un conflitto armato. Recentemente, lo stesso è avvenuto nella guerra in Iraq. Hussein è apparso un debole nei confronti del colosso militare statunitense e quindi i paladini del politicamente corretto, pur non rifiutando la guerra in modo manicheo, non hanno accettato quella in Medioriente.
Passiamo ad analizzare le posizioni della destra. Conservatori e liberali hanno degli orientamenti in materia di politica estera che comportano alcuni comportamenti coerenti con le premesse filosofiche delle due correnti di pensiero: il realismo e, appunto, il liberalismo. Spesso, si è optato per fare coincidere l’una o l’altra strategia con quelle dei due maggiori partiti statunitensi, e cioè quello repubblicano (conservatore) e quello democratico (liberale). Tale cleavage è stato rispettato per la fase che precede l’11 settembre, ma in misura minore dopo. Innanzitutto, occorre chiarire quale sia l’orientamento verso la guerra delle due tradizioni filosofiche (liberale e realista). La posizione più radicale è quella liberale, la cui premessa euristica è l’elaborazione concettuale sulla guerra giusta; tenendo fede a tale modello, se si deve ricorrere alle armi, lo si farà anche se lo scenario politico è politicamente scorretto, cioè si combatterà il «male» anche se esso assume i panni degli attori svantaggiati (siano essi stati come l’Iraq o gruppi terroristici come al Qaeda). La posizione conservatrice è più moderata, anche perché la tradizione filosofica realista a cui ci si ispira è quella di Clausewitz, che partiva dal presupposto che la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi. Insomma, si fa la guerra solo se vi sono forti interessi in gioco. Non a caso, Morgenthau era contrario all’intervento in Vietnam, dove si combatteva più per i valori - impedire che un popolo fosse succube del comunismo - che per gli interessi. La seconda dimensione che distingue i conservatori dai liberali è il maggior ricorso, da parte dei primi, alle prassi improntate alla politica di potenza, mentre i secondi auspicano il rispetto delle regole del diritto internazionale e quindi delle prescrizioni di organizzazioni come le Nazioni unite. Vediamo di identificare gli orientamenti ideologici negli interventi militari post Ottantanove, e poi ci concentreremo sulla guerra in Iraq:
Le guerre prese in considerazione sono quelle del Kuwait, della Bosnia/Kossovo e dell’Afganistan; ecco schematicamente le posizioni nei loro riguardi:
Conservatori: pro; contro; pro.
Liberali: pro; pro; pro.
Costruttivisti: contro; pro; contro.
La guerra in Kuwait obbediva alla logica degli interessi - in quel caso il petrolio contava, perché l’Iraq voleva appropriarsi delle risorse energetiche del Paese vicino e gli Usa hanno ristabilito lo status quo - e a quella della guerra giusta, ma era un conflitto armato politicamente scorretto (Usa forte contro Iraq debole); non a caso, la sinistra italiana si oppose a quell’intervento. Lo scenario della Bosnia e del Kossovo presupponeva una guerra giusta e politicamente corretta - si difendevano gli islamici dal terrorismo dei Serbi di Milosevic -, ma con scarsi interessi in gioco. L’Afganistan materializzava lo stesso scenario del Kuwait, dove però l’interesse stavolta era rappresentato dalla necessità di destituire un governo che sosteneva il terrorismo fondamentalista islamico di bin Laden. In tal caso, i conservatori sono stati più timidi dei liberali e l’opposizione dei costruttivisti è stata meno decisa perché i talebani reprimevano i diritti delle donne: la guerra aveva una qualche valenza politically correct.
Sulla guerra del 2003, occorre chiedersi quali fossero gli interessi in gioco in Iraq (opzione conservatrice) e se tale guerra poteva essere considerata come giusta (opzione liberale). Come noto, gli scopi dichiarati erano legati a obiettivi di sicurezza. Il primo era quello del disarmo dell’Iraq, nel caso in cui questo Stato si fosse dotato di armi di distruzione di massa. In secondo luogo, un altro interesse centrale era impedire il consolidamento del legame fra bin Laden e Saddam Hussein. In realtà, gli Stati Uniti e la Gran Bretagna non hanno fornito prove certe su nessuno di questi due fronti, ma la percezione della minaccia è una dimensione soggettiva. In ogni caso, una strategia di deterrenza esercitata verso l’Iraq su queste due importanti dimensioni della sicurezza appare compatibile con una piattaforma conservatrice di qualsiasi governo occidentale. Su tale punto non è ancora possibile dare delle risposte definitive; l’orientamento realista verso la guerra è certamente presente, ma attualmente non appare così determinante. I futuri sviluppi del conflitto serviranno a chiarire il peso delle motivazioni basate sul bisogno di sicurezza. In ogni caso, uno dei postulati di una strategia diplomatica conservatrice è il riferimento ai cosiddetti «interessi nazionali». Il conflitto interno al partito repubblicano ha mostrato come sia velleitario partire dal presupposto che gli obiettivi degli Stati siano unitari; la posizione conservatrice «ortodossa», quella simbolizzata dalla leadership intellettuale di Kissinger, è sempre stata contraria alla guerra preventiva e (allo stesso tempo) fedele alla strategia del containment. Inoltre, appare poi evidente come tali minacce nel settore della sicurezza siano state percepite in modi diversi fra i Paesi occidentali, soprattutto da quei Paesi (come la Francia e la Russia) che non hanno ritenuto opportuno l’intervento in Iraq. A mio avviso, queste sono state le posizioni più fedeli alla piattaforma ideologica conservatrice, quindi quella «ortodossa». L’ideologia realista della fase post guerra fredda è stata fortemente condizionata dall’elaborazione teorica di Huntington che presuppone che l’Occidente non tenti di esportare i propri valori e che si astenga dall’utilizzo di strumenti violenti, soprattutto nei confronti dei Paesi islamici, a meno che non vi siano prove certe sul legame fra certi Stati e il terrorismo transnazionale, come nel caso dei talebani e di bin Laden. A tal proposito, si può individuare quello che potrebbe essere definito come «interesse della civilizzazione». L’Occidente dovrebbe sforzarsi di non alimentare il conflitto con Stati od organizzazioni islamiche radicali, mantenendo quello che Waltz chiama defensive positionalism, cioè un orientamento attendista mirante a garantire la sicurezza senza intraprendere strategie destabilizzanti. Chi ci dice che l’eventuale successore di Saddam Hussein sarà più moderato del raìs? E se l’intervento favorisse i fondamentalisti islamici sciiti, che potrebbero avvantaggiarsi di un eventuale processo di democratizzazione in Iraq? E se la guerra approfondisse, invece che allentare, i legami tra il partito (clandestino) Baath e bin Laden? In sintesi, tale «pacifismo conservatore» di ispirazione culturalista ha molti estimatori in Europa e fra i Paesi arabi; poi, vi è stato l’imprimatur anche del leader spirituale dell’Occidente cristiano, il Papa, che per motivi facilmente intuibili non desidera lo scontro di civilizzazioni e tanto meno le «guerre di religione».
A questo punto, occorre chiedersi quali siano state le motivazioni «giuste» in Iraq, legate allo scenario liberale. In tal caso, l’intervento sarebbe stato uno strumento di «ordine» in Medio Oriente, finalizzato in primo luogo a consolidare delle relazioni meno ostili fra palestinesi e israeliani. Secondo gli anglo-americani, con Saddam Hussein in campo non era possibile la pace nel Mashrek; quindi i morti iracheni sono stati giustificati dai morti risparmiati in futuro in Israele, soprattutto quelli causati dal terrorismo islamico dei kamikaze palestinesi finanziati dall’Iraq e che si sta connotando come una forma di genocidio. Non a caso, Bush si sta impegnando a trovare una soluzione al decennale conflitto arabo-israeliano e a fondare uno Stato palestinese. Gli obiettivi paralleli sono anche quelli della democratizzazione dell’Iraq e dell’autodeterminazione dei curdi. L’intervento appare compatibile con l’ideologia liberale, almeno con riferimento a tre valori dell’ordine mondiale: la pace, la democrazia e l’autodeterminazione nazionale. In un mio saggio precedente, ipotizzavo a tal proposito una preferenza per scenari anarchici da parte dei conservatori e per opzioni «ordinate» sostenute dai liberali. I politici liberali, però, hanno una fiducia superiore nelle istituzioni globali, mentre quelli conservatori contano di più sull’efficacia delle relazioni di potere allo stato puro e in una prospettiva di intervento militare non pensano che vadano coinvolte organizzazioni macchinose come l’Onu.
Il quadro analitico è stato dunque completato e resta da chiarire la connotazione ideologica di una posizione, quella dei neoconservatori repubblicani, in relazione all’opzione della guerra preventiva in Iraq. Attualmente, le motivazioni liberali (caratterizzate dalla «guerra di liberazione») appaiono come prevalenti rispetto a quelle realiste (collegate alle esigenze di sicurezza), o meglio l’intervento sembra essere stato deciso sulla base di una combinazione di obiettivi liberali (la guerra giusta) e strategie realiste (il rifiuto del ruolo dell’Onu), quindi sempre in un contesto di bi-partisanship, seppure con uno sbilanciamento a favore dell’orientamento liberale. Il futuro mostrerà se questa miscela politica neoconservatrice, che come detto combina elementi delle due tradizionali piattaforme ideologiche di destra, si consoliderà o meno, cioè se sarà efficace. A questo punto, occorre fare una precisazione; come detto, una delle principali motivazioni della guerra appare strettamente collegata agli obiettivi di sicurezza di Israele, ma sarebbe fuorviante fare un’equazione fra tale strategia e quella conservatrice, che dovrebbe essere ancorata agli scopi degli Usa. Difendere gli interessi altrui appare infatti come un’azione fondata sulla comunanza di valori tra Occidente e Israele, e quindi più in sintonia con il liberalismo. Forse, tale piattaforma ideologica è stata sostenuta in pieno solo dai governi di Berlusconi e di Aznar, che erano favorevoli alla guerra di liberazione, ma solo nell’ambito dell’Onu; si potrebbe obiettare però che le loro opzioni alla fine sono state le meno efficaci sotto il profilo dalla capacità di governance. E una compatibilità ancora più profonda con le strategie e gli obiettivi liberali ha caratterizzato la posizione dei radicali italiani, che avevano promosso l’esilio per Hussein e la libertà per l’Iraq, in un contesto quindi altamente istituzionalizzato. Invece, la stessa scarsa considerazione per l’Onu e per il diritto internazionale è stata portata avanti anche da quegli stati (Francia, Russia e Cina), che attraverso il loro veto hanno affossato la strategia della deterrenza. Qual è stato dunque il fattore che ha provocato un rimescolamento nelle opzioni di politica estera degli Usa? Ciò è avvenuto, naturalmente, in conseguenza dell’attentato dell’11 settembre. In seguito a tale evento, la «riscoperta» della propria identità da parte occidentale ha portato a rivalutare il liberalismo e a consolidare una visione etica del mondo politicamente scorretta; per esempio, tale ideologia è pienamente rappresentata dalla Fallaci. Invece, i democratici statunitensi oggi sono forse più condizionati da orientamenti ideologici «postmoderni», che caratterizzano anche la sinistra europea. Una loro eventuale vittoria alle prossime elezioni servirà come banco di prova per la verifica delle tendenze appena evidenziate. Se esse si consolideranno, avremo forse una sinistra statunitense più simile a quella europea, in cui appunto l’ispirazione «kennediana» del partito democratico sarà completamente superata. In ogni caso, l’intervento in Iraq ha varcato in modo esplicito il confine tra arena interna e internazionale. La guerra preventiva, a cui le democrazie (a parte Israele) non avevano fatto mai ricorso, ha provocato la caduta di un regime totalitario. Qui, il cambiamento va registrato dal punto di vista della dimensione etica della politica. Per la prima volta, il grado di violenza esercitata all’interno di uno Stato è stato giudicato meritevole di una sanzione internazionale e questa prassi è senza dubbio una rottura con quel «compromesso storico internazionale» che aveva visto conservatori «ortodossi» e paladini del politicamente corretto «non voler mai varcare quella soglia», anche se con motivazioni diverse. Questo nuovo orientamento etico è chiaramente liberale, ma non si può fare certo riferimento a una prassi diffusa, altrimenti vi sarebbero interventi militari ovunque vi fossero regimi totalitari.
Per il momento, appare evidente come questi sforzi ordinatori necessitino di forti investimenti in termini di uomini e risorse, per far sì che l’intervento in Iraq (o altri simili in futuro) possano stabilizzare la conformità e raggiungere almeno parte degli obiettivi preposti. Per esempio, se l’obiettivo dell’autodeterminazione nazionale dei curdi non sarà perseguito, prevarrà un «ordine zoppo» a cui ho già fatto riferimento in altre sedi. Dopo l’intervento, la credibilità degli Usa verso il mondo arabo si giocherà quindi nelle reali capacità di mediazione nel conflitto arabo-israeliano. Se Bush fallirà su quel versante, allora lo «scontro di civilizzazioni» evocato da Huntington potrà diventare uno scenario probabile. È quindi possibile che di fronte alle difficoltà materiali insite nella gestione dei conflitti dopo le guerre, il suddetto «compromesso storico internazionale» fra conservatori e costruttivisti politically correct faccia riemergere quell’anarchia mondiale, in cui il ruolo delle ideologie verrà di nuovo minimizzato.