
Alla fine del secolo scorso la pace, la prosperità mondiale e l’espansione della democrazia sembravano inevitabili. Sembrava impossibile il ritorno a conflitti sanguinosi come le guerre del Ventesimo secolo, così irrazionali da gettarci nella disperazione. Sembrava un fatto compiuto la sconfitta, nel Terzo Mondo, delle forze nazionaliste, comuniste, autoritarie, che avevano tratto forza e potere dall’Urss. E invece, ecco ripetersi la vicenda citata da Barry Rubin ne «La tragedia dell’Islam», quando poco meno di cento anni fa, nel 1914, il ministro degli Esteri inglese Sir Edward Grey, guardando il tramonto di Londra, disse tristemente: «Le lampade si stanno spengendo su tutta l’Europa, non le vedremo più riaccendersi per tutto il tempo della nostra vita». Non solo iniziava una guerra che avrebbe orbato e affamato praticamente ogni famiglia europea, ma essa fu accompagnata da sentimenti di entusiasmo, di gioia, da un senso di sollievo per la storia che tornava al proprio ciclo consueto. Lo stesso sta accadendo in Medio Oriente.
Proprio nel momento in cui pareva che il mondo arabo stesse per sfuggire a un destino tragico, gli antichi modelli sono tornati fra l’entusiasmo generale. Nel 2000, sette anni dopo l’avvio di un processo di pace che appariva come la soluzione del conflitto israelo-palestinese, si è tornati al sangue; ma ciò che fa più impressione è che l’intero mondo intellettuale e i media hanno reagito con sostanziale sollievo a questa situazione, e incitato al combattimento - e quel che più sorprende, con la certezza della vittoria non solo sullo Stato d’Israele, ma sull’intero Occidente ebraico-cristiano. Quando la crisi iniziò, il conflitto arabo israeliano era prossimo a una soluzione: le proposte israeliane avrebbero dato alla Siria le alture del Golan e ai palestinesi uno Stato indipendente con Gerusalemme Est come capitale. Il territorio sarebbe stato pari a quello richiesto dalla più larga interpretazione della risoluzione 282, ovvero la West Bank e Gaza. Ma l’idea di un compromesso - sia pure vantaggioso - è apparsa ad Arafat, agli intellettuali e alle stesse masse una minaccia insopportabile. Il mondo arabo ha soffiato sul fuoco: in gran parte di esso dominano regimi per i quali le richieste di riforme, benessere economico, e democrazia che un’integrazione di Israele nell’area determinerebbe sono percepite come pericoli esiziali. Negli anni Novanta, quando al termine della guerra fredda si è posta la questione se creare un rapporto positivo con l’Occidente e con Israele oppure se recuperare il modello nasseriano, con l’immagine del nemico occidentale da eliminare e di Israele da annichilire, la risposta è stata, ancora una volta, quella nasseriana. Con in più l’elemento islamista: il collasso sovietico fu visto come una iattura, piuttosto che come un invito alla libertà; i drammi economici (un Pil inferiore ai 1.398 dollari contro i 3.167 della Turchia e i 15.978 di Israele fra il 1990 e il 2000) come una conseguenza del dominio occidentale, e non come la necessità di nuove élites e di politiche di sviluppo; il vittimismo si è imposto, e con esso il trionfalismo islamico.
La risposta dell’islamismo ha alimentato il rifiuto della pace: l’idea di combattere e resistere all’esistenza stessa dello Stato di Israele si è sovrapposta alla dimensione territoriale del conflitto; la risposta liberale è stata assai debole nel mondo arabo e musulmano in genere, incluso l’Iran. Mentre l’Egitto la Siria l’Iraq la Libia hanno proclamato la loro superiorità e il loro diritto a guidare la battaglia di riscossa del mondo, la Palestina ha fornito un’avanguardia rivoluzionaria che nel 2000, con l’Intifada delle Moschee, ha agitato la bandiera di una guerra che irride alla road map e la considera alla stregua dell’accordo di Oslo. Anche l’accordo di Ginevra, di cui tanto si è parlato, è oggetto di scherno sui giornali palestinesi (salvo che su Al Ayyam, diretto da Akram Haniya, un amico del promotore maggiore dell’iniziativa, Abed Rabbo). Il testo contiene temi scottanti: ritorno dei profughi, Gerusalemme, riconoscimento dello Stato ebraico. Yossi Beilin ha sostenuto che il risultato è migliore di Olso. Ma le reazioni di un altro dei firmatari, Fares Kadura, mostrano come non sia cambiato il gioco fondamentale della presa di posizione pubblica seguita da una smentita. Kadura sostiene di non aver mai firmato la rinuncia al diritto al ritorno. E probabilmente dice il vero. Egli ha infatti solo firmato la riapertura di un fronte diplomatico, sotto cui si cela la guerra. Predicando alla moschea di Al Aqsa durante il Ramadan, Yusuf Abu Sneineh ha dichiarato a 190 mila fedeli: «questi negoziatori trattano di fantasie che esistono solo nelle loro menti febbricitanti e che non otterranno altro che l’espansione dell’occupazione, com’è accaduto con simili accordi a Oslo. Si tratta di una mossa falsa che sostiene la continua aggressione e giudaizzazione di Gerusalemme e dei luoghi santi». Ciò che accade oggi sul terreno della pace fra Israele e Palestina, ha molto a che fare con la situazione generale della regione, con la presenza degli Hezbollah finanziati dall’Iran e supportati dalla Siria, con la guerra in Iraq, e con un terreno su cui si danno appuntamento tutti i terroristi del mondo. Ha a che fare con la dimensione escatologica della rivoluzione iraniana, e con la nuova ondata di islamismo xenofobo, che con la guerra di bin Laden all’Occidente, «ai crociati e agli ebrei», ha sostituito l’islamismo diretto contro i regimi interni. I palestinesi sono la bandiera irrinunciabile di unificazione; appoggiare i palestinesi contro Israele è l’abc della leadership dell’intero mondo arabo. Contro il ritiro della Siria dal Libano, Emile Lahud rispondeva che si tratta di «un argomento filoisraeliano» (Al Nahar, 29 marzo 2000); contro la democratizzazione, che si tratta di un tema che nasconde la volontà perversa di diventare «come Israele» (al Hayat, articolo di Saghia); per Abu Mazen, la peggiore delle accuse, che ha portato alla sua destituzione secondo i desideri di Arafat, è stata di essere una marionetta degli israeliani; il peggior incubo di un leader o di un intellettuale arabo, che può costargli il lavoro e talora la sua stessa vita, è essere bollato come agente sionista, o come burattino degli americani. Questo si unisce a un implacabile «mito della vittoria», fondato da Nasser, e che ha raggiunto vette inaudite attraverso due avvenimenti: la cacciata dei sovietici dall’Afghanistan, e soprattutto l’11 settembre, primo passo verso la vittoria sugli Usa.
Dopo l’11 settembre si è abbellito oltremodo il dream palace degli arabi: l’idea è che si possa battere il nemico occidentale, e in particolare Israele e gli Usa, se solo lo si desideri veramente. Dopo l’11 settembre, Ali Uqleh Ursan, capo dell’Unione degli scrittori arabi, ha scritto: «la volontà di un solo uomo che sceglie di morire per difendere il suo onore, i suoi diritti, il suo popolo, la sua civiltà, la sua fede, è abbastanza per realizzare il suo scopo, anche di fronte a una superpotenza e persino sul suo stesso terreno». Per capire i fallimenti delle trattative di pace bisogna anche capire, dunque, che sin dal 1948 i palestinesi inseguono una vittoria totale, e a ogni sconfitta si dicono più sicuri di vincere. Secondo questa visione, i nemici israeliani, benché armati fino ai denti dagli americani, sono in definitiva dei codardi, corrotti dalla civiltà occidentali, e indeboliti dai pianti delle madri e dai movimenti pacifisti. Il contesto del processo di pace degli ultimi dieci anni è andato deteriorandosi vieppiù in questa prospettiva. Tutto è andato in sottordine rispetto all’ eccitazione trionfalistica dell’epoca. L’ideologia sovverte l’idea che le sconfitte e le sofferenze possano terminare nella pace attraverso un compromesso onorevole. Finché la battaglia continua, i musulmani e gli arabi non vengono sconfitti; non importa quanto la situazione si è fatta difficile, quanti morti si e feriti si contano - la situazione materiale è molto meno importante della necessità di combattere la demoniaca presenza sulla terra islamica, e nel mondo in generale, di potenze malefiche, che meritano solo la disfatta. Forse qualcuno ha visto un documentario di Friedman sul terrorismo: quello che mostra è una società di giovani (impressionante l’élite elegante e coltivata dell’università del Qatar) che sostengono che se l’11 settembre avesse ucciso tremila arabi in due eventuali Twin Towers in Medio Oriente, e ancor più in Palestina, questo non avrebbe fatto nessuna impressione, perché è consueto per gli arabi, e in particolare per i palestinesi, essere uccisi dagli israeliani o dagli americani. Appare del tutto evidente che per questi giovani l’azione di bin Laden, per non parlare di quella dei terroristi palestinesi, è legittima e anzi dovuta, foriera di una nuova èra di giustizia.
Il doppio modello del vittimismo e del trionfalismo si è imposto nel mondo arabo, e particolarmente sul fronte palestinese. I palestinesi hanno avuto molte occasioni per creare un loro Stato, ma hanno scelto sempre di proseguire il conflitto. Così il momento più alto del processo di pace è stato il preludio della maggiore esplosione di violenza. Vorrei cercare di descrivere come è stato possibile, perché lo si possa evitare in futuro. Una componente fondamentale è ciò che chiamerei «allucinazione collettiva». Vorrei definire il mio sentimento ai tempi del processo di pace, il sentimento di una giornalista liberal, di un homo democraticus: gioia, onnipotenza, senso di controllo sulla storia, estasi estetica. Io so per esperienza personale cosa vuol dire, per una persona cresciuta in un ambiente di sinistra, la cui cultura è intessuta di diritti umani e di atroci memorie di guerra tramandate dalla famiglia, la pace. L’ho vissuta nelle piazza dell’autonomia palestinese dopo gli accordi di Oslo: ho visto Arafat scendere come un profeta con l’elicottero che piroettava sulla folla estatica nel cielo di Betlemme, ho visto i palestinesi entusiasti distruggere i reticolati che circondavano gli uffici di polizia sulla piazza della Mangiatoia, ho visto i soldati israeliani andarsene contenti e in buon ordine dalla polvere e dalle palme di Ramallah e di Jerico, mentre entravano rollando i tamburi con i vestiti della festa i ragazzini palestinesi in pantaloni corti, i vecchi fellah con la kefia e il bastone, e i giovani che sparavano per aria dalle auto stracariche. Ho visto Israele indossare rapidamente il vestito di festa di un Paese in pace, i ristoranti di Tel Aviv e di Gerusalemme cambiare i loro menu miserandi con carte di piatti italiani e francesi, ho visto gli scaffali dei supermarket riempirsi di prodotti esteri, il rock and roll e i concerti di musica classica moltiplicarsi, i libri e la tv finalmente andare oltre il canale unico educativo, le conferenze, i viaggi e gli abiti diventare colorati. Ho visto i miei amici intellettuali e i giornalisti di pace passeggiare sulle alture del Golan con intellettuali libanesi o siriani, ricordare insieme la strage compiuta dentro i carri armati dell’una e dell’altra parte, e poi raccontare che mai, con nessun amico avevano sentito un maggiore senso di vicinanza. Ho visto alla televisione Arafat ritratto da un documentario mentre mangia, mentre dorme con la bocca semiaperta, con kefia, senza kefia, ho visto la gente guardarlo incantata, dimentica delle stragi, e sorda al rumore degli autobus che scoppiavano durante gli anni di Olso, facendo centinaia di morti in poche settimane, più ebrei israeliani di quanti ne siano mai stati uccisi in un periodo equivalente (parlo adesso del 1994) di un solo anno. Ho visto la pace, e non era pace. E la lezione ancora oggi nessuno ha voglia di apprenderla.
Il rifiuto di Arafat e la conseguente Intifada del terrorismo suicida, con la ripresa delle ostilità fra le due parti, hanno illuminato una verità molto spiacevole: il nostro modo di cercare le pace - intendendo per nostro quello americano, europeo, di Israele, dei palestinesi e delle terze parti che sempre sono state impegnate ai vari tavoli delle trattative - è fallito. Il processo di pace fra israeliani e palestinesi, ma io aggiungerei anche fra Israele e il mondo arabo in generale, è soprattutto la prova dell’obsolescenza della nostra idea di come raggiungere la pace. Azzarderei che al famoso fraintendimento delle «tre P» (Parlamento, Polizia, Popolo) che si compie quando si descrivono in parallelo due società, una democratica e una dittatoriale, bisogna aggiungere una quarta «P» fondamentalmente equivoca, quella di Pace. Sino a oggi, tutte le soluzioni proposte si sono basate su un unico schema, quello di land for peace, con di volta in volta beneficiari diversi e con l’immissione del giocatore palestinese a partire dal ’67. Ma è lo schema in sé che non funziona. Mentre gli israeliani si impegnavano in una drastica e masochistica revisione della propria storia sulla traccia della colpevolizzazione del loro stesso diritto all’esistenza, niente del genere accadeva da parte palestinese o araba in generale. Nessuna revisione di un passato pur disastroso - se si guarda ai risultati del ’48, del ’67, del ’70 (palestinesi in Giordania), del ’73 (sconfitta nella guerra del Kippur), dell’82 (cacciata dell’Olp dal Libano), alla crisi del ‘91 dopo l’Intifada e la guerra del Golfo - nessun rinnovamento delle leadership stava avendo luogo. Il curriculum scolastico israeliano imponeva libri di testo in cui veniva cancellata quella che fu ritenuta la superata narrativa dei miti della fondazione; i libri di testo palestinesi e i commenti sui giornali, alle radio, nelle tv non solo dei palestinesi, ma di tutti gli Stati arabi, compresi quelli in pace con Israele, diventavano invece, se possibile, sempre più aggressivi e antisemiti. È interessante notare come proprio negli anni del processo di pace l’incitamento verbale e scritto si sia fatto molto più forte. Per questo rimando alla collezioni di traduzione del Memri e del Palestinian media center di Itamar Marcus.
La road map ha migliorato Oslo su due punti da cui l’accordo di Ginevra invece torna indietro: l’impegno palestinese nella lotta contro il terrore, e la riforma politica dell’Autonomia palestinese in senso democratico. L’accordo di Ginevra non parla di democrazia palestinese, non parla di terrorismo, spoglia Israele persino della sua difesa nucleare, in un momento in cui l’Iran sta dichiaratamente dotandosene per distruggere il «piccolo» e il «grande Satana», mentre altri Stati vicini non mancano di dichiarasi una volta al giorno devoti alla causa dell’annientamento dello Stato ebraico. Ma la pace deve vincere comunque; il tipico schema del pensiero laico, occidentale, liberale, specie se arricchito dalla capacità sionista e socialista di far fiorire il deserto, non può fallire: «se vorrai non sarà un sogno», come recita il motto di Theodoro Herzl; se si vuole la pace la si può ottenere. Per questo Sharon, invece di concentrasi sul cambio della guardia in Palestina e sulla lotta al terrore, invece di rendere cogente e sine qua non la parte ideologico-politica della road map, ha accettato di procedere dando per scontato che la pace fosse in fondo interesse comune, e che la società palestinese e i suoi leader avvertissero il peso della sofferenza popolare, delle tante perdite subite. Ma quella parte ideologica è dirimente: senza risolverla non si fa la pace. Non c’è concessione territoriale che possa farla, se non la sparizione dello Stato d’Israele. Il pensiero obbligatoriamente positivo degli israeliani è altrettanto irrealistico quanto l’idea coltivata dall’altro versante del conflitto che sostanzialmente recita: se vorrai, potrai vincere. L’illusione della vittoria totale infatti ha sulla società palestinese la stessa influenza ipnotica che ha dalla parte israeliana l’idea della pace. Le illusioni sono opposte e si toccano solo nel punto del conflitto: il mondo occidentale e democratico promette benessere e apertura sociale; predica, insiste, che la pace è raggiungibile solo che la si persegua. I suoi leader, i suoi intellettuali, sono i sacerdoti di questo pensiero. Ma dall’altra parte, esiste un altro pensiero, indispensabile al mantenimento di un equilibrio politico totalmente diverso dal nostro, quello dispotico, che invece indica la vittoria come condizione di pace e come un orizzonte raggiungibile, e su questo acuto desiderio costruisce il consenso. Per un mondo, il nostro, «vittoria» è un’idea sostanzialmente antitetica a quella di «pace»; noi non vogliamo vincere, vogliamo la pace. Per l’altro, vittoria e pace sono sinonimi. Solo se si vince c’è la pace, e in essa il nemico viene soggiogato. Ecco l’equivoco di base.
Dalla guerra del 1948, il modo di negoziare la pace era il medesimo: a fronte di una partizione dell’Onu con la risoluzione 181 e del rifiuto dei Paesi arabi circostanti, la pace si è sempre cercata con lo sgombero di territori, chiedendo alla parte araba di smettere di opporre un netto rifiuto all’esistenza stessa del nuovo Stato. Su questi sgomberi si svolgevano la discussione e la mediazione. Ma il modello dei General armistice agreement (Gaa) firmati nella prima metà del ’49 da Israele e dai suoi quattro avversari limitrofi, che mai si sedettero con Israele al tavolo delle trattative, di fatto procrastinava la vera risoluzione del conflitto: Israele non esisteva, gli arabi avevano trattato con un fantasma non riconosciuto, e Ralph Bunche, l’inviato dell’Onu che ricevette un sudato premio Nobel per la pace, aveva di fatto sancito la rivendicazione di un pieno diritto di belligeranza da parte dei Paesi arabi, compresa la facoltà di riaprire il conflitto a piacimento, e la negazione all’altra parte di qualsiasi forma di legittimità o di riconoscimento. Israele rimaneva un fantasma destinato un giorno a svanire, le paci venivano trattate con una terza parte che ascoltava e proponeva a Israele la richiesta che sarebbe stata sempre ripetuta nel futuro: terra. E sospirava senza speranza all’altra parte: riconoscimento. Husni Zaim, il dittatore siriano, si offrì di sistemare metà dei profughi in cambio di metà del lago di Tiberiade, re Farouk chiedeva l’intero deserto del Negev, una richiesta che riguarda il 62% del territorio israeliano, e che è proseguita fino agli accordi di Camp David fra Sadat e Begin. Israele, rafforzato dalla guerra del ’67, ha opposto resistenza alla restituzione di quelli che erano stati territori giordani in funzione di una parte della propria opinione pubblica, ma soprattutto per tenere una fiche da giocare. Ha giocato la pace senza il riconoscimento. Da parte araba, l’accusa di infamia e vergogna contro chiunque portasse avanti un negoziato di pace con Israele è indelebile. L’unico che di fatto aveva trattato la pace con Israele, re Abdullah di Giordania, fu costretto ad abbandonare i colloqui dal suo stesso governo, e i suoi rapporti gli costarono la vita nel luglio 1951, così come sono più tardi costati la vita ad Anwar Sadat e anche a Jemaiel, il presidente libanese. Quando nel 1954 Nikita Kruscev rovesciò le sue antiche alleanze e promise di «usare ogni mezzo per affermare i diritti arabi in Palestina» dichiarando «condannabile» lo Stato di Israele perché «complotta con l’imperialismo per darsi al volgare saccheggio dei tesori naturali della regione», la reazione americana fu quella di intensificare una politica che disinnescasse il rischio di un conflitto complessivo: di nuovo, «terra in cambio di pace». Nasser ne era l’interlocutore più corteggiato e temuto, e furono varati parecchi piani Gamma e Alpha e Omega; tranne per quest’ultimo, peraltro irrealistico, che prevedeva il rovesciamento di Nasser, la costante era la previsione di cessioni territoriali da parte di Israele, senza corrispettivo.
Ieri come oggi, tuttavia, la dimensione territoriale non era quella decisiva nel conflitto: l’ascesa di un leader fondamentale per la storia del Medio Oriente come Nasser, richiedeva prestazioni ideologiche e retoriche che lo presentassero all’opinione pubblica araba sempre come un guerriero indomito, deciso a affrontare lo Stato d’Israele per distruggerlo, non a trattare con esso. Il «paradigma Nasser», che respinse l’allettante piano Alpha - sostenuto da tutto il mondo compreso gli americani - è quello dei rapporti di tutti i dittatori mediorientali, compreso Arafat, con Israele: è l’idea che Israele è troppo malefico, estraneo, coloniale perché ci si possa fare la pace, e che potrà (oggi, o domani) essere distrutto solo che gli arabi si uniscano e lo vogliano. Questo è stato il modello della Siria quando Barak offrì ad Assad padre tutte le alture del Golan, ed egli rifiutò questa evidente vittoria storica a causa di pochi metri sulla spiaggia del lago Kinneret; o del Libano, quando l’Onu ha verificato che Israele si era unilateralmente ritirata da tutto il suo territorio, eppure il governo ha sostenuto la rivendicazione degli Hezbollah di una «guerra di liberazione» per una minuscola altura sabbiosa e vuota detta pomposamente Sheba Farms che secondo gli accordi internazionali appartiene alla Siria. La terra è una scusa, non è l’oggetto del conflitto; è il conflitto che si serve della terra, salvo che nel caso dei palestinesi, che la terra la vogliono per fondare finalmente un proprio Stato. Ma qui si pone il problema di quale terra, e di quale sia la compatibilità delle loro richieste col concetto di pace.
Quando nel 1967 e dopo il 1973 Israele aprì un dibattito aspro e intenso sull’abbandono dei territori conquistati, di fatto gli ostacoli che si presentarono furono due: il primo, il rifiuto israeliano di abbandonare le conquiste territoriali senza una trattativa che lo mostrasse come un partner riconosciuto dai palestinesi e dal mondo arabo in genere; la seconda, l’impossibilità per gli arabi di un tale riconoscimento. Un’impossibilità legata a una profonda ripugnanza nei confronti di un mondo estraneo e ritenuto inferiore, un’impossibilità legata in buona sostanza all’impossibilità per un regime autoritario di rinunciare alla sua maggiore chiave di consenso popolare. L’Egitto e la Giordania, che al contrario degli altri Stati arabi e dell’Iran hanno firmato accordi di pace con Israele, pure hanno mantenuto la pace in termini di non belligeranza e talvolta di malcelato interesse economico, mentre i giornali, la tv, la proibizione di un flusso regolare di scambi culturali e turistici hanno fatto della pace un triste teatro di assalti verbali antisemiti, di esplosioni di odio, di minaccia a chiunque abbia contatti con Israele. Nei Paesi in pace con Israele, si impara a odiarlo a ogni angolo. Peres in visita al Cairo fu ritratto dal giornale di Stato in divisa nazista; una serial di quaranta puntate durante il Ramadan dell’anno scorso mostrava sera per sera la «congiura giudaica per dominare il mondo» sulla falsariga del classico russo divenuto livre de chevée del nazismo «I protocolli dei Savi di Sion»; pochi giorni or sono un gruppo di turisti israeliani di ritorno in Medio Oriente su un aereo delle linee giordane, è stato assalito al grido «yehud, yehud» da altri viaggiatori giordani che hanno picchiato a sangue gi israeliani senza che nessuno intervenisse; sulle tv arabe bambini innocenti vengono messi in mostra dai presentatori in dialoghi in cui i piccoli dicono quello che hanno imparato a scuola, che «gli ebrei sono figli di cani e scimmie» e che è bello essere martiri suicidi per eliminare la loro crudeltà dal mondo. Israele nel ’67 offrì una larga restituzione che fu rifiutata con i «tre no» di Khartum; nel ’77 ci furono gli accordi Camp David, nell’82 il piano Reagan, e molti altri ancora. Per l’Egitto, appunto, ciò che ha funzionato è stata l’appetibilità della restituzione della terra unita alla enorme disponibilità degli Usa a entrare nel giuoco: il Sinai è grande, gli insediamenti sono stati smantellati (e questo insegnare qualcosa, mi sembra), gli Usa riforniscono ancora l’Egitto di armi e grano. Al centro della scena degli anni successivi troviamo due temi fondamentali che ci aiutano a capire quello che è accaduto: l’Olp di Arafat e la nascita di un’illusione islamista di vittoria che sostituisce, allargandola, quella del panarabismo nasseriano. Ma perché gli accordi di Oslo che presentavano ai palestinesi una enorme disponibilità territoriale e una quantità di vantaggi con gli aiuti europei e americani, non hanno avuto successo? Cercherò di riassumere in poche parole una lunga storia.
L’accordo di Oslo aveva la preziosa caratteristica di mettere le parti a contatto proprio come l’altro unico trattato di pace raggiunto, quello con l’Egitto, e di trattare concretamente, e nel corso di un lungo periodo e con incontri tenuti lontani dagli occhi del pubblico, problemi territoriali. L’amministrazione americana aveva provato il suo disinteressato e appassionato contributo in svariate occasioni. Quanto alle due parti in causa, si può dire che la maggiore difficoltà attuale di Israele è quella di sostituire alla politica dei «confini difendibili» una politica di security arrangements - quella che ha portato Ehud Barak (e non Rabin, come si evince in particolare dai suoi ultimi discorsi, e specie dall’ultimo) a pensare che invece di mantenere il 33-40% della West Bank Israele avrebbe potuto stabilirsi su circa il 12% con istallazioni di sicurezza in territorio palestinese (ciò che si è rivelato fallace). Ma veniamo ad Arafat. Il secondo summit di Camp David, nel luglio del 2000, è stato il culmine di quasi dieci anni di dialogo.
Le trattative sono state rotte da Arafat sulla base di una dichiarata insoddisfazione sul tema di Gerusalemme e del diritto al ritorno dei profughi e dei loro discendenti dentro i confini dello Stato d’Israele. Ambedue i temi avevano una forte valenza ideologica, che metteva in questione il diritto di Israele a esistere moralmente e fisicamente. La parte israeliana si era illusa che il nodo dei confini e dei rifugiati, rimandato alla fine di un lungo periodo di «politica del caminetto», si sarebbe sciolto da solo, e che i due accordi di Olso dovessero trattare soltanto accordi ad interim. Ma ciò che i negoziatori non capirono è che i palestinesi ritengono che tutta quanta Israele e i territori appartengano a loro storicamente e moralmente, e che gli accordi ad interim sarebbero solo stati l’inizio della restituzione delle loro «proprietà rubate». Per questo, qualsiasi trattativa avrebbe dovuto innanzitutto partire dal tema dei rifugiati e di Gerusalemme, e poi terminare in una sistemazione complessiva. Solo una volta acquisita tale sistemazione Israele si sarebbe dovuta muovere al passo successivo. Su Gerusalemme ci fu tra Arafat e Clinton un vero e proprio scontro, che mostrò la gravità della crisi: Arafat disse che era noto a tutti che gli ebrei non avevano nessun legame con il Monte del Tempio, che il Tempio di Salomone e quello di Erode non erano mai esistiti. Clinton lo zittì scandalizzato e gli disse che la storia provava il contrario, e che gli era vietato mentire. Ma anche al summit di Taba le pressioni di Clinton, nonostante l’ampliamento delle concessioni, fallirono. La differenza fra le parti era enorme: per Israele il conflitto era fra due entità politiche ora pronte a raggiungere un compromesso storico che avrebbe portato alla coesistenza di due Stati confinanti. L’accordo finale era lo scopo del processo; per i palestinesi, la guerra non era fra due entità su una porzione di territorio, ma fra due mondi inconciliabili per weltanschauung e aspirazioni. La nakba inflitta dai sionisti, l’ espulsione forzata nel ’48 e nel ’67 e il «giogo dell’occupazione», il torto storico, l’idea di invasione e di testa di ponte dell’imperialismo sono gli elementi che hanno guidato finora ogni conclusione di trattativa. Un grande problema che Rabin percepì, come testimoniano i suoi scritti e le memorie dei suoi, ma che non seppe affrontare, fu il fatto che l’Olp fu coinvolto nella trattativa a livello formale solo all’ultimo minuto; Rabin aveva pensato, come del resto Shamir ai tempi in cui aveva accettato nel ‘91 la conferenza di Madrid, che gli interlocutori avrebbero avuto un background locale, legato alla leadership palestinese partorita sul campo dall’Intifada. Ma Arafat impose che il partner fosse l’Olp, pena lo scompiglio di tutti i rapporti. Da qui l’inesistenza nel testo dell’accordo del tema del terrorismo e l’ambigua, vischiosa storia dell’abrogazione della Carta dell’Olp. La piattaforma di Arafat, sancita dal Consiglio generale del 1989, non è mai stata rivista sostanzialmente nella parte riguardante la sparizione dello Stato d’Israele. Nel gennaio del 2001 un documento interno della High commission dell’Olp nella West Bank scrive: «Non c’è oggi ritorno, o combattenti ed eroi dal Grande Peccato, agli errori...il mito sionista si ritrae dalle sue posizioni, si arrenderà, se ne andranno dalla nostra terra...da ogni casa, da ogni petto, da ogni città, da ogni goccia dei sangue emergono i confini della Palestina…non ci sarà riconciliazione fra la nostra diaspora e la risistemazione dei rifugiati...questa è l’Intifada del ritorno al villaggio d’origine, alla casa, alla chiave…». Il documento che marca l’inizio dell’Intifada elenca tutti i vari stadi dello scontro, in accordo con la «Dottrina degli stadi» siglata nel 1974 dal Consiglio nazionale palestinese. Il documento recita che l’Olp combatterà per ogni centimetro di terra che potrà liberare per stabilire un governo indipendente, ciò che porterà a un grande cambiamento nei rapporti di potere.
Questo piano fa della soluzione politica una tattica, che serve una strategia. Ogni acquisizione politica consente ai palestinesi di scegliere di nuovo le loro priorità e di confermare i loro fini strategici, e mai si prevede di concludere il conflitto con Israele. Come si vede anche dalla bozza della Costituzione palestinese presentata ad Arafat a metà del 2000, le porte del confronto restano aperte finché il tempo della «soluzione storica», diversissima dalla «soluzione politica», non sia giunto. «La Palestina è l’eredità della Nazione palestinese attraverso tutte le generazioni, e i suoi diritti nazionali sulla Palestina sono l’eredità congiunta di tutti i palestinesi. È loro dovere salvaguardarli e passarli da una generazione all’altra».
Il più famoso statement rivelatore dell’atteggiamento palestinese nel corso degli anni in cui gli israeliani sgomberavano una per una tutte le città palestinesi fino a restituirle ad Arafat, nel frattempo fatto rientrare dall’esilio tunisino con una mossa che mostra una incondizionata disponibilità verso l’uomo dei mille attentati terroristici, fu il famoso «discorso del cavallo di Troia» di Feisal Husseini che, in un’intervista al giornale egiziano Al Arabi, spiegò come l’accordo fosse appunto da interpretare come un mezzo per ampliare il fronte della lotta. Ma come dimenticare il discorso di Arafat prima di Camp David, nel giugno del 2000: «Combatteremo per la nostra terra, a chi avesse dimenticato ricordiamo Karame (il villaggio di un’azione dell’esercito israeliano celebrata dai palestinesi come la loro prima vittoria contro l’esercito, n.d.r.), la campagna di Beirut, sette anni di Intifada. Siamo pronti a cancellare il passato e a cominciare di nuovo tutto quanto». E Barghuti nel marzo 2000: «Chi pensa che si possano raggiungere decisioni su temi permanenti (Gerusalemme, i rifugiati, gli insediamenti i confini), sta sognando: noi dobbiamo combattere una campagna sul campo a lato dei negoziati. Intendo uno scontro…con le armi». Chiare anche le parole di Khalil Salha su Al Sabah, il giornale ufficiale dell’autonomia palestinese, tre settimane prima: «La difesa di Gerusalemme chiede sangue. Col sangue la difenderemo». Da Al Hayat Al Madida, Skher Habash riportava che Abu Amar aveva parlato nel linguaggio del «vero credente come un uomo che prevede che il sublime popolo palestinese debba fronteggiare l’opzione dello scontro», fino alla distribuzione di un documento dell’Olp in cui Abu Ammar annunciava l’inzio della campagna. Quando Arafat era ritornato a Jerico e poi a Gaza e a Ramallah, subito era iniziata l’introduzione di armi di contrabbando per preparare lo scontro, e il numero degli uomini armati previsti dagli accordi di Oslo era stato raddoppiato. Proseguiva la politica di ombrello alle organizzazione terroriste, rifondata da un accordo che fu presentato al Cairo nel 1995 quando Salim Zaanun, lo speaker del Consiglio nazionale palestinese, firmò l’accordo con Haled Mashal per cui Hamas poteva continuare i suoi attacchi badando che l’Autorità palestinese non ne fosse imbarazzata. Questo mentre gli autobus esplodevano e il mondo discuteva come l’estremismo islamico mettesse in questione le intenzioni di pace in Medio Oriente. Questo soprattutto quando si creava la situazione - ed è per me il più importante fra tutti i punti - per cui Clinton disse ad Arafat più tardi: «Avrei dovuto per prima cosa, in un processo di pace, chiedere il cambiamento dei vostri libri di testo».
Israele non denunciò i continui bandi di guerra e le violazioni, non volle guardare negli occhi il terrorismo che si stava riorganizzando e il suo potente sfondo culturale per cui Arafat chiamava a imitare gli shahid e a essere un popolo di martiri mentre stringeva la mano a Rabin e faceva cerimonie con Barak a Camp David. Nel 1974, due anni dopo l’eccidio di Monaco, Arafat parò all’Onu marcando la legittimazione del suo movimento nazionale. Fu un momento storico quello in cui l’Olp si identificò e fu identificato con tutti i movimenti di liberazione (Arafat dal podio menzionò lo Zimbabwe, la Namibia, il Sud Africa) che combattevano per «un mondo libero dal colonialismo, dall’imperialismo, dal neocolonialismo e dal razzismo in tutte le sue forme incluso il sionismo». Con quel discorso Arafat si univa a una grande famiglia culturale che è risultata egemonica sul modello del Vietnam e dell’Algeria, un modello di lotta basata sulla capacità di acquisire il sostegno dell’opinione pubblica mondiale e soprattutto di quella dell’avversario, in questo caso di Israele stessa. Fu Muhammad Yazid, ministro dell’informazione in Algeria, che impartì all’Olp basilari principi di propaganda: «non ridurre il conflitto ai vostri rifugiati..ma presentarlo come battaglia di liberazione...dimostrare che «gli arabi sono oppressi e vittimizzati perché non fronteggiano solo il sionismo ma tutto l’imperialismo». In un fondamentale incontro con Vo Ngueyen Giap durante una visita in Vietnam e in Cina, Arafat e Abu Yad chiesero perché la guerra palestinese era considerata terrorista e quella vietnamita una guerra di liberazione. Qui Giap spiegò la «teoria delle fasi», poi messa in atto nel ’74 da Arafat, e l’idea che essa permette deviazioni strategiche e retoriche che creano un’idea di moderazione mentre si combatte.
Giap parlò anche dell’importanza dei media americani e internazionali e disse : «Noi combattiamo con mezzi militari e politici e con il supporto occidentale». Questa è stata la carta vincente e perdente del recente processo di pace. La guerra di popolo è una rivoluzione lunga e protratta, in cui la durata è indispensabile a spossare nemici più forti militarmente, in cui si costruisce un potere doppio che spinge il nemico a diventare alleato. Quando il mondo si interroga sulla guerra e sulla pace tra israeliani e palestinesi in genere, si sofferma su aspetti legati allo smantellamento delle strutture terroristiche, o degli insediamenti, o sui suoi aspetti militari. Fino al discorso di Bush del giungo 2001, non c’è stata nessuna risposta basilare al problema di una guerra combattuta su un fronte molto più ampio, quello della manipolazione, sul doppio regime di scontro e quindi anche di trattativa che impone una «guerra di stadi».
La minaccia che Israele fronteggia adesso, per esempio, non è solo quella del terrore, ma anche del passaggio della guerra di popolo al fronte di «uno Stato per due popoli», dello «Stato binazionale» che non è che la traduzione della strategia della distruzione tramite il ritorno dei profughi, incrementata dalla malevolenza crescente verso le accuse a Israele di razzismo, crudeltà, colonialismo. Questa vecchia teoria si nutre oggi di saggi sulla New York Review of Books e, si parva licet, sul Manifesto, e cerca di conquistare l’intellettualità occidentale e le università, viaggiando in parallelo con l’incitamento al terrorismo suicida che tuttora domina scuole, tv, radio. È una teoria della distruzione dello Stato ebraico che può essere gestita tranquillamente mentre si prosegue sul fronte dei negoziati. E mentre i terroristi suicidi seguitano a perseguire la primazia dell’Islam e della sua avanguardia rivoluzionaria. Il «fronte della pace» è questo. Esso comprende lo smantellamento di strutture culturali connesse all’autocrazia del mondo arabo e al suo bisogno di sfruttare la causa palestinese. Comprende la crescita di un fronte democratico che elimini dentro il mondo palestinese le illusioni di vittoria totale e smorzi il crudele sogno di distruzione di Israele. È una battaglia su più fronti che però, come spiegavo all’inizio, si combatte anche per noi stessi. La risposta è complessa, ed è inutile cercarla nella semplice formula land for peace. Non può funzionare.