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Luci e ombre di Netanyahu il liberista

RISK
di Sergio I. Minerbi
risk n.3 - Febbraio - Maggio 2004

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risk3 Due avvenimenti quasi simultanei hanno messo in crisi l’economia israeliana nel 2000: il crollo del Nasdaq, la borsa tecnologica di New York, e l’inizio dell’Intifada palestinese nel settembre dello stesso anno. La concomitanza dei due avvenimenti ha esacerbato le ripercussioni negative sull’economia israeliana. Alla fine del 2003, si cominciano però a scorgere i primi segnali di un’inversione di tendenza. Mentre la disoccupazione aumenta e rischia di raggiungere le 300 mila unità, le esportazioni industriali sono in netto progresso anche in seguito alla rivalutazione dell’euro rispetto al dollaro, valuta di riferimento in Israele. Il governo israeliano attuale, con Benyamin Netanyahu come ministro del Tesoro, ha frenato bruscamente le spese governative per tentare di riportare il deficit di bilancio a livelli prossimi a quelli europei. Se nel 2003 il deficit statale è stato pari al 5,6% del Pil - ossia 28 miliardi di shekel - nel 2004 esso dovrebbe scendere al 4% del Pil, poichè il bilancio è stato decuratato di 20 miliardi di shekel, raggiungendo un totale di 255 miliardi (1 euro è pari a 5,5731 shekel).
Le prime conseguenze sono state dolorose soprattutto per i ceti meno abbienti, poiché hanno aumentato il divario sociale, già notevole. Tramonta così lo Stato vagamente socialista ed è a rischio perfino il welfare State. L’inflazione, che anni fa fu gravissima, è stata del tutto debellata dalla recessione. Per la prima volta nella storia dello Stato, creato nel 1948, i prezzi al consumo nel 2003 sono scesi del 2%. Dopo tre anni di recessione si può ora individuare un cambiamento di tendenza, dopo la stabilizzazione appaiono i primi segni di crescita, sebbene graduale e ancora incerta. Gli indicatori mensili, come per esempio l’indice composito, danno un buon quadro del trend, mostrando un miglioramento per gli ultimi tre mesi del 2003. Per la prima volta negli ultimi tre anni, la produzione industriale è in aumento, come anche il fatturato del commercio e dei servizi. È aumentato anche il turismo.
Pil in crescita. Secondo le statistiche pubblicate alla fine del 2003, la crescita del Pil nel 2003 è giunta all’1,2%, e l’incremento del settore degli affari è stato dell’1,3%. Queste crescite sono però inferiori all’aumento della popolazione, e quindi il Pil pro capite è tuttora negativo. Nella prima metà dell’anno 2003 l’aumento del Pil è stato dell’1,2% mentre nella seconda metà è stato dell’1,7%. Tutti gli indicatori segnalano una ripresa molto più rapida nella seconda metà del 2003. Il Pil potrebbe aumentare nell’anno 2004 del 3% annuo, ma ciò sembra dipendere da una calma nel campo della sicurezza che si potrà ottenere solo con un progresso verso la soluzione politica del conflitto.
La popolazione israeliana è aumentata nel 2003 dell’ 1,8 % e quindi il Pil pro-capite è diminuito di 0,6 punti percentuale, raggiungendo i 16.300 dollari annui, ossia il livello del 1996. Il Pil pro capite scende così per tre anni di seguito, mentre nei Paesi occidentali è in aumento: si accresce quindi il divario fra Israele e i Paesi sviluppati. I miglioramenti percentuali avvenuti nel 2003 si riferiscono a una base più limitata, e non si è ancora tornati ai risultati ottenuti nell’anno 2000. I consumi privati erano stagnanti nel 2002, mentre nel 2003 si registra un loro modesto aumento del 2% nella media annuale, sebbene durante l’anno la diminuzione fosse stata cospicua; il pubblico compra meno veicoli (-5%), mobili, apparecchi televisivi, va meno al ristorante e soprattutto compra meno appartamenti nuovi.
La politica del governo. Secondo Karnit Frug , direttrice della ricerca della Banca d’Israele, ciò che è cambiato drammaticamente è il comportamento del governo rispetto agli anni precedenti, durante i quali i consumi governativi sono aumentati ininterrottamente. La percentuale dei consumi pubblici nel Pil sta ora scendendo. Il cambiamento è molto importante, perché il governo dimostra di saper controllare le sue spese. «Abbiamo sorpassato il punto più basso della crisi, ma non sappiamo ancora quale sarà la velocità della ripresa». Secondo Nehemia Strassler, del quotidano Ha’aretz, la nomina di Benyamin Netanyahu a ministro del Tesoro nel febbraio 2003, ha cambiato positivamente l’atmosfera economica. Grazie alle garanzie americane per 9 miliardi di dollari, Netanyahu è riuscito a bloccare la tendenza verso un’ulteriore recessione, e a stabilizzare i mercati finanziari; ha tagliato 9 miliardi di shekel dal bilancio governativo; ha diminuito il peso relativo del settore pubblico; ha promesso una riforma fiscale, e parla di un’economia libera. Il pubblico gli ha creduto, ma gli imprenditori continuano a preoccuparsi per la recessione, i fallimenti e i licenziamenti. I sussidi governativi che garantiscono un introito minimo ai cittadini, costituivano uno stimolo negativo al lavoro. Anche gli assegni familiari distribuiti secondo il numero dei bambini, erano un incentivo ad aumentare le dimensioni della famiglia e nello stesso tempo uno stimolo a non lavorare.

Il 2003 sarà ricordato come l’anno del cambiamento dalla recessione alla crescita lenta, nonché l’anno della fine della guerra in Iraq e della cattura di Saddam Hussein. Gli introiti fiscali sono calati drasticamente inizialmente, ma nell’ultimo trimestre si è verificato un netto miglioramento, indicatore della ripresa generale. Le previsioni per il futuro sono rese difficili dai fattori esogeni, in primissimo luogo dalle incertezze sul processo di pace che può provocare dei cambiamenti soprattutto per quanto riguarda gli investimenti. Il risveglio degli investimenti è condizionato infatti dalla situazione geopolitica. Il tasso di interesse fissato dalla Banca d’Israele continua a scendere poiché l’inflazione è scomparsa, ed è anzi diventata negativa, né si teme che possa riprendere poiché ci sono nell’industria grandi potenzialità produttive non sfruttate. Il tasso di cambio del dollaro è piuttosto basso, a quota 4,40 shekel per 1 dollaro. La manovra di bilancio voluta dal governo non incoraggia la crescita e diminuisce la propensione a spendere.
Export. La crescita del Pil nel 2003 è dovuta soprattutto all’incremento delle esportazioni industriali, salite del 5,5%, ma per il momento l’economia in generale non ne ha ancora risentito, mentre negli altri settori continuano la recessione e i licenziamenti. Le esportazioni hanno subìto un incremento del 3,9% nella prima metà del 2003 e dell’ 8,1% nella seconda metà. Se anche nel 2004 la crescita raggiungerà il 2,5-3% come alcuni prevedono, all’inizio non aumenterà il numero degli occupati, perché i datori di lavoro non si affretteranno a ingaggiare nuovi salariati. Il divario fra ricchi e poveri aumenterà. Se e quando la crescita raggiungerà il 5 % annuo, si potrà constatare una diminuzione della disoccupazione. Le esportazioni industriali sono aumentate nella prima parte dell’anno 2003 e successivamente si sono stabilizzate. Fra i maggiori esportatori notiamo la Iai - Israel aircraft industries, e la Teva, che esporta prodotti farmaceutici. Se l’orizzonte politico si schiarirà, le esportazioni industriali aumenteranno nel 2004 del 6-6,4 %, ossia più delle previsioni mondiali del Fondo monetario internazionale, che sono del 5,5%. Negli anni Novanta le esportazioni israeliane sono aumentate in termini reali del 9-10 % annuo. Ci si domanda di quanto potrà aumentare l’export industriale. Esaminando le tendenze delle importazioni provenienti dagli Stati Uniti e dall’Europa negli stessi settori delle esportazioni, si scopre che le esportazioni israeliane non reagiscono con sufficiente velocità. Quindi soprattutto verso l’Europa aumenta il divario fra importazioni e esportazioni. Si può ritenere che ci siano delle ragioni politiche come per esempio le tendenze anti-israeliane diffuse in Europa dalla stampa europea. Un altro elemento negativo è dovuto alla situazione della sicurezza, che riduce fortemente le visite di uomini d’affari europei. Si può notare che il divario fra importazioni ed esportazioni dello stesso settore si è acuito nel periodo dell’Intifada. Alcuni temono che si verifichi lo scenario peggiore, secondo il quale la ripresa economica mondiale non avrebbe ripercussioni in Israele.
High tech. Dopo due anni di crisi nell’high tech israeliano, con perdite del 20%, si verifica una ripresa nell’elettronica e nel software. Il 2003 conserva però in media lo stesso livello di produzione dell’anno precedente, con un netto aumento negli ultimi mesi. Nel 2003 le vendite del settore high tech hanno raggiunto i 12,98 miliardi dollari, ossia un aumento dell’11%, negli equipaggiamenti medici (raggiungendo 897 milioni di dollari), del 2,8% nel settore della difesa (1,59 miliardi di dollari), e negli equipaggiamenti industriali dell’1,1 % (1,48 miliardi di dollari). Sono stati assunti 300 nuovi lavoratori dopo il licenziamento di 1.100, secondo Uri Har, che dirige il settore elettronico della Manufacturers association (la Confindustria locale). Le esportazioni hanno raggiunto un totale di 10,68 miliardi dollari, come nell’anno precedente. Nel settore delle telecomunicazioni c’è stato un periodo di crisi mondiale e le esportazioni sono scese del 7,1%, a 2,28 miliardi di dollari. Sorge il dubbio che la crescita determinata dall’export di high tech lasci in disparte l’economia locale, creando una specie di doppia economia come già avvenne negli anni 1999-2000.

Industria alimentare. Un indice del quotidiano economico Globes mostra un netto peggioramento alla fine del 2003. Il 22,7% delle società israeliane si trovano in difficoltà e non si sa come riusciranno a uscirne. L’indice di rischio dell’economia mostra che le probabilità di sopravvivenza di una società oggi sono fortemente diminuite rispetto al 1999. È sceso anche l’indice della forza finanziaria delle società. Arik Reichmann, Direttore della Tnuva, sostiene che l’industria alimentare e soprattutto quella dei latticini è un ottimo barometro della vera situazione economica. La crescita high tech non si ripercuote sulla popolazione in generale. In un anno di crescita, aumenta il mercato dei latticini del 3-4%, ossia circa in misura pari all’aumento demografico. Nel 2003 non c’è stata crescita nonostante l’aumento della popolazione, quindi la crescita pro capite è negativa. In novembre-dicembre si è verificato un ulteriore peggioramento. Il 2003 è stato l’anno peggiore dall’inizio dell’Intifada. Non c’è precedente a una recessione così lunga. La società israeliana è scissa a livello politico fra coloro che crititicano l’occupazione dei territori e coloro che la ritengono un male minore; i divari sociali aumentano, e ciò approfondisce la crisi. Anche i ceti medi si stanno impoverendo. Netanyahu non potrà riuscire a risanare l’economia senza un processo di pace che è indispensabile per la ripresa.
La Borsa. L’anno 2003 è stato molto fruttuoso per la Borsa di Tel Aviv, che ha visto aumentare il valore delle azioni del 50% fino a giungere a un valore complessivo di 300 miliardi di shekel, il valore più alto nell’ultimo decennio. Un’azione si è distinta: la Teva, alla quale si attribuisce il 20% dell’incremento totale. L’indice Tel Aviv 25 è aumentato del 52,4% mentre era sceso del 31,7% nell’anno 2002, l’indice delle azioni tecnologiche Teltech è aumentato del 118,9% invece della discesa del 42,5% nell’anno precedente. Aumentato il volume delle transazioni, che è giunto a una media annuale di 360 milioni di shekel. Le società hanno trovato in Borsa 13,5 miliardi di shekel per finanziare le proprie attività. Nel 2003 sono tornati gli investitori esteri per un totale di 190 milioni di dollari dopo quattro anni di assenza. Oggi la pressione fiscale è maggiore sulle azioni straniere, ciò che incoraggia l’acquisto di azioni israeliane, ma nel 2005 il fisco esigerà la stessa imposta sulle azioni israeliane e su quelle straniere .Ci sarà quindi il pericolo che si passi dalle azioni israeliane a quelle straniere.
Investimenti. Continua la diminuzione degli investimenti, scesi nel 2003 del 4%. Il volume degli investimenti nell’economia israeliana ammonta negli ultimi anni in media al 18% del Pil, cioè circa 18 miliardi dollari. Negli ultimi tre anni si è verificata una discesa del 30% negli investimenti nell’industria : la discesa più forte, nel 2001, fu pari al 20,6%, nel 2002 fu del 4,1%, nel 2003 del 5%. Riflettono tale discesa anche le sovvenzioni governative in base alla legge per l’incoraggiamento degli investimenti. Nel 2000 le sovvenzioni approvate erano di 928 milioni shekel, mentre nel 2003 le autorizzazioni ammontano a 350 milioni di shekel, e nel 2004 il bilancio prevede 273 milioni. In un terzo degli investimenti il ministero dell’Industria partecipa con esoneri fiscali e il governatore della Banca d’Israele, David Klein, preferisce questo incentivo. Le sovvenzioni rappresentano solo il 3% degli investimenti totali. Le zone periferiche saranno le prime a soffrire della mancanza di nuovi investimenti.
La disoccupazione. Oggi il problema della disoccupazione coinvolge soprattutto i ceti meno istruiti. Se la disoccupazione fra coloro che hanno completato gli studi universitari è di circa il 4%, fra coloro che hanno solo nove anni di scolarizzazione o meno essa è del 12%. Nel 2003 è aumentata la percentuale della forza di lavoro, ma simultaneamente è aumentata anche la disoccupazione.

Nel 2003 il 54,3 % della popolazione israeliana al di sopra dei 15 anni è andata a lavorare o ha tentato di farlo, ma nello stesso periodo la disoccupazione è salita alla sua punta massima degli ultimi 11 anni, raggiungendo il 10,7 % della forza di lavoro con 280 mila unità. Le punte piu gravi si riscontrano nel settore arabo e particolarmente fra i beduini. Colpite anche le cittadine periferiche nel Sud d’Israele come Dimona e Kiriat Malachi. Inoltre la presenza di lavoratori stranieri aumenta il numero dei disoccupati. In passato i lavoratori stranieri erano soprattutto palestinesi pendolari, ma in seguito all’Intifada la loro presenza è diminuita fortemente. Sono arrivati invece i romeni, i turchi, i cinesi, i tailandesi che ricevono talvolta salari inferiori al minimo legale israeliano, causando quindi l’uscita di 35 mila israeliani dal settore edilizio. Di questi, i due terzi erano arabi israeliani. Se continuerà la riduzione del numero dei lavoratori stranieri, la disoccupazione israeliana si stabilizzerà sul 10% annuo, tasso che potrebbe aumentare se il numero dei lavoratori stranieri rimanesse al livello attuale. La Banca d’Israele suggerisce di limitare la quota degli stranieri al 4% della forza lavoro.
Il divario sociale aumenta. Gli assegni familiari della previdenza sociale sono stati decurtati nel nuovo bilancio, come anche le spese militari.

Le conseguenze sociali sono notevoli, poiché 1,32 milioni di israeliani vivono nel 2003 sotto la soglia della povertà e quest’anno aumenteranno a 1,34. Il numero dei bambini poveri oltrepasserà i 660 mila. Ogni quarta famiglia e ogni terzo bambino vivrà al di sotto di tale linea. Il divario fra poveri e ricchi aumenterà poichè i primi saranno più poveri in seguito al taglio degli assegni familiari per i bambini. La previdenza sociale ha pagato di più e ha incassato di meno. Nel 2003, 44 miliardi di shekel sono stati pagati come assegni, mentre solo 33 miliardi sono stati riscossi. 2,201 milioni di bambini hanno ricevuto assegni. I criteri per la distribuzione delle allocazioni ai disoccupati sono peggiorati, e il numero degli assistiti è sceso a 69 mila nel 2003.
Demografia. Secondo l’Ufficio palestinese di statistica, in Israele e nei territori vivono 5,2 milioni di non ebrei, e solo 5,4 milioni di ebrei. Tra dieci anni gli ebrei saranno una minoranza nella grande Israele. La Cisgiordania e Gerusalemme Est hanno una popolazione di 2,3 milioni di palestinesi, nella striscia di Gaza ce ne sono 1,4 milioni, gli arabi israeliani sono 1 milione. In totale, quindi, vi sono 4,7 milioni di palestinesi - e se si aggiungono 250 mila cristiani e drusi e 250 mila lavoratori stranieri si arriva a 5,2 milioni di non ebrei. Il Prof. Arnon Sofer dell’Università di Haifa sostiene che già oggi gli ebrei non sono la maggioranza, poichè 300 mila immigranti dall’ex Unione Sovietica non sono ebrei. Ogni anno nascono 160 mila bambini palestinesi e solo 90 mila bambini ebrei, e alcuni ritengono che ciò rappresenti una catastrofe demografica, più evidente a Gerusalemme, nel Neghev e in Galilea. Nel Neghev vivono 140 mila beduini con una crescita naturale del 5% annuo, in Galilea il 75% della popolazione è araba. Il 47% dei palestinesi nei territori hanno meno di 14 anni, un altro 20% è composto da ragazzi tra i 15 e i 24 anni.
L’Intifada. L’Intifada ha avuto una serie di conseguenze, prima fra tutte il taglio drastico del numero di turisti stranieri venuti in visita in Israele. Inoltre, sono notevolmente aumentate le spese militari e le spese per la vigilanza, tanto che la società Hashemirà è arrivata a 15 mila salariati. Le ripercussioni dovute all’Intifada nel suo primo anno sono state maggiori in alcuni settori come l’edilizia, il turismo e le esportazioni verso i territori palestinesi, che ammontavano all’epoca a 2 miliardi di dollari annui. Nel 2001 si valutava al 3% la perdita del Pil dovuta all’Intifada, mentre un 3 % supplementare fu perduto in seguito allo scoppio della bolla dell’high tech. L’influenza negativa del terrorismo è continuata anche nel 2002 e nel 2003, causando una riduzione degli investimenti e dei consumi privati che ha interessato tutti i settori dell’economia. In un sondaggio che la Banca d’Israele effettua presso 800 società israeliane a ogni trimestre, è stato chiesto quale fosse l’influenza dell’Intifada sulle esportazioni. La maggior parte degli esperti ha risposto che l’influenza negativa esiste, ma essa non è molto importante. Calcolando gli interessi composti, si può dire che nei primi due anni dell’Intifada si è avuta una ripercussione negativa del 10% sul Pil, cui si deve aggiungere l’anno 2003. L’intensità del conflitto coi palestinesi influenzerà sia gli investimenti sia i consumi privati, poichè la propensità a consumare dipende anche da questo fattore. La ripresa dei consumi privati è lenta e quindi non influinsce ancora sul tasso di disoccupazione che è elevato, e che a sua volta si ripercuote negativamente sui consumi privati.
Conclusioni. L’economia israeliana è fondamentalmente sana e ha delle buone probabilità di rilancio. Le luci e le speranze si alternano ai dubbi, poichè la grande incognita rimane quella del conflitto coi palestinesi. L’ultimo progetto di pace lanciato da Sharon, quello della separazione unilaterale, ha almeno il vantaggio di poter essere realizzato anche senza un partner palestinese, che stenta per il momento a emergere. L’economia presenta un bilancio governativo con una percentuale debito-Pil del 4%, delle notevoli capacità tecnologiche, un alto potenziale di crescita, un tasso di sconto finalmente in discesa, pari al 4,8% ma con la prospettiva di ulteriori riduzioni al ritmo del 0,4% mensile, e una richiesta al governo da parte del governatore della Banca d’Israele, David Klein, di aumentare gli investimenti nelle infrastrutture. L’età pensionabile è stata aumentata a 62 anni per le donne e a 67 per gli uomini, riducendo così il deficit dei fondi pensioni. Se il governo manterrà il deficit statale nei parametri fissati, l’uscita dalla recessione sarà lenta ma sicura. Se poi si realizzasse il sogno della pace, il successo diverrebbe una certezza.

 

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