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Da Ben Gurion al modello Manhattan

RISK
di Amotz Asa-El
risk n.3 - Febbraio - Maggio 2004

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risk3 Al suo primo incontro con Golda Meir, l’allora presidente americano Nixon – immerso fino al collo nei suoi insuccessi militari in Vietnam – chiese scherzosamente al premier israeliano se poteva prestargli qualcuno dei suoi celebri generali. La settantunenne donna, che a quel tempo – dopo la morte di Levi Eshkol – si era trovata alla guida di una degli eserciti più vittoriosi del mondo, decise di stare al gioco, e rispose di essere pronta a esaudire la richiesta di Nixon. «Quali vorrebbe dei mei generali?», chiese al presidente americano. Dapprima un po’ sorpreso, presto Nixon ribatté argutamente: «Voglio Dayan e Sharon». La Meir acconsentì, ma aggiunse che anche lei voleva due dei generali di Nixon. Divertito, dato che i suoi generali non vincevano nessuna guerra in quel momento, Nixon domandò quali dei suoi generali la Vecchia Signora volesse, al che lei rispose: «Ho bisogno di General Electric e di General Motors». Quale che sia la veridicità di questa storiella, essa è indicativa di un’era in cui le vittorie militari di Israele contrastavano con le sue performance economiche, e mettevano in ombra i successi nella risoluzione delle sconfortanti sfide sociali, culturali, diplomatiche che lo Stato ebraico dovette affrontare sin dalla sua nascita.
Economia. Costretti a sfamare, sistemare e occupare quasi un milione di nuovi arrivati non specializzati, i padri fondatori di Israele commisero quelli che oggi vengono considerati dei madornali errori. Da ardenti socialisti con scarsa fede nella capacità del mercato, offrirono cospicui incentivi per indurre gli investitori a creare industrie che richiedevano lavoro intensivo in città sperdute; imposero pesanti dazi d’importazione, presupponendo che fosse la maniera per rifilare prodotti locali di bassa qualità ai consumatori; e investirono in alloggi molto più che in infrastrutture. Contemporaneamente, costruirono e conservarono monopoli di pubblici servizi, e insistettero che i sindacati statali e dei lavoratori fossero proprietari e gestori di oltre metà dell’economia. Negli anni Sessanta, di fronte all’esplosione del deficit, il governo di Levi Eshkol iniziò a rettificare parte di questa situazione, abbattendo alcuni dazi e tagliando la spesa pubblica. La vittoria del 1967 nella guerra dei Sei giorni, tuttavia, rese Israele ancora più dipendente da politiche economiche errate, perché l’euforia della vittoria scatenò un boom edilizio e un afflusso di lavoratori a cottimo palestinesi che creò un’illusione di prosperità. Quando poi arrivarono le guerre del 1973 e del 1982, le spese militari di Israele divennero così imponenti e la sua inefficienza economica così acuta, che di lì al 1984 la moneta israeliana stava crollando sotto il peso di un’inflazione del 400%. Fu allora che in Israele - sotto la leadership del primo ministro Shimon Peres – fu introdotto il primo di due fondamentali piani di riabilitazione economica. Il secondo è quella lanciato quest’anno da Ariel Sharon e dal suo ministro della Finanze, Benjamin Netanyahu. Tornando a Peres, egli tagliò i salari e congelò le assunzioni del settore pubblico, abolì i sussidi per gli alimenti di base, permise alla Banca di Israele di fissare indipendentemente i tassi d’interesse, e coniò una nuova moneta. Il risultato fu il ristabilimento della stabilità monetaria, e un graduale ritorno della crescita, che permise alla massiccia immigrazione del decennio successivo non solo di integrarsi regolarmente nell’economia, ma di farla crescere in modo così accentuato che il prodotto pro-capite israeliano divenne diverse volte maggiore di quello di alcuni Paesi dell’Unione europea.
Dopo lo scoppio dell’ultimo ciclo di violenza arabo-israeliana nel 2000, l’economia di Israele è precipitata nella sua peggiore recessione, che ha fatto capire al governo che è necessario adottare misure drastiche per sostenere l’economia. Ecco perché Sharon, che nei 30 anni della sua carriera politica era stato generalmente un sostenitore di una cospicua presenza statale, adesso ha sovrinteso a una massiccio taglio della rete di sicurezza sociale, inclusi tagli profondi alle sovvenzioni familiari e ai salari per madri single, disabili e anziani, così come all’innalzamento dell’età pensionabile di due anni per gli uomini e quattro per le donne.

Inoltre, Sharon e Netanyahu stanno tagliando le tasse, vendendo le banche di proprietà statale, completando la privatizzazione del monopolio telefonico e imponendo la concorrenza a numerosi servizi pubblici. In sostanza Israele – dove persino gli ultra-socialisti kibbutzim sono stati privatizzati – non è più socialista. La comparsa di un profilo urbanistico che ricorda Manhattan a Tel Aviv, la proliferazione dei grandi centri commerciali all’americana, di complessi teatrali e fast-food, il rapido sviluppo di un sistema veloce di trasporto su rotaie e di una rete autostradale elaborata piena di massicci ponti, tunnel e incroci intricati fa sì che molti si chiedano se Israele non stia diventando un New Jersey mediorientale, sommerso da capitalismo e consumismo, e svuotato della solidarietà sociale per cui un tempo lo Stato ebraico era celebre. Ma la trasformazione più sorprendente che Israele ha attraversato non è economica, bensì etnica.

Profilo etnico. Nel 1950, scoppiarono dei disordini spontanei a opera di immigranti dal Marocco nella città portuale di Haifa. I danni furono così cospicui, e l’espressione della rabbia dei facinorosi così violenta, che i politici, gli esperti e i media ammisero ciò che fino ad allora era stato negato, cioè che esisteva un serio attrito tra i fondatori di Israele di origine europea e il proletariato, in stragrande maggioranza di origine mediorientale. Quando il sionismo fu concepito alla fine del Diciannovesimo secolo, circa il 90% dell’ebraismo mondiale risiedeva in Europa e in America. Tuttavia, dopo l’Olocausto la percentuale di ebrei mediorientali crebbe notevolmente. Negli anni Cinquanta, la maggior parte di essi vennero espulsi dai governi arabi, e finirono in Israele. Di lì agli anni Settanta le statistiche indicavano che era questione di pochi anni prima che gli israeliani europei divenissero una minoranza nel Paese che avevano fondato. Al contempo, la tensione rimaneva elevata. Gli ebrei mediorientali inizialmente non possedevano educazione avanzata e difficilmente li si trovava in posizioni chiave nell’industria, nel business, nel mondo accademico, nel governo, nell’esercito, nei media, nelle arti e nella libera professione. Con il crescere del numero di ebrei mediorientali, aumentarono le paure che il vecchio sogno di Ben Gurion di fondere assieme le svariate tribù d’Israele non si sarebbe mai realizzato. Da allora, però, la situazione etnica di Israele è cambiata radicalmente. In primo luogo, la nuova educazione della giovane generazione di non europei ha inziato a dare i suoi frutti, e il loro numero nelle posizioni più elevate ha iniziato a crescere. Nel 1990 quasi la metà di ministri, sindaci, e deputati non erano di origine europea. Oggi il presidente, il ministro degli Esteri, il ministro della Difesa, e il comandante dell’aviazione sono tra i molti non europei che popolano l’élite di Israele. Inoltre, la percentuale di matrimoni tra israeliani di origine europea e mediorientale è in continua crescita. Negli anni Novanta, tuttavia, il settore di origine europea ebbe un inaspettato incremento, con l’arrivo di quasi un milione di nuovi immigrati dall’ex Unione Sovietica. Inizialmente il successo dei cosiddetti «russi» come imprenditori, e la loro onnipresenza come medici, ingegneri e accademici accelerarono la loro ascesa sociale, ed era difficile nascondere l’invidia per i loro successi. Ma i nuovi immigrati hanno fatto la cosa più efficace che un immigrato può fare per amalgamarsi all’interno della società israeliana: sono divenuti parte delle unità da combattimento dell’esercito. Oggi, la loro percentuale tra i giovani ufficiali è il doppio rispetto a quella della popolazione complessiva. Tuttavia, se i nuovi immigrati hanno rapidamente acquisito la lingua, le norme, e i benefici dello Stato israeliano, la condivisione della loro eredità culturale è stata lenta. Gli israeliani russofoni hanno la loro subcultura. Migliaia di giovani coltivano ancora la loro cultura russa. Gli immigrati russi, certamente, hanno ricordato alla cultura israeliana del suo discutibile provincialismo. Al contempo, essi hanno imparato l’ebraico e stanno contribuendo all’ulteriore sviluppo del potere e della sofisticatezza dell’antica lingua. Cucire assieme quello che sinora è stato realizzato nello sviluppo di una cultura israeliana autoctona con il bagaglio mondano degli immigranti è quindi oggi un altro fondamentale obiettivo per la società israeliana. Questo grande incontro avviene però entro i confini di un contesto secolare, occidentalizzato. Non è però il caso della sfida alla coesione culturale israeliana rappresentata dagli ultra-ortodossi. Israele fu fondato in gran parte da laici, alcuni ardentemente atei e anti-religiosi. Tuttavia, erano persone abbastanza accorte da capire che per mantenere stabilità politica dovevano sistemare anche quel quarto di israeliani ancora osservanti. Lo fecero, ma dividendo il potere solo con i partiti degli ortodossi moderni, che servivano nell’esercito e alla loro fede nel sionismo associavano la loro teologia ebraica. Gli ultra-ortodossi, che non credevano nel sionismo e in genere evitavano di mandare i figli nell’esercito, non erano inclusi nel governo. Tutto questo cambiò quando Menachem Begin nel 1977 andò al potere. Non solo Begin ammise gli ultra-ortodossi nella coalizione, ma diede loro posizioni di governo che offrivano facile accesso ai fondi statali. In due decenni gli ultra-ortodossi si sono moltiplicati, controllando quasi un quinto dei parlamentari, e sponsorizzando centinaia di accademie religiose finanziate con fondi statali, così come dozzine di quartieri di nuova costruzione in tutto il Paese. A livello legislativo gli ultra-ortodossi hanno protetto le proibizioni del commercio di sabato e si sono opposti agli sforzi di allentare le restrizioni all’immigrazione, cercando di impedire l’entrata di mezzi ebrei e non ebrei. Tutto questo ha generato tensioni, tra secolari e religiosi, che alcuni ritengono possano un giorno fare a pezzi il Paese. Intanto la popolazione laica è divenuta intollerante con gli ultra-ortodossi. L’anno scorso Ariel Sharon ha deciso di porre fine a questa situazione, escludendo gli ultra-ortodossi dalla sua coalizione. Si è trattato di una svolta fondamentale nella storia politica di Israele. Adesso, all’opposizione per la prima volta in più di un quarto di secolo, gli ultra-ortodossi si sono dati a una riflessione spirituale.

Gli ultra-ortodossi israeliani prestano sempre più spesso servizio nell’esercito, in quello che è chiaramente uno sforzo crescente per smettere di dipendere dallo Stato per il sostentamento, e acquisire maggiore legittimità agli occhi della maggioranza dei cittadini. La maggioranza laica, al contempo, ha imparato a rispettare i valori della comunità ultra-ortodossa in seguito al ruolo cruciale che questa ha giocato nel prestare soccorso alle vittime degli attacchi terroristici. Il successo di Ariel Sharon nell’escludere dalla propria coalizione gli ultra-ortodossi non sarebbe stato possibile senza lo spettacolare successo del partito centrista Shinui alle ultime elezioni, dove ha conquistato il 13% dell’elettorato. La conseguente creazione di una coalizione senza i partiti ultra-ortodossi - e più stabile di qualsiasi governo israeliano degli ultimi 30 anni - può essere un indicatore dell’emergere di una nuova era di stabilità politica. Tale transizione è credibile non solo in termini di meccanismo politico, ma anche a livello sociale, per l’aggiunta improvvisa di un milione di immigrati laici al paesaggio politico israeliano.

La rinascita laica israeliana porta con sé anche un nuovo pragmatismo ideologico. Il sostegno schiacciante per il piano di Sharon di separazione unilaterale dai palestinesi riflette l’abbandono delle ideologie utopistiche, tanto della destra che della sinistra, che hanno dominato il dibattito politico israeliano dal 1967. La maggioranza degli israeliani oggi ritiene che tanto il Grande Israele che i programmi di land for peace si sono dimostrati nella realtà egualmente impraticabili. Tuttavia, il fatto che stia emergendo un consenso dopo quasi due generazioni di futili dibattiti ideologici e schermaglie politiche, non è ancora il segno di un reinventato sistema politico. Perché questo accada, il parlamento israeliano dovrebbe essere eletto almeno parzialmente su una base regionale, anziché proporzionalista. In questo modo, i premier sarebbero responsabili verso una circoscrizione locale, ciò che spingerebbero i legislatori a preoccuparsi di più dei problemi interni, ignorati in un decennio durante il quale il dibattito politico è stato dominato dal conflitto arabo-israeliano. Ciò detto, è ovvio che il conflitto rimane cruciale. La buona notizia su questo fronte è che l’isolamento globale in cui Israele versava nell’epoca della guerra Fredda è ormai storia passata. Dal 1990 Israele ha stabilito relazioni diplomatiche e commerciali piene e vibranti con la Russia, la Cina, l’India, la Turchia e praticamente l’intero mondo, eccetto una manciata di Stati arabi e musulmani. Le sole nazioni importanti con cui Israele non ha relazioni diplomatiche sono l’Iran, l’Indonesia, la Malesia e l’Arabia Saudita. Tuttavia, il rifiuto di cui è oggetto Israele nella sua regione resta una difficoltà strategica fondamentale. Per il momento gli israeliani sono consapevoli del fatto che il «Nuovo Medio Oriente» di cui era solito parlare Shimon Peres non è una prospettiva realistica, perché i regimi arabi rigettano il vangelo regionalista dell’Europa occidentale e del Nord America. La barriera di separazione che il pubblico israeliano ha chiesto e ottenuto non è dunque esclusivamente parte di uno sforzo di autodifesa; è l’affermazione della disillusione sulla prospettiva di un Medio Oriente che abbracci i valori occidentali di libertà politica, pluralismo culturale, mobilità sociale, e armonia regionale. Gli israeliani, pertanto, stanno costruendo la barriera all’Est, per guardare al loro Occidente, proprio come i berlinesi occidentali facevano quando il blocco orientale era intatto. Tuttavia, anche dopo che, tra un anno, la barriera attorno a loro sarà completata, gli israeliani dovrebbero ricordare che il loro obiettivo finale deve essere entrare a far parte del Medio Oriente – anche se soltanto quando questo sarà mutato dall’interno.

(Traduzione dall’inglese di Mario Rimini)
 

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