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La doppia colpa dell'Europa

RISK
di Luigi Vittorio Ferraris
risk n.3 - Febbraio - Maggio 2004

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risk3 La situazione geopolitica dell’Italia, Paese europeo nel Mediterraneo, ha dettato i parametri della politica europea verso il Sud del continente e verso il bacino del Mediterraneo. Di questa proposizione non vi era una adeguata, chiara consapevolezza nell’ambito europeo, ove, sebbene non più ora, al Mediterraneo non veniva attribuita una funzione centrale: non era forse il ventre molle del sistema atlantico-europeo? In funzione della inadeguatamente valutata centralità del bacino del Mediterraneo per la sicurezza dell’Europa, il contributo italiano continua a non ottenere grande apprezzamento. Dopo la fine della guerra fredda, non viene compreso appieno che i maggiori rischi di crisi per l’Europa hanno la loro sorgente nel Mediterraneo e attorno al Mediterraneo, dai Balcani al Golfo persico-arabico. Si modificano le priorità mediterranee, ma altrettanto le priorità europee e dell’Alleanza atlantica. Su questo sfondo cerchiamo di collocare i problemi specifici inerenti al conflitto arabo-israeliano o, per essere più precisi, alle prospettive della situazione geopolitica sia di Israele, sia di un futuro, e inevitabile, Stato palestinese. Il conflitto arabo-israeliano nel più ampio quadro mediterraneo viene considerato il fattore di più immediata rilevanza per la diplomazia nelle prospettive di lungo termine della sicurezza complessiva dell’Europa e della sua stabilità, e anzi per il sistema politico internazionale complessivo. Ciò potrebbe apparire esagerato e talvolta suona pretestuoso, se si pensa all’ampiezza dell’area che grava sul Mediterraneo: un’area estesa sino all’Oceano indiano con incidenza diretta sull’Europa attraverso il Mediterraneo. I parametri del conflitto sono ben noti. Ma occorre pur ricordare che le cause del conflitto sono ripartite fra Europa, Israele e mondo arabo (e più tardi palestinese), cui si aggiungono gli Stati Uniti, ma non certo quali responsabili delle cause del conflitto (semmai della sua mancata soluzione).
Quando si affronta il problema del Levante, l’Europa preferisce dimenticare che le radici della crisi in Palestina discendono da responsabilità quasi esclusivamente europee, pur moralmente condivisibili: focolare ebraico promesso nel 1917 dalla Gran Bretagna, spartizione del mondo arabo fra Francia e Gran Bretagna deludendo (o tradendo?) incaute promesse, inadeguatezza britannica a guidare la stabilizzazione in Palestina o in Egitto, tragiche persecuzioni degli ebrei in Europa a opera pur sempre di un Paese europeo, incertezze nell’immediato dopoguerra nei confronti della fuga degli ebrei da un’Europa percepita come nemica, indifferenza per l’ira del mondo arabo di allora, errore franco-britannico nella inutile guerra del 1956 a difesa del canale di Suez. Si aggiunga l’incapacità dell’Onu, largamente influenzata dagli europei, ad assolvere ai suoi impegni di controllo dei conflitti, come per la guerra preventiva di sicurezza di Israele nel 1967. Dopo il 1967 gli errori europei si sono ripetuti, ed eccone alcuni: il riconoscimento della rappresentatività unica di Arafat e quindi l’acquiescenza alla sua azione terroristica, o il disinteresse per le sorti di Israele minacciato di distruzione nella guerra del 1973.
In seguito, con grande pertinacia, orientamenti apparentemente equidistanti, ma nella sostanza più favorevoli alle argomentazioni palestinesi e meno sensibili all’ansia di sicurezza di Israele, condannata a percorrere cammini di azione militare o di ritorsioni senza possibilità di successo duraturo. La vantata imparzialità europea era ed è squilibrata nella sostanza politica a favore della causa palestinese. La stessa espressione, tante volta ripetuta, della «patria per il popolo palestinese» (sanzionata nella Dichiarazione di Venezia del 1980) contiene una illogicità: se si ammette l’esistenza di un popolo palestinese con una propria individualità, il diritto alla patria dovrebbe attuarsi su tutta la Palestina e non limitarsi al modesto territorio rimasto al di fuori dello Stato israeliano delimitato dai confini arbitrarii del 1948-49. Il conflitto è esistenziale, non territoriale. L’Europa crede di poter adoperarsi come mediatore e di poter vantare alcuni apparenti successi. Ma questa funzione è poco efficace in quanto l’Europa non può offrire garanzie per la soluzione della crisi, perché non è considerata credibile, né affidabile da una delle parti in causa – Israele – ed è giudicata debole o condizionata dall’altra parte – i palestinesi.
La conclusione cui si giunge è l’assenza di una politica europea nei confronti della crisi mediorientale. Di qui la modesta incidenza dell’Europa nella regione. Un settore palestinese si rivolge all’Europa principalmente allo scopo di isolare Israele (per esempio con condanne a ripetizione in sede Nazioni Unite). Israele, la cui politica è ispirata al realismo più crudo - per la convinzione che a essere in giuoco sia la stessa sopravvivenza - valuta in modo cinico l’impotenza dell’Europa e preferisce tenerla fuori non solo per mancanza di fiducia nella sua imparzialità, ma ancor più nella convinzione che l’Europa non avrà mai la forza o il coraggio di impegnarsi per portarsi garante di un’eventuale soluzione negoziata. L’Europa viene così estromessa dalla crisi mediorientale, largamente per colpa propria e per l’impossibilità di concordare al proprio interno un atteggiamento univoco. L’Europa sembra condannata a rimanere al margine: ha accettato questo suo ruolo secondario nel processo di Oslo-Madrid e parimenti nelle intese di Camp David-Taba. La stessa azione del cosiddetto «Quartetto», con la partecipazione europea, sfociata nella cosiddetta road map, non altera il quadro. Le fortune della road map vengono affidate agli Stati Uniti: si criticano gli Stati Uniti per quanto fanno o non fanno, ma gli altri membri del Quartetto, a cominciare dall’Ue, sono loro stessi a considerarsi comprimari senza una propria reale influenza. Si criticano gli Stati Uniti, ma si fa appello agli Stati Uniti, quasi fossero un deus ex machina («la pace nelle mani di Bush»). Apprezzabile l’entusiasmo per la cosiddetta «iniziativa di Ginevra», un dettagliato progetto di accordo per esplorare soluzioni, ma il tutto subordinato alla condivisione delle premesse: comunque non sarà quel documento a rimettere in giuoco l’Europa.

Poiché gli europei sono sensibili all’angoscia di una possibile conflitto di civiltà, la fermezza del loro atteggiamento nei confronti del terrorismo internazionale animato dal fondamentalismo islamico ne viene inficiata. L’atteggiamento europeo verso il terrorismo è diverso da quello americano. L’inclinazione europea a «comprendere» scivola poi nel «giustificare» quando si appella ad analisi sociologiche delle motivazioni provocate da ingiustizie sociali o da umiliazioni, anche a causa di sentimenti di colpa post-colonialisti, sino a cadere nell’antiamericanismo strisciante. Atteggiamenti ambigui fra condanna e comprensione non rafforzano la chiarezza di una politica europea in Medio Oriente, benché il terrorismo palestinese abbia un profilo diverso da quello del fondamentalismo islamico, perché persegue un obbiettivo individuabile e politico, sebbene con ricorso a metodi sbagliati e delittuosi. L’Europa, incerta nella propria identità e nei suoi valori universali, dovrebbe meglio riconoscere e promuovere la separazione fra il lecito e l’illecito.
Sulle responsabilità israeliane e palestinesi è stato molto detto e poco serve cercare di tracciare una linea divisoria fra il torto e la ragione. In una sommaria sintesi si possono ricordare alcuni concetti. Gli arabi di Palestina avevano motivi ben validi per non accettare l’insediamento sulla propria terra, occupata legittimamente da centinaia di anni, di estranei, che si richiamavano a un diritto le cui radici erano millenarie ma virtuali. La decisione dell’Onu – oggi si direbbe della comunità internazionale – non furono quindi accettate, ma la guerra condotta per impedire una ingiustizia, di cui i prodromi evidenti si erano avuti già negli anni Trenta con le rivolte arabe, si è conclusa con la sconfitta.

Nella storia non sempre chi ha la ragione dalla propria parte può essere ricompensato con la vittoria in battaglia. Secondo errore: dal 1949 al 1967 quanto restava della Palestina in mano araba veniva annessa dalla Giordania e nessuno nel mondo arabo colse l’occasione per costituirvi uno Stato palestinese: non lo si fece nella convinzione, o meglio nell’illusione di poter riconquistare tutta la Palestina, espungendo Israele: non si doveva subìre il fatto compiuto. Terzo errore: dopo un’altra guerra, nel 1967, attribuibile alla leggerezza egiziana e araba e nuovamente perduta, il rifiuto altezzoso di negoziare – i «tre no» di Khartum – indusse Israele ad avviarsi sul cammino infausto di considerare la Cisgiordania non più un territorio occupato provvisoriamente, bensì una zona di espansione (ed ecco gli insediamenti illegali) e/o una zona cuscinetto da controllare per la propria sicurezza. Quarto errore: dopo un’altra guerra insensata, e ancora una volta perduta, nel 1973, la strada del terrorismo: in una prima fase il terrorismo ha successo e porta al riconoscimento di Arafat e dell’Olp, ma poi nel gioco tragico degli attentati e delle ritorsioni non si distinguono più i martiri dagli assassini. Sugli errori di Israele molto si può dire, perché molti di essi sono altrettanto evidenti: dal non aver cercato con maggiore intensità la via dell’accordo sino alle azioni infelici e di lunga durata in Libano. Con le analisi delle cattive sorti dei molti accordi si verrebbe travolti dal meccanismo infernale dell’attribuzione di colpe, e per ciascuna si potrebbe trovare una giustificazione per la spirale di violenza: aggressività palestinese e brutalità israeliana, confronto aspro fra configgenti ingiustizie. Sull’inaccettabilità della dominazione illegittima israeliana, sovrasta per Israele un fattore, mai abbastanza considerato. Per Israele, un piccolo Stato con un piccolo popolo, circondato da nemici sulla carta molto più forti e certamente più popolosi, la sicurezza fa premio su ogni altra valutazione di legalità internazionale o di opportunità politica. Solo alla forza Israele si affida per sopravvivere non potendosi concedere il lusso di una sconfitta, la quale segnerebbe la fine dello Stato di Israele, ma al tempo stesso la scomparsa del mondo ebraico, che solo in Israele può sentirsi a casa sua, protetto dalle ondate di antisemitismo, che non sembrano mai avere tregua. Proprio per questo non si possono mettere sullo stesso piano attentati suicidi diretti esplicitamente contro civili innocenti da un lato e azioni militari, che, discutibili sin che si vuole, coinvolgono vittime civili ma nell’atto di perseguire responsabili e complici di attentati, i quali nonostante i loro atti criminosi vengono osannati per aver ucciso civili ignari (e non solo in Israele). Non si può passare sotto silenzio il fatto che il fondamentalismo anche violento riceva finanziamenti cospicui, vuoi dall’Arabia Saudita, vuoi in modo indiretto dalla stessa Unione europea sotto le false sembianze di aiuti umanitari. Aggiungasi a complicare il tutto il fattore religioso, e cioè la commistione fra terrorismo, lotta per la libertà o l’indipendenza, e motivazione religiosa.

Se abbiamo parlato di Europa, di Palestina e di Israele, occorre accennare a un altro protagonista, cui si fa appello in Europa quale pretesto legalistico per il non fare: le Nazioni Unite, invocate solo quando fanno comodo appunto per sfuggire alle proprie responsabilità dirette e soprattutto quando sono uno strumento per contrastare gli Stati Uniti. Le Nazioni Unite sono in fin dei conti una associazione fra Stati sovrani, i quali hanno il diritto-dovere di agire secondo le norme della Carta, ma non con pregiudizio dei propri interessi vitali. L’inefficacia dell’azione delle Nazioni Unite è intrinseca a tale condizione. Potrà entrare in scena solo dopo che una soluzione sia stata concordata fra le parti in causa. Pertanto, il richiamarsi all’Onu per le questioni mediorientali quale taumaturgica via d’uscita è fuorviante. Quali dunque le prospettive per una politica europea verso il Levante? Il venticinquesimo tentativo di accordo, la cosiddetta road map, non deve essere considerato superato, ma i risultati non sono dietro l’angolo: permangono enormi difficoltà. Per un contributo europeo non è più sufficiente attestarsi sulla reiterata pretesa dell’equidistanza. La credibilità dell’Europa sarà efficace quanto più saranno risolute le prese di posizione. Quelle emerse durante l’ultima presidenza italiana (Riva del Garda, 7 settembre) non sono sufficienti nonostante l’impegno profuso da parte italiana. Tentiamo di indicare a titolo almeno di discussione alcuni capisaldi possibili di una politica europea:
- la condanna del terrorismo in quanto mezzo politico deve essere netta e senza mezzi termini, e non solo con manifestazioni di commozione momentanea per i singoli episodi sanguinosi contro civili israeliani. Si deve mettere in chiaro come non basti più che l’Autorità palestinese condanni a parole gli atti di terrorismo, ma si deve esigere che adotti misure intransigenti contro i movimenti terroristici: la road map recita a giusto titolo che «una soluzione con due Stati non è realizzabile se non allorquando il popolo palestinese avrà dei dirigenti che agiranno in modo risoluto contro il terrorismo». Un compito rischioso per l’Anp, dato che quei movimenti godono di sostegno presso l’opinione pubblica palestinese e data la commistione in quei movimenti fra prestazioni sociali, espressione religiosa e terrorismo. Una condizionalità esplicita deve essere introdotta fra aiuti all’Anp e l’intervento contro i movimenti terroristici, non ignorando le complicità fra Al Fatah e Hamas o altre organizzazioni terroristiche. All’Anp, e non a Israele, dovrebbe competere il compito di neutralizzare i gruppi che promuovono e realizzano gli atti terroristici: si presentano liberamente in pubblico armati e mascherati in modo ben identificabile nella certezza di non essere ricercati da chi dovrebbe invece farlo, cioè l’Autorità palestinese, che elargisce loro l’impunità. La risposta israeliana con le esecuzioni mirate è biasimevole, ma diventa inevitabili data la passività o l’incapacità dell’ autorità palestinese. Ad Arafat, cui vanno tante simpatie europee, occorre ricordare le sue responsabilità nel perdurante terrorismo. È un fatto che il terrorismo trovi alimento quale reazione all’occupazione militare israeliana, che nella sua durezza non può non suscitarla. Arafat tuttavia offre la copertura politica di atti terroristici, che non giovano alla causa palestinese, ma concorrono al mantenimento del potere di Arafat e del suo gruppo politico, non estraneo all’organizzazione del terrorismo. Arafat non guida l’opinione pubblica palestinese, bensì ne è trascinato nel timore di perdere potere. Questa carenza di leadership dovrebbe essere denunciata da parte europea chiedendo ad Arafat di dimostrare maggiore coraggio politico. Non è utile reiterare il sostegno ad Arafat, con la debole giustificazione che è stato eletto in consultazioni popolari, legittimando così il suo atteggiamento dannoso per il processo negoziale. Se del tutto inopportuna sarebbe l’espulsione di Arafat, evocata e poi fortunatamente abbandonata dal governo di Gerusalemme, le dichiarazioni sulla indispensabilità di Arafat, che pretende con toni demagogici di essere la personificazione del «popolo palestinese» (o almeno di quelli che manifestano nelle piazze), affievoliscono la volontà negoziale palestinese, esaltano il culto della personalità, sviliscono ogni altra personalità di governo e soprattutto esimono Arafat dal prendere decisioni «impopolari». Soprattutto, non permettono l’emergere delle correnti moderate del mondo palestinese, che pure esistono, ma che non riescono ad avere voce in capitolo. Arafat fa leva sul sostegno internazionale per nulla modificare della sua linea di condotta, che non agevola la pace.

Un atteggiamento fermo, nuovo e realistico verso l’Anp, perché si impegni contro il terrorismo, potrà rendere credibile l’azione europea nei confronti di Israele affinché dal canto suo, rinunciando alle ritorsioni, fermi la spirale di violenza, ove si smarriscono le ragioni di ciascuna. Occorre nel contempo incitare i Paesi arabi a non nascondersi dietro blande condanne - persino quando attentati colpiscono le loro città, da Casablanca a Riyad, a superare il timore di perdere il proprio potere e a spezzare le complicità dettate da quel timore.
- Si può concordare con Israele che ogni ritorno dei palestinesi espulsi o fuggiti dopo il 1948 non sia concepibile. L’Europa ha accettato ben altri trasferimenti forzosi, e altrettanto ingiusti, di popolazione (12 milioni di tedeschi con metodi peggiori di quelli subiti dai palestinesi del 1948) e quindi deve far accettare ai palestinesi e ai loro movimenti il destino definitivo dell’allontanamento nel 1948-49, qualunque ne sia il giudizio morale, dei 600 mila palestinesi dall’attuale territorio di Israele.
La pretesa del ritorno dei rifugiati, di cui solo una parte è stata accolta dai Paesi arabi, non è ragionevole, e si traduce in pretesto per non volere la stabilizzazione nel Medio Oriente. Convincere la parte palestinese è arduo, poiché quell’espulsione è assurta – a torto - a simbolo dell’identità palestinese, in quanto scaturita dall’espulsione e dall’occupazione. La rinuncia al diritto al ritorno deve diventare una condizionalità a carico della parte palestinese: facendo appello alla ragione e non al sentimento, perché dopo quattro guerre perdute non è possibile far girare all’indietro la ruota della storia. Uno Stato palestinese indipendente non vedrà mai la luce, se non interviene una rinuncia formale, e definitiva, al diritto al ritorno.
- La parte palestinese dovrebbe accettare che Gerusalemme sia la capitale di Israele, mentre quella di Palestina potrà insediarsi nell’ampia cintura urbana di Gerusalemme (Gerusalemme Est) con formule idonee per la Città Vecchia e per i luoghi santi. Non mancano proposte abili e attuabili per forme di co-sovranità virtuale per una doppia capitale nella stessa città a condizione del libero accesso ai fedeli delle tre religioni.
- L’Europa dovrebbe esigere da Israele – e Barak lo aveva in parte previsto con proposte purtroppo non accettate da Arafat, sebbene non limpidamente (e sinceramente?) espresse da parte israeliana – il ritiro totale e senza mezze misure - salvo qualche modesta rettifica di frontiera da compensare - dei coloni insediati illegalmente nella Cisgiordania: in fondo soltanto 200 mila coloni o poco più. Dovrebbe essere questa la prncipale condizione da esigere da Israele. Solo così potrà esserci un appoggio europeo alla sicurezza di Israele, e al riguardo non bastano le timide clausole della road map circa ritiri parziali dagli insediamenti dopo il 2001. Lo Stato palestinese non potrà essere vitale con la presenza di coloni israeliani. All’apparenza può sembrare generoso quando responsabili palestinesi dicono di accettare nel loro futuro territorio «ebrei» ma non «coloni», distinzione difficile da tradurre in realtà di vita. Una condizionalità pesante per Israele: gli israeliani devono abbandonare quanto in loro possesso, seppure illegale, e devono affrontare, in un Paese democratico, una opposizione aspra alla rinuncia a un obiettivo, politico e ideale al tempo stesso (il Grande Israele), un obiettivo che non può e non deve essere attuato.

Occorre dunque che l’opinione pubblica e quindi elettorale israeliana accetti questo sacrificio e allora – con o senza Sharon e cioè senza personalizzazioni della politica – il governo democratico di Israele sarà in grado di rispettare questa condizionalità e di imporla ai riottosi.
- la costruzione del famoso muro di divisione lungo una linea di demarcazione potrebbe essere una misura difensiva comprensibile, ma è ingiusto inglobarvi surrettiziamente cospicui territori della Cisgiordania, che non appartengono al territorio d’Israele, quasi a pregiudicare il futuro confine fra i due Stati. È una misura in ogni caso di corta veduta, in quanto soltanto difensiva e non proiettata verso una convivenza auspicabile, sebbene comunque difficile e rischiosa anche in futuro. La protesta internazionale suona come un espediente per far cosa gradita al mondo arabo, laddove ignora che fintanto che vi sia pericolo effettivo di terrorismo è difficile affermare che una difesa sia irragionevole. Non si deve confondere la causa con l’effetto, benché l’effetto abbia un segno negativo.
Bisogna innovare dunque la posizione europea, tuttora anchilosata sulla base teorica della Dichiarazione di Venezia e sul riferimento sterile alle risoluzioni delle Nazioni Unite, oramai antiche e politicamente discutibili. Israele ha bisogno di sicurezza e l’Europa dovrebbe essere pronta a garantirla. Quella sicurezza, nel quadro mediterraneo, è una esigenza vitale della sua nuova dottrina di sicurezza strategica, adombrata dal documento sulla strategia approvata dal Consiglio europeo di Bruxelles (cosiddetto «documento Solana»). Dovrebbe riconoscere, dopo le pavidità del 1973, che per Israele la sicurezza non è negoziabile.

Non basta ripetere la giaculatoria della «sicurezza per Israele e una patria per i palestinesi». Si tratta di un collegamento troppo generico, sino a che i movimenti palestinesi al potere intorno ad Arafat non accettino senza riserve mentali l’esistenza di Israele. Si persegua il radicamento della premessa fondamentale: che le due opinioni pubbliche accettino reciprocamente l’esistenza dell’altro. Come garantire la sicurezza di Israele, senza che Israele vi provveda direttamente con mezzi che non possono essere approvati? Ci si chieda se uno Stato palestinese indipendente, isolato, povero (e non amato dagli altri Stati arabi) potrebbe assicurare tranquillità nella regione e garantire la sicurezza di Israele. Qual è la certezza che un accordo concordato fra Israele e l’Autorità palestinese sarebbe rispettato da movimenti che l’Anp non può (o non vuole?) controllare essendo il frutto di uno slancio religioso abnorme e perverso, che trascina folli nel baratro, con una perversione della religione stessa, nascondendo sotto il manto religioso finalità politiche e laiche e senza incorrere in condanne nel nome della religione? Quanto di quel terrorismo è diretto contro l’occupante e quanto contro la sopravvivenza stessa di Israele, tenendo conto delle relazioni con fondamentalismi internazionali ramificati? Perché non pensare per esempio a una mandato fiduciario sulla Palestina? Ovvero a un protettorato a tempo indefinito, come nel Kosovo, una volta rispettate le tre condizionalità di cui si è detto?
Un significativo volano della politica mediorientale aggiornata dovrebbe essere un attivo sostegno ai Paesi arabi moderati. Attualmente lo sono quasi tutti, nei fatti se non sempre nelle dichiarazioni, sia pure con atteggiamenti talvolta nebulosi. Il sostegno ai Paesi arabi moderati è diventato ancor più cogente dopo l’azione militare in Iraq, i cui successi, nonostante la perdurante guerriglia, stanno dando frutti, sebbene troppo lentamente: per esempio con la Libia. Dovrebbe accompagnare la modernizzazione e la mobilità delle società verso un pluralismo che sfoci poi in sistemi liberali o meglio di rispetto dei diritti civili nell’ambito di una evoluzione delle dirigenze, incerte tuttora fra una maggiore democrazia al costo di instabilità interna e la stabilità ma con mano autoritaria. Ma è realizzabile senza correre il rischio di successi nelle urne dei fondamentalisti? Status quo o mutamenti? Un dilemma da superare, per quanto profonde ne siano le radici. È il presupposto per una soluzione duratura del conflitto in Levante. Per questo occorre, con tenacia e superando delusioni, che l’Europa tessa un dialogo attento, continuo, metodico con il mondo arabo, chiedendo espressamente di agire con energia nei confronti del radicalismo musulmano, il cui obbiettivo è l’Occidente, ma altrettanto ogni orientamento moderato arabo. Da questo punto di vista, proprio in funzione del conflitto arabo-israeliano, la stabilizzazione nel corso del 2004 dell’Iraq sarà determinante, se eviterà derive fondamentaliste, le quali sono la maggiore minaccia alla stabilità nel cui contesto una soluzione al conflitto arabo-israeliano possa essere raggiunta alle condizioni indicate. L’Europa deve affrontare un’azione molto paziente, che dimostri come la moderazione paghi e come attraverso la moderazione si possa isolare l’estremismo, palestinese o israeliano.

Alla incoerenza della politica europea si contrappone la posizione degli Stati Uniti, senza dubbio parziale a favore di Israele, parzialità peraltro resa necessaria dalla necessità di fare affidamento su Israele quale unico punto di appoggio sicuro in Medio Oriente (a parte l’influenza del mondo ebraico): un orientamento che è andato evolvendosi nel tempo. È nella realtà dei fatti che soltanto gli Stati Uniti rimangono in campo per costringere a intese verso la stabilità e poi, forse, la pace in Palestina. Ripetere che l’unica responsabilità del perdurare del conflitto ricade sugli Stati Uniti non agevola il negoziato. Se il mondo arabo non riuscisse a trovare una sua stabilità economica e politica, né a individuare un suo modello di sistema di governo sulla base di principii allineati con quelli tendenzialmente universali, l’Europa nelle sue istituzioni di integrazione dovrà affrontare in termini più immaginativi la posizione di Israele, unico Paese democratico e vicino ai canoni europei nella parte geograficamente non europea del bacino del Mediterraneo. Anche la Nato sta assumendo compiti al di fuori dell’Europa. Ne potrà discendere la sovrapposizione di compiti funzionali e di obiettivi politici fra Unione europea e Nato. L’evoluzione di questa sovrapposizione non può essere ancora esattamente misurata nelle sue conseguenze nelle funzioni di mantenimento della pace. La logica delle nuove dottrine di impiego della Nato incita a una sua estensione in Medio Oriente: anche l’Unione europea deve seguire un analogo cammino politico, se non istituzionale?
Competizione con le Nazioni Unite? Ue e Nato esautoreranno di fatto queste ultime? Presumibilmente, in rapporto alle gestioni delle crisi intorno al Mediterraneo e soprattutto nel Levante, si misureranno le capacità operative, per la pace e la sicurezza, degli organismi europei, Ue e Nato, dato che l’Onu molti risultati non ha potuto conseguire.
In questo contesto europeo, la politica dell’Italia, nella continuità storica dal 1947 in poi, ha cercato di guardare lontano, sia nell’azione diplomatica sia nelle iniziative economico-commerciali e, pur facendo parte integrante di una politica europea, offre alcuni profili specifici. Al suo attivo va registrato l’aver saputo mantenere vivo il dialogo con Israele e al tempo stesso aver promosso l’apertura di canali con i Paesi arabi, comprese le cosiddette inclinazioni pro-arabe negli anni Settanta e Ottanta. Era, ed è, un disegno complesso, ma rigorosamente europeo. Tuttavia, anche in Italia le simpatie per la parte palestinese emergono in modo palese: Arafat paragonato a Garibaldi nella lotta di liberazione dall’allora presidente del Consiglio Craxi; pulsioni inconsulte dei movimenti politici e giovanili a favore dell’Intifada; derive non confessate di antisemitismo. Ma quanto efficace e quanto convincente la asserita posizione ufficiale di equilibrio? Problemi interni e partitici suscitano attriti con Israele, ora superati anche da partiti un tempo considerati sospetti, ma «comprensione» veniva e viene dispensata volentieri per la parte palestinese, per esempio con l’insistenza sul dialogo a tutti i costi preconizzato dal mondo cattolico. All’interno dell’arco politico italiano, simpatie verso l’una o l’altra parte diventano strumento di politica interna, con una carente consistenza dall’angolo visuale della proposta politica. L’attuale governo ha modificato, sia pure senza clamore, il profilo di questa non serena equidistanza, accentuando la relazione con Israele. Gli accenni italiani a una inclusione futura di Israele nel sistema europeo possono sembrare oggi avventati, ma mirano a richiamare l’attenzione, quasi in termini paradossali, sulla dimensione mediorientale in un futuro non ancora da discernere. La si contempera con il progetto di un cosiddetto «Piano Marshall per la Palestina»: interessante proposta regionale, tutta da definire: sull’efficacia nel lungo periodo è lecito dubitare, mentre sull’opportunità nel breve periodo molte sono le ombre.

Andrebbero richiamati alla memoria vari momenti dell’attivismo italiano sul piano militare: presenza fra gli osservatori dell’Onu sul Sinai e altrove, impegni militari multilaterali – fuori del quadro dell’Onu o di istituzioni europee - con le importanti azioni in Libano dal 1982 al 1984, partecipazione ad altre iniziative di interposizione dell’Onu. Per ampliare lo spettro di questo attivismo i dialoghi euro-arabi, i gruppi 5+5, l’europartenariato dopo la Dichiarazione di Barcellona del 1995, i «Programmi integrati mediterranei» e via dicendo. Per l’Italia, gli obiettivi di stabilità nella regione fanno premio su interessi immediati. Di conseguenza sembra coerente, anche se talvolta dovrebbe essere meglio chiarito nei suoi obiettivi, che l’Italia faccia leva sulla sua posizione geostrategica. Si impongono chiarezza di obbiettivi, volontà di perseguirli, abilità nell’azione, e soprattutto accorta preparazione diplomatica perché l’Europa sappia innovare e rinnovare la sua politica. Potrebbe essere un compito nazionale, a condizione che non diventi oggetto di demagogiche diatribe e di opportunismi di corta visione. Una strategia coraggiosa e lungimirante deve presiedere alla politica estera italiana, ma altrettanto a quella dell’Europa tutta.

 

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