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Si salvi (la faccia) chi può

RISK
di Michele Nones
risk n.3 - Febbraio - Maggio 2004

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risk3 Le vicende Parmalat e Cirio hanno appannato l’immagine dell’industria italiana, soprattutto all’estero, riportando alla memoria altri casi clamorosi, come Sir, Efim, Ferruzzi. L’esperienza odierna è molto più grave perché aggiunge all’incapacità la truffa, ma resta a fattor comune un sistema di evidenti connivenze a livello economico, finanziario, politico, istituzionale e dei mass media, oltre che di inefficienti o mancati controlli, che ha prodotto un effetto valanga. La crisi Parmalat, che poteva essere inizialmente sanata a costi sostenibili, si è incancrenita, arrivando a pesare per un valore prossimo alle nostre spese per la difesa. In altri termini, abbiamo buttato via una quota del Pil che avrebbe consentito di far fronte per un triennio alla richiesta di aumentare le risorse per la nostra difesa. Ma la cosa più grave resta il danno d’immagine, che rischia di pesare come un macigno sull’evoluzione dei grandi gruppi industriali italiani, compresi quelli operanti nell’aerospazio e difesa. Una delle conseguenze più preoccupanti potrebbe essere un atteggiamento più cauto, se non di sfiducia, da parte degli investitori italiani e stranieri verso il processo di privatizzazione delle attività ancora partecipate dallo Stato (non va dimenticato che Fincantieri è ancora controllata totalmente, mentre Finmeccanica lo è per un terzo, e che la concentrazione di Finmeccanica nell’aerospazio e difesa passa attraverso la riorganizzazione delle sue attività civili in una nuova prospettiva comunque privata); da parte dei gruppi industriali esteri coi quali l’industria italiana sta collaborando o sta per iniziare a collaborare (oltre alle joint-ventures già costituite nell’elicotteristica, elettronica per la difesa, missilistica e ai programmi congiunti in campo aeronautico, navale, siluristico, altre joint-ventures sono in via definizione in avionica, comunicazioni, spazio).
È infatti evidente che nell’ottica di queste iniziative pesano non solo le caratteristiche e le capacità delle imprese coinvolte e dei loro dirigenti, ma anche quelle del sistema-Paese. Di qui la necessità di un ulteriore sforzo per valorizzare anche l’immagine positiva di quei settori e di quei gruppi che, più lontani dai riflettori dei mass media (anche perchè meno interessanti sotto il profilo degli investimenti pubblicitari), rappresentano una delle risorse più importanti del nostro Paese. Fra essi si collocano anche molte delle imprese dell’aerospazio e difesa. La conferma della loro validità sul piano delle capacità tecnologiche e industriali è dimostrabile sotto quattro angoli visuali:
1. La disponibilità dei grandi players internazionali a concentrare segmenti di attività in società congiunte insieme a partners italiani, accettando condizioni di pariteticità e, in qualche caso, anche di non leadership.
2. La disponibilità degli stessi a riconoscere ruoli importanti alle imprese italiane in molti programmi di collaborazione intergovernativa. È evidente che il principio cost sharing – work sharing avvantaggia l’industria italiana, ma questo avviene più sul piano quantitativo che qualitativo. L’assegnazione di parti anche critiche di un progetto corrisponde, invece, a un riconoscimento di capacità progettuali e costruttive.
3. La capacità delle imprese italiane di realizzare mezzi e sistemi complessi, nonostante le sue limitate dimensioni. Questa possibilità è sempre più limitata, come per gli altri Paesi, all’attività progettuale e di integrazione, ma ancora oggi siamo in grado di sviluppare nuovi elicotteri, velivoli da addestramento, velivoli non pilotati, satelliti per comunicazioni e per osservazione, navi di superficie, siluri, sistemi di comunicazione, sistemi di comando e controllo. Pur essendo il più piccolo dei quattro grandi Paesi europei, dimostriamo di essere capaci di produrre validi equipaggiamenti, pur dovendo contare su limitati investimenti da parte della Difesa.
4. La capacità delle imprese italiane di acquisire commesse all’estero o, comunque, di arrivare nelle short list o di essere selezionate sotto il profilo tecnico ed economico da importanti clienti, anche se poi i risultati sono stati sinora modesti perché alla fine conta di più il sistema-Paese e la sua capacità di offrire pacchetti integrati, di esercitare un’adeguata pressione e di essere credibile nell’assicurare la fornitura e la successiva assistenza senza eccessivi fardelli burocratici.
Ovviamente non mancano segmenti che restano fuori da questi «parametri», ma nel suo complesso il settore dell’aerospazio e difesa rappresenta uno dei nostri asset più importanti e qualificanti. Questo risultato è stato costruito in anni e anni di impegno del personale e di sostegno da parte delle Forze Armate e di altre amministrazioni coinvolte (Attività Produttive ed Esteri in primo luogo), ma è anche il risultato di una classe di manager che si occupano e preoccupano delle loro aziende, avendo ben chiaro che al primo posto deve essere messa la salvaguardia e lo sviluppo delle capacità tecnologiche e produttive. È in questo approccio «ingegneristico» che sta una delle peculiarità e uno dei punti di forza del settore, e anche una delle ragioni per cui è riuscito a formare manager in grado di misurarsi con la sfida della competizione internazionale. Oggi il processo di internazionalizzazione richiede anche nuove capacità e risorse e un maggiore grado di permeabilità da e verso gli altri settori, ma è questo uno dei punti di partenza su cui cercare di rafforzare l’immagine di un’Italia che lavora seriamente ed efficacemente.

 

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