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Antiterrorismo: la scuola europea

RISK
di Andrea Nativi
risk n.3 - Febbraio - Maggio 2004

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risk3 Quando si parla di difesa, uno dei luoghi comuni è quello di considerare l’Europa del tutto in ritardo rispetto agli Stati Uniti, sia in termini di tecnologia che di investimenti e capacità. Il gap esiste, ma non in tutti i settori; in qualche caso, anzi, gli europei hanno prodotti più avanzati di quelli statunitensi (gli elicotteri, per esempio). Dato che difesa e sicurezza oggi viaggiano a braccetto, è logico chiedersi se l’Europa si trovi in svantaggio anche nel settore della homeland defense. In linea di principio la risposta dovrebbe essere negativa, perché a differenza degli Stati Uniti, diversi Paesi europei hanno avuto il triste privilegio di fronteggiare fenomeni terroristici interni ed esterni - basti pensare alla Gran Bretagna, alla Spagna, alla Francia, all’Italia o alla Germania. La battaglia ha portato alla creazione di un corpus di legislazione speciale, affiancato da un apparato di sicurezza e antiterrorismo particolarmente potente, complesso e costoso. Sull’altro versante dell’Oceano ci si è invece cullati nel sogno del safe haven, e non sono bastati a incrinare questo mito neanche eventi terroristici clamorosi a opera di elementi interni e di terroristi stranieri (come Oklahoma e il Wtc). Con l’11 settembre le cose sono cambiate, radicalmente e in fretta. Gli Stati Uniti hanno creato l’equivalente di un ministero degli Interni federale, sono arrivate restrizioni e limiti ad alcune delle libertà e delle stesse abitudini e stili di vita che in Europa sono da tempo condizionati dalle esigenze della sicurezza. Infine, il gigante si è messo in moto, mobilitando risorse finanziarie, industriali e cervelli per tappare le grosse falle nel sistema di sicurezza domestica nazionale. Questo enorme sforzo è reso possibile da investimenti che si misurano in decine di miliardi di dollari all’anno. Una cultura della sicurezza non si improvvisa in poco tempo: i dollari aiutano, però non bastano. Superata l’inerzia iniziale, ora i progressi cominciano però a essere tangibili. Siamo già arrivati al punto in cui gli Usa cercano di superare i maestri ai quali si sono ispirati e vogliono imporre nuovi e più severi standard di sicurezza. L’aviazione civile, con l’obbligo di condividere dati sui passeggeri prima, e ora quello di imporre la presenza di agenti armati a bordo degli aerei in volo sul territorio americano, è solo la punta di lancia. L’Europa in realtà, per adeguarsi alla nuova minaccia, non ha dovuto fare moltissimo: gli apparati di sicurezza sono già in essere, le leggi anche, si tratta solo di far capire ai cittadini che si torna all’antico o che si continua sulla strada già imboccata. La questione si complica quando alle legittime preoccupazioni Usa si aggiunge l’amore sconfinato per la tecnologia e il fiuto per il nuovo business sul quale si sono lanciati sia grandi gruppi della difesa, che società medie e piccole che operavano in quello della sicurezza. Per importare know-how ed esperienza e diventare competitivi si è puntato pragmaticamente al meglio, con alleanze con aziende israeliane o acquisizioni mirate. E ora si vorrebbe fare nel campo della homeland security quello che si è già fatto con la difesa: ridurre il peso del capitale umano per puntare sulla tecnologia più sofisticata. Dalle armi non letali ai sistemi di identificazione e scoperta biometrici, alla scoperta di esplosivi, armi e sostanze pericolose, alle comunicazioni e integrazione delle banche dati. I settori interessanti sono moltissimi.
E l’Europa? Il capitale di partenza è per fortuna adeguato; basta riorientare uomini, mezzi e strutture alle nuove esigenze e magari far funzionare meglio carrozzoni paralizzati dalla burocrazia. Anche in termini di collaborazione tra strutture di intelligence e di polizia europee si registrano positivi passi avanti. Tuttavia, se è difficile parlare di una politica comune per la difesa, è ancora più arduo tentare qualcosa del genere nel comparto sicurezza, almeno sul versante delle tecnologie. Perché tradizionalmente in Europa si spende tanto per il personale, ma poco per i mezzi, il rinnovamento dei materiali, la ricerca di nuove tecnologie. Si parla di un programma Ue che dovrebbe portare a investimenti coordinati per circa 2 miliardi di euro, ma diluiti negli anni. Ci sono anche industrie che hanno seguito l’esempio americano, hanno creato apposite divisioni per utilizzare in modo nuovo il loro know-how militare, comprato società specializzate e sottoscritto alleanze, anche i soliti noti israeliani. Tuttavia, se l’Europa spende poco e continua a procedere in ordine sparso, utilizzando male anche le proprie risorse (e attenzione, il costo degli apparati di sicurezza interni è enorme in Europa, forse più che negli Usa) rischiamo di trovarci nel giro di pochi anni in una situazione di sudditanza nei confronti della grande potenza, magari con l’invito a spendere di più e comprare off the shelf il made in Usa per adeguarci.
Reagire è possibile, basta rendersi conto del problema e imbastire una risposta comune. Un continente che ha vissuto decenni di terrorismo e pagato un prezzo di migliaia di vittime e costi finanziari immensi può anche permettersi di sedersi al tavolo negoziale senza sudditanze reali o psicologiche per stabilire insieme cosa occorre fare per rispondere alla sfida. Per avviare un dialogo però occorre essere credibili: se non si fa nulla allora si legittimano le preoccupazioni di chi vuole cancellare prima possibile le condizioni che resero possibili gli attacchi alle Torri Gemelle.
 

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