
Le circostanze della creazione dello Stato d’Israele hanno contribuito allo sviluppo delle capacità produttive dell’industria nazionale israeliana degli armamenti. Prima e dopo la creazione dello Stato, i politici d’Israele erano coscienti del grosso squilibrio esistente tra le risorse del loro Paese e quelle dei vicini arabi. In più il costante pericolo per la sopravvivenza dello Stato ha costretto Israele a cercare risorse esterne per le armi e per la tecnologia militare. Ma le richieste d’Israele, sia per le tecnologie che per le armi, spesso sono state rifiutate dai governi occidentali. I persistenti embarghi sulle armi, insieme con l’intensificato riarmo dei Paesi arabi durante gli anni Sessanta, hanno convinto la dirigenza israeliana a lanciare un proprio progetto di produzione di armi. Negli anni Israele ha sviluppato un approccio duale nella politica di approvvigionamento della difesa. Mentre il governo cercava d’inseguire ogni opportunità d’acquisto di armi all’estero, contemporaneamente investiva pesantemente anche nella costruzione di una sofisticata industria militare. Lo scopo era creare un’industria nazionale capace di operare come sostegno logistico in guerra per l’esercito israeliano, facendo velocemente fronte alle sue richieste. L’industria militare avrebbe avuto la possibilità di produrre armi su misura, e di svilupparne di nuove, non disponibili altrove, creando un’avanzata ricerca orientata alla difesa. Una tale industria, inoltre, sarebbe anche diventata una fonte d’impiego e di sviluppo in alcune parti del Paese, nonché una fonte di reddito grazie alle esportazioni. La conseguenza più importante era che evitando ogni futuro embargo sulle armi, Israele sarebbe stato capace di mantenere un esercito più grande, usufruendo allo stesso tempo d’ampia libertà d’azione politica e diplomatica.
I criteri per lo sviluppo della produzione nazionale delle armi sono stati guidati da quattro princìpi chiave: il rifiuto delle potenze straniere di vendere armamenti cruciali; i successi dei ricercatori israeliani che hanno permesso all’esercito israeliano di ottenere un vantaggio decisivo nel campo della guerra convenzionale - in altre parole la guerra elettronica e l’attrezzatura dell’intelligence; i costi più bassi della produzione nazionale, rispetto ai prodotti importati; la produzione dei sistemi d’armi necessari alla deterrenza, che non erano disponibili da altre fonti. La ricerca indipendente, lo sviluppo e la produzione erano così un sostitutivo in grado di liberare Israele dalla totale dipendenza da fornitori stranieri. In conseguenza di ciò, il governo israeliano ha trasferito molte risorse per realizzare un’industria militare indipendente.
Si è costruita un’ampia e completa base di conoscenze nelle università e nei laboratori governativi tramite una rete globale, applicando inoltre prassi come reverse engineering, spionaggio industriale e contrabbando di specialisti e attrezzature in operazioni segrete. Il progetto per il caccia Kifir, per esempio, era basato sul progetto del caccia francese Mirage III, ottenuto segretamente negli anni Sessanta tramite una fonte svizzera. In un’altra operazione degli stessi anni, il ministero della Difesa ha condotto in Israele un esperto in armi da fuoco ed esplosivi, un uomo polacco d’origini ebraiche, che ha contribuito a creare nuovi tipi di armi per l’industria militare israeliana. Il bisogno di una fonte di reddito aggiuntiva e i crescenti costi del nuovo sviluppo hanno spinto all’export di armamenti. La politica liberale dell’esportazione ha aiutato le aziende israeliane ad affermarsi velocemente sul mercato mondiale. Negli ultimi 35 anni, le esportazioni e i contratti sono cresciuti di 80 volte, da 40-70 milioni di dollari negli anni Settanta a 3-4 miliardi di dollari nel 2000.
Il rapido aumento delle entrate ottenute tramite l’esportazione negli anni Ottanta in parte è servito a sovvenzionare i costi della ricerca e sviluppo (R&D) per le nuove armi e a compensare i forti tagli nel bilancio nazionale dedicato a questo settore. La nuova generazione dei missili aria-aria è stata finanziata dalle entrate garantiate della vendita delle armi alla Cina, mentre Singapore e Cile hanno pagato la maggior parte dello sviluppo del missile navale Barak. Il Sud Africa ha finanziato lo sviluppo del primo satellite israeliano di ricognizione e la nuova generazione di missili balistici. L’export delle armi non ha giocato solo un ruolo cruciale nel bilanciamento dello squilibrio commerciale d’Israele, ma ha anche favorito e aiutato gli sforzi della diplomazia israeliana segreta. La vendita di armi e tecnologia - incluso l’uso delle armi come mezzo di corruzione per salvare le comunità ebraiche - è diventata una delle migliori tecniche per ottenere scopi politici. I discreti legami con Cina e India e ancor di più la spiccata alleanza con la Turchia negli anni Ottanta e negli anni Novanta sono ottimi esempi dei forti legami basati su tale cooperazione. Altri Paesi, come ad esempio l’Indonesia, che non hanno relazioni formali con Israele, erano comunque riforniti con i suoi sistemi militari, è ciò ha prodotto un certo livello di dialogo. Gli affari delle esportazioni includevano non solo le armi usate e messe fuori servizio dalle Forze Armate, ma anche le armi sofisticate e in alcuni casi lo scambio di tecnologie e lo sviluppo congiunto delle armi. Anche la disponibilità di armamenti stranieri era influenzata dalle capacità tecnologiche e industriali d’Israele. Più avanzate e indipendenti diventavano, meno restrizioni sull’importazione erano loro imposte, in particolare da parte degli Usa. Paradossalmente, il solo fatto che Israele avesse sviluppato la capacità di produrre simili sistemi d’armamento bastava per sollevare obiezioni sull’esportazione. Sistemi rifiutati nel passato, come gli avanzati missili aria-aria (Amraam), missili a guida termica e attrezzature da guerra elettronica, sono stati in seguito offerti a Israele. La spiegazione di ciò si può trovare solo nel desidero dei produttori americani di rimuovere la rivalità di Israele dal mercato globale.
Pur avendo col tempo ottenuto un maggiore accesso all’arsenale americano, Israele rimaneva soggetto a occasionali embarghi d’armi e a rifiuti di scambi di tecnologia, specialmente negli anni Ottanta. Possibili violazioni delle convenzioni internazionali, come il trattato sulla non-proliferazione nucleare (Npt) oppure del regime di controllo delle tecnologie dei missili (Mtcr), venivano addotte come motivo dei rifiuti americani. Le preoccupazioni americane riguardo le potenziali violazioni sul controllo delle tecnologie missilistiche da parte d’Israele erano rispecchiate in un accordo firmato nel 1992. Nel luglio del 2000 Israele fu obbligato a rifiutare la vendita di sofisticati aerei da ricognizione alla Cina in seguito alla diretta minaccia americana di tagliare l’aiuto militare e degradare le relazioni strategiche. Gli Usa hanno richiesto il diritto di veto su esportazioni d’armi israeliane verso alcuni Paesi - Cina, Russia e India tra gli altri -, una richiesta vista come la più grande minaccia all’industria di difesa di Israele.
La ristrutturazione industriale degli anni Ottanta e Novanta. Nella seconda metà degli anni Ottanta la crisi economica in Israele e la fine della guerra fredda hanno avuto un impatto a lungo termine sull’industria della difesa. Le spese per la difesa si sono ridotte perché il governo cercava di frenare l’iperinflazione attraverso una serie di tagli netti nelle spese nazionali, ciò che incideva sul bilancio dell’esercito. Le Forze Armate hanno comprato meno dall’industria locale, mentre cresceva la domanda delle ordinazioni dal mercato Usa. Venivano approvate le controverse esportazioni di armi a Cile, Sud Africa e Cina nell’intenzione di mantenere il livello di impiego nell’industria e di compensare il forte taglio del bilancio nazionale. Ma le ordinazioni da parte di eserciti stranieri precipitarono dopo il collasso dell’Urss, per cui l’industria militare si è trovata a dover tagliare la propria sovrapproduzione. Inoltre la forze armate si sono allontanate dal made in Israel, optando per prodotti americani pagati attraverso l’aiuto militare degli Usa. Il cambiamento nella politica degli approvvigionamenti dell’esercito in seguito al trattato di pace a Camp David con l’Egitto nel 1979, ha aumentato fortemente la quota di importazioni dagli Usa. L’impegno americano di appoggiare Israele militarmente e diplomaticamente ha convinto i politici d’Israele che un ripetersi dello scenario del 1967, quando la Francia impose un improvviso embargo sulle importazione delle armi a Israele, era altamente improbabile. L’aiuto militare annuo degli Usa a Israele al momento si aggira sui 2 miliardi di dollari, ed è parte integrante del bilancio della difesa d’Israele. Il bilancio continuerà a crescere gradualmente fino a 2,4 miliardi di dollari entro il 2008, mentre l’altra componente, l’aiuto civile americano (Us civilian Aid) cesserà. Comunque, l’aiuto americano va oltre il contributo statale annuale, rivestendo varie altre forme.
La disponibilità di fondi americani ha mostrato le profonde anomalie nella relazione tra l’esercito israeliano, il ministero della Difesa e l’industria militare. Negli anni Cinquanta e Sessanta, il ministero della Difesa era incaricato della pianificazione centrale dell’industrializzazione militare, e questo a sua volta ha influenzato certe decisioni sugli acquisti delle Forze Armate. Negli anni Ottanta, dopo la decisone del ministero della Difesa nel 1979 di dare alle Forze Armate il pieno controllo del bilancio della difesa - inclusi lo sviluppo e l’acquisto delle armi a lungo raggio d’azione - l’esercito ha iniziato ad applicare un principio conosciuto tra gli economisti come «la sovranità del consumatore». Ciò vuol dire che le Forze Armate potevano determinare non solo i propri bisogni, ma anche quanto avrebbero speso e dove. Di conseguenza, le preferenze delle Forze Armate sono prevalse sugli interessi dell’industria nazionale. Le Forze Armate hanno sempre favorito le attrezzature disponibili, e si sono sempre opposte a grossi investimenti in programmi costosi e rischiosi, finanziati attraverso il bilancio della difesa. Gradualmente, le Forze Armate hanno investito sempre meno investito nei progetti di ricerca e sviluppo (R&D), e sempre più in stipendi e pensioni. La cancellazione del progetto sul caccia Lavi nel 1987, sotto forte pressione dell’Aeronautica militare d’Israele e dell’amministrazione americana, ha costituito il momento cruciale nella relazioni tra le Forze armate e l’industria della difesa. Il governo non considerava più l’industria della difesa come il principale fornitore dell’esercito. Il ruolo dell’industria nazionale si era ridotto, limitato ad assicurare alle Forze Armate un margine qualitativo attraverso armi di alta qualità e la dotazione di sistemi power multiplier che garantiscono la superiorità sul campo di battaglia e che non sono disponibili presso altri fornitori.
L’industria ha risentito di questo approccio. Le tre industrie della difesa statali - Industrie aeronautiche israeliane (Iai), Industrie militari israeliane (Imi) e Rafael - hanno riorientato ricerche e interessi produttivi verso gli avanzati sistemi tecnologici e i componenti per i mercati militari e civili. La posizione delle compagnie statali è stata indebolita anche da un aumento delle competitive compagnie della difesa private. Il governo è stato riluttante ad accettare una ristrutturazione decisa del settore statale. Un ostacolo è stato rappresentato dal rifiuto del ministero della Difesa di rinunciare al proprio controllo sulle industrie finché non fosse approvata la legge che salvaguarda gli interessi nazionali, stabilendo le procedure che riguardano possesso, influenze e controllo e stranieri. Comunque, nel 2002 il governo ha completato il processo di incorporazione di Rafael e ha permesso a Iai di comprare il 30% delle azioni di Elisra group. Il ministero delle Finanze ha presentato un piano per la privatizzazione parziale di Iai. La dirigenza di Imi ha iniziato la vendita delle fabbriche e ha intrapreso un altro piano di consolidazione l’anno scorso.
La difesa d’Israele e l’Unione europea. A dispetto delle tensioni che si sono verificate nelle relazioni diplomatiche tra Israele e Ue negli ultimi tre anni, significativi indicatori mostrano un trend inverso nella sfera dei rapporti relativi alla difesa. A luglio, Elbit systems ha annunciato l’acquisizione dell’azienda belga Oep per i prodotti elettro-ottici e le applicazioni spaziali. A novembre, Tadiran communications ha annunciato di aver acquisito il 75% dell’azienda tedesca Racoms, che realizza i prodotti di radio comunicazione per l’armata tedesca. Inoltre Rafael sta negoziando l’acquisto di due aziende in due Paesi dell’Europa occidentale. La strategia che sta alla base di questa politica è chiara: stabilire una presenza nella crescente industria militare europea. Tutte queste acquisizioni riguardano ditte relativamente piccole, impegnate in attività simili, e i cui clienti sono i ministeri europei della Difesa. Le aziende israeliane sperano che tali acquisizioni portino a un aumento significativo della vendita di tecnologie militari agli eserciti europei e forse anche alla Nato. Sinora, le relazioni tra industrie israeliane ed europee si sono limitate ad accordi di cooperazione. L’acquisto di aziende europee specializzate nello sviluppo dei prodotti elettronici per mercati militari e aerospaziali è un passo chiaro nella direzione sostenuta dal ministero della Difesa israeliano di collaborare con l’Europa per farle superare il divario tecnologico con gli Usa. La penetrazione dell’industria della difesa israeliana in Europa rappresenta una nuova politica, che mira a nuovi mercati per l’industria della difesa, ha una capacità produttiva sovrabbondante, e punta sull’obiettivo europeo di eguagliare gli Usa. Perciò, invece di creare semplicemente joint ventures con le aziende europee per la vendita di un singolo prodotto al singolo cliente, le aziende israeliane fanno alleanze strategiche con le analoghe industrie in Europa. Tali alleanze aggirano gli ostacoli che Israele incontra nell’offrire i propri prodotti a tutti gli Stati membri, presenti e futuri, dell’Ue e della Nato.
Israele possiede tecnologie all’avanguardia e capacità utili per le future sfide tecnologiche. Per esempio, Israele è leader mondiale nello sviluppo dei sistemi per la sicurezza delle frontiere, uno dei bisogni strategici identificati dalla Ue in seguito al suo allargamento. Nel giugno del 2003, Israele ha siglato accordi di cooperazione con alcuni dei maggiori Stati europei. Israele e Francia si sono messi d’accordo sulla piena cooperazione nella guerra contro il terrorismo, incluso lo scambio di intelligence, mentre i ministri della Difesa di Israele e Italia hanno firmato un memorandum congiunto sulla difesa, il primo del genere tra i due Paesi, che formalizza la già esistente cooperazione tra le aeronautiche militari delle due nazioni, e include visite reciproche ed esercitazioni congiunte.
La crescita dell’ industria militare israeliana è stata una combinazione della politica e delle circostanze. La consapevolezza del pericolo esistenziale fronteggiato dallo Stato ha portato alla istituzionalizzazione sia psicologica che materiale della centralità del concetto di sicurezza - un approccio rinforzato da vari embarghi e da accordi non rispettati dai fornitori straneri. I politici israeliani hanno incoraggiato la rapida espansione delle industrie statali d’armi e il loro coinvolgimento nella produzione di sofisticati sistemi di armamenti. Successivamente, queste industrie sono diventate il maggiore settore produttivo e tecnologico in Israele. Il cambiamento della politica delle forniture all’esercito israeliano ha interrotto il periodo della «ragion di Stato» dell’industria. Le crescente dipendenza dalle armi americane ha privato le aziende israeliane dei più importanti clienti e committenti, e le ha costrette a fare affidamento su clienti straneri. Il crollo simultaneo delle ordinazioni nazionali e di quelle straniere nei tardi anni Ottanta e all’inizio degli anni Novanta ha rivelato la vulnerabilità dell’industria. La sua debolezza ne ha minacciato la stessa esistenza, spingendo il governo a stabilizzarne la condizione finanziaria. In seguito alle massicce sovvenzioni governative, le industrie statali hanno mostrato segni di recupero nella seconda metà degli anni Novanta, ma permangono grandi interrogativi per quanto riguarda la solvibilità a lungo termine. Le industrie private sono emerse come competitori forti, mentre le Forze Armate hanno continuato a ridurre considerevolmente le commesse ai produttori nazionali. Un modo di salvaguardare la solvibilità a lungo termine dell’ industria militare d’Israele sta nel cercare di promuovere nuovi mercati d’esportazione - e il miglior esempio è l’Europa.
(Traduzione dall’inglese di Luka Bogdanic)