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Il grande gioco del Mar Caspio

RISK
di Lucio Leante
risk n.3 - Febbraio - Maggio 2004

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risk3 Nella regione del Caspio, ricca di petrolio, di gas naturale e di varie materie prime, sta emergendo con forza il «sogno americano», portatovi dai dollari delle istituzioni finanziarie internazionali e dalle basi americane che, dopo l’11 settembre, vi si sono insediate per la prima volta nella storia. Gli Usa hanno immesso nella regione la prospettiva di un pluralismo di influenze globali insieme a quella di un’apertura della regione ai mercati internazionali, di cui è emblema il «pluralismo delle pipeline», attuato con la costruzione di un oleodotto e di un gasdotto dall’Azerbaigian alla Turchia (passando attraverso l’instabile e sempre più cruciale Georgia), che eliminerebbe gli attuali monopoli russo e iraniano nel trasporto delle fonti energetiche della regione verso l’Europa. Ma il sogno americano viene contrastato dalla pervicace resistenza di Mosca che vuole mantenere il suo controllo secolare sulla regione soprattutto grazie a tale monopolio. A quella russa si aggiunge la resistenza dell’Iran, attraverso cui attualmente passa l’altra linea di pipeline che sbocca nel Golfo Persico, e quella della Cina, con cui Mosca è in fase di avvicinamento, motivato geopoliticamente in chiave di contenimento della penetrazione americana in un’area che la Russia, la Cina e l’Iran hanno sempre considerato loro condominio.
Nella regione è tramontato definitivamente l’effimero e velleitario sogno panturco di una grande comunità turcofona «dal Mediterraneo alla Cina», sbocciato dopo la caduta dell’Urss. Presupposto di questo sogno era una leadership della Turchia sulle nuove repubbliche ex sovietiche, che sarebbe stata fondata su fattori culturali ed emotivi come la lingua e la religione, e sulla relativa superiorità economica e militare della Turchia. Quel sogno fu accarezzato dal nazionalismo turco, ma anche da due presidenti moderati come Turgut Ozal e Suleyman Demirel, che parlarono della possibilità della Turchia di divenire, dopo la guerra fredda, una «potenza regionale» che poteva rappresentare l’intero mondo turcofono. Esso fu anche incoraggiato dagli occidentali e in particolare dagli americani (come George Bush senior) che speravano di conferire alla Turchia la missione di contenere la spinta propulsiva della rivoluzione iraniana e un ruolo cardine nel trasporto delle risorse energetiche del bacino del Mar Caspio. Ma esso ha dovuto fare i conti con la realtà ed è stato frustrato dal peso delle grandi potenze (la Russia e gli Usa, ma anche la Cina e l’Iran) e dall’obsolescenza delle motivazioni emotive di fronte alla forza globalizzante del mercato. Nessuno dei dirigenti dei Paesi dell’area si è mostrato disposto a sostituire il grande fratello russo con un agabey turco solo per ragioni culturali ed emotive. Oggi la Turchia stessa, passata in pochi anni dall’euforia a un «realismo malinconico», rinnega quel sogno e ha preso atto del fatto che il «grande gioco» in atto nella regione del Caspio (Asia centrale e Caucaso) è molto al di là delle sue risorse e possibilità. La Turchia può giocare le sue carte nella regione soprattutto nel campo culturale e della costruzione di infrastrutture. Essa resta però geograficamente decisiva per il previsto passaggio nel suo territorio delle due pipeline - l’oleodotto Baku-Tiblisi-Ceyhan (Btc, che dovrebbe essere operativo nel 2005) e il gasdotto Baku-Tiblisi-Erzurum (Bte) destinato a convogliare il gas del giacimento di Shah Deniz, scoperto a fine anni Novanta nei pressi della costa azera del Caspio. Dalla Turchia passa anche un oleodotto che convoglia nel Mediterraneo il petrolio nordiracheno e che, dopo la stabilizzazione dell’Iraq grazie alla guerra americana, riprenderà a funzionare a pieno regime.
Una posizione strategicamente molto più decisiva riveste attualmente l’instabile Georgia, attraverso il cui territorio passeranno entrambe le pipeline. Ma è Mosca che detiene le chiavi della sua stabilità, ed essa ha già mostrato di essere contraria a questi progetti rifiutando la partecipazione al progetto Btc. In Georgia si gioca la principale partita strategica tra Washington e Mosca. Dopo avere inviato nella primavera del 2002 in Georgia numerosi consiglieri militari in chiave antiterroristica ed in specie «per proteggere le rotte delle fonti energetiche dal Caspio ai mercati mondiali», gli americani, pur di stabilizzarla, hanno sacrificato l’ormai troppo impopolare sodale, Edvard Shevardnadze, favorendo l’ascesa di Mikhail Saakashvili, che costituisce un’incognita. Mosca ha finora subito l’iniziativa americana in Georgia, ma non ha mai accettato la penetrazione americana ai suoi confini meridionali e sulle sponde del Mar Nero, specie dopo che Shevardnadze aveva sdegnosamente rifiutato un ritorno di truppe russe nel Paese, e cioè nella gola georgiana di Pankisi, da dove agisce la guerriglia cecena anti-russa.
Washington, che ritiene ufficialmente dal 1998 la regione caspica di suo «speciale interesse», afferma di non mirare a un dominio esclusivo, ma a un equilibrio regionale «pluralista» tra le potenze globali e regionali. Per Washington un equilibrio politico tra le potenze circostanti basato sull’apertura della regione ai mercati internazionali garantirà la stabilità della regione, l’indipendenza delle varie repubbliche post sovietiche e la loro democratizzazione, oltre che il loro sviluppo. In particolare Washington mira a un coinvolgimento diretto della Turchia nella protezione militare delle due pipeline in costruzione. A questo progetto globalizzatore (di cui le due pipeline in costruzione sono l’asse e l’emblema) Mosca e l’Iran si oppongono perché preferiscono puntare sulle loro vecchie rendite di posizione temendo di risultare perdenti se accetteranno il pluralismo e il mercato come arbitri della contesa.
L’obbiettivo russo è tornare a essere una superpotenza alla pari con gli Usa. Ciò necessita della conferma che tutto quello che esce dalla regione caspica deve passare per la Russia. Mosca sta proponendo perciò «varianti» ai percorsi delle pipeline caspiche in costruzione che evitano l’instabile Georgia, e utilizzano invece il territorio russo (il porto di Novorossisk sul Mar Nero) da cui, via nave, le risorse energetiche raggiungerebbero la Turchia (il porto di Samsun, sempre sul Mar Nero) per essere convogliate nel Mediterraneo evitando il Bosforo, che i turchi affermano di considerare «troppo intasato dall’attuale intenso traffico di petroliere» - prestesto grazie a cui attuano da tempo varie restrizioni a quel traffico. Mosca è anche decisiva per un importante progetto turco-azerbaigiano-kazakho, appoggiato anch’esso dagli Usa, per convogliare con pipeline sottomarine attraverso il Mar Caspio il petrolio kazakho e il gas turkmeno. Ma la Russia si oppone alle pipeline transcaspiche adducendo preoccupazioni ambientali (che essa stessa non ha tenuto –si osserva ad Ankara - minimamente presenti quando ha promosso la costruzione da parte dell’italiana Eni del gasdotto russo-turco «Blue stream» che passa sul fondo del Mar Nero). Alle stesse pipeline transcaspiche si oppone ovviamente anche Teheran, che come Mosca vuole conservare la sua rendita di posizione, rappresentata dalle pipeline che attraverso l’Iran raggiungono il Golfo Persico. Essendo sia l’Iran sia la Russia Stati costieri caspici (oltre a Turkmenistan, Kazakhstan, Uzbekistan e Azerbaigian) essi dispongono di una sorta di potere di veto di fatto, almeno fino a quando il Mar Caspio non sarà stato immesso in una cornice giuridica internazionale con un futuro trattato tra tutti gli Stati costieri.
Il vuoto strategico lasciato dalla caduta dell’Urss, è stato colmato dagli Usa, soprattutto dopo l’11 settembre, sulla spinta della guerra in Afghanistan. Già alla fine del 2001, Kirghizistan e Uzbekistan hanno concesso agli americani basi aeree sul loro territorio, mentre Kazakhstan e Tagikistan hanno consentito il sorvolo agli aerei americani in vista delle operazioni in Afghanistan. La principale base americana nell’aera è quella di Manas alla periferia di Bishkek (capitale del Kirghizistan), che ospita in permanenza almeno 3 mila militari americani. La base di Manas è a un’ora di volo da Kabul, ma è anche a meno di 300 chilometri dal confine cinese e questo particolare, che ha suscitato le preoccupazioni di Pechino, convince gli analisti che essa sia stata programmata dal Pentagono come insediamento di lungo periodo soprattutto in funzione di contenimento della Cina. Solo il Turkmenistan, che è di gran lunga il più autoritario dei regimi della regione e risente del suo lungo confine con l’Iran, vuole conservare il suo status internazionale di neutralità, che ne fa un’eccezione nella regione. L’11 settembre 2001 ha dunque creato l’atmosfera e l’occasione per un insediamento americano nella regione. Esso ha trovato una rapida risposta positiva delle leadership di quei Paesi, specie in vista della lotta ai loro principali spauracchi interni ed esterni: il terrorismo islamico e l’instaurazione di regimi islamici da parte delle opposizioni di matrice islamica neofondamentalista; e sul piano esterno, l’antica dipendenza dalla Russia e il contenimento dell’influenza ideologico-politica dell’Iran fondamentalista e della Cina. In quelle repubbliche sembra essere sbocciato il sogno di un’assimilazione al modello americano sulla scorta di un progressivo inserimento politico, militare ed economico americano nella regione. La Russia di Putin, realisticamente, sta cercando di mantenere il suo peso nella regione, non in aperto conflitto con gli Usa, ma con un’intesa cordiale su alcuni obbiettivi strategici comuni di lungo periodo. Emblematica di questo «condominio tra rivali» è la vicenda delle basi militari in Kirghizistan. I russi, dopo essere stati obbligati a concedere il loro assenso alla base di Manas dopo l’11 settembre, hanno ottenuto sia dal governo kirghizo che dagli americani l’assenso a costruire una base a Kant, una località a soli 30 chilometri da Manas. Ciò ha segnato per Mosca l’insperato ritorno di sue forze militari in Kirghizistan a soli 5 anni dal loro ritiro «definitivo». La base di Kant, che ospita 500 militari russi è stata giustificata con l’obbiettivo ufficiale di «dissuadere i terroristi e gli estremisti di ogni genere». Essa fa del Kirghizistan l’unico Paese al mondo a ospitare sia una base Usa sia una russa. Secondo alcuni analisti, il consenso americano alla base russa di Kant in Kirghizistan (che significa un consenso ad una parziale restaurazione dell’influenza russa in tutta la regione centroasiatica) è stato il frutto di un complesso scambio diplomatico che dà l’idea dell’ampiezza e della complessità del grande gioco intorno al Caspio: in cambio dell’assenso alla base di Kant, oltre che della promessa di un ingresso della Russia nel Wto nella seconda metà del 2004 (dopo le presidenziali russe) gli Usa avrebbero ottenuto da Mosca una rinuncia al progetto di ammodernamento delle armi nucleari strategiche russe, il rinvio di due anni del completamento della centrale iraniana di Busher, un riconoscimento della leadership americana nella coalizione in Iraq e un’accettazione da parte di Mosca del principio della rinuncia alle armi nucleari da parte della Corea del Nord.
Solo l’Europa brilla per la sua assenza politico-strategica, che non sfugge ai leader di quei Paesi. Le velleitarie dichiarazioni europee di volere «controbilanciare la potenza globale americana» nel continente eurasiatico trovano una smentita ulteriore nella regione del Caspio, dove gli europei sono presenti nell’area con operazioni che seguono linee strategiche opposte: mentre la inglese Bp-Amaco ( leader nella costruzione sia dell’oleodotto Btc sia del gasdotto di Shah Deniz) e la Shell sembrano seguire la strategia globalizzatrice americana, la francese Total-Fina-Elf e l’italiana Eni sembrano più attratte dai progetti delle linee conservatrici iraniana e russa. Nell’insieme, tali presenze non conferiscono all’Unione europea alcun peso di rilievo nella regione.
 

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