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Il diabolico teorema di Yasser Arafat

RISK
di Barry Rubin
risk n.3 - Febbraio - Maggio 2004

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risk3 Quando sul finire del 2003 Yasser Arafat si ammalò seriamente, i palestinesi quasi piombarono nel panico per qualche giorno. I funzionari non sapevano evidentemente come affrontare la crisi, che secondo Ahmad Dudin, l’ex leader di Fatah nella regione di Hebron, dimostrò la «fragile natura dell’Autorità palestinese. L’Anp è sempre stata l’affare di un sol uomo. Arafat non ha mai acconsentito a condividere realmente il potere. Quello è il problema». La domanda che forse più di frequente mi viene rivolta a proposito di Yasser Arafat è perché, considerati tutti i suoi fallimenti e le sue sconfitte, i palestinesi se lo sono tenuto come leader. Naturalmente le risposte sono varie. La sua longevità come unico capo che il movimento abbia conosciuto, la sua notevole maestria negli affari politici palestinesi, il suo riconoscimento da parte del mondo e la volontà aparentemente illimitata di dargli nuove chances e nuove concessioni, nonché la mancanza di alternative adeguate. Eppure una motivazione s’impone per la sua particolare importanza, e rafforza e a sua volta è corroborata da tutte le altre: il timore che senza la sua leadership, il movimento possa sfaldarsi. Il problema non è soltanto che Arafat non ha designato un successore. Piuttosto, è che ha bloccato la crescita di qualunque possibile candidato successore. Allo stesso modo, ha sabotato la creazione di qualunque istituzione che potrebbe offrire una transizione morbida, promuovere l’affermazione di un nuovo leader, mediare nelle dispute tra candidati in competizione, o tenere a bada il potere di un futuro dittatore. A un certo punto, verrà naturalmente un giorno in cui Arafat dovrà andarsene. Adesso ha 74 anni, e se si è esagerato quanto alla sua cattiva salute, Arafat verosimilmente non potrebbe nemmeno figurare sulla pubblicità di un club di fitness. Che succederebbe se una transizione nel movimento palestinese venisse imposta dalla biologia? Speculare sulle conseguenze è esercizio di limitato valore. Molto dipenderà dai tempi e dai dettagli. Ciò che ha rilevanza qui è chiedersi che cosa tale questione rivela sul movimento palestinese, la politica araba, il conflitto arabo-israeliano, e altre problematiche più ampie che condizionano fortemente la regione. Il punto importante è focalizzare l’attenzione non su chi, ma piuttosto su che cosa rimpiazzerà Arafat.

La centralità di Arafat
Descrivere l’unicità di Arafat e la particolarità del suo ruolo richiederebbe centinaia di pagine (a tal proposito, l’autore ha dedicato tre libri a questo argomento: Yasser Arafat: una biografia politica; La trasformazione dela politica palestinese; Rivoluzione fino alla vittoria? La politica e la storia dell’Olp, n.d.r.). Un giorno, un palestinese mi disse: «La politica egiziana assomiglia a una piramide. Il presidente Hosni Mubarak ne è il vertice, e la base è molto larga. La politica siriana è come la Torre Eiffel, il presidente Hafez al-Assad (oggi il figlio, Bashar Assad) ne è alla sommità e poche persone occupano ciascun livello. La politica palestinese è modellata su Yasser Arafat. Yasser Arafat è la politica palestinese, e non c’è altro». In un certo senso, Arafat era l’Autorità palestinese, e viceversa. Un funzionario riformatore di Fatah afferma: «Questo è il narcisismo di Arafat. E tutti ne soffriamo. Ho paura che il popolo palestinese ne soffrirà anche dopo la sua morte». L’enfasi poggia qui sulla domanda seguente: in che modo le qualità, le politiche e le idee di Arafat influenzeranno verosimilmente l’assetto politico palestinese del dopo-Arafat? Eccone di seguito dieci aspetti:
- Arafat come maestro delle pubbliche relazioni. Una delle più grandi abilità di Arafat è stata quella di riuscire a impersonare nel mondo intero la sua causa. Pur con le critiche che i suoi errori recenti gli sono valse, resta il fatto che egli rappresenta il maggior asso che i palestinesi possono giocare per ottenere la simpatia e l’interesse occidentali. Qualunque successore sarà certamente più nell’ombra e susciterà attenzioni meno positive. Ciò indebolirà il movimento.
- Arafat come islamista. Pur non potendo pienamente fondare in questa sede questa argomentazione, possiamo affermare che Arafat non è mai stato un vero nazionalista - specialmente se questo viene definito in base all’attribuzione della massima priorità all’ottenimento di uno Stato. La sua visione del mondo e la sua retorica ricalcano molto più da presso i vecchi tratti islamici, più simili ai Fratelli musulmani che a Hamas. Ciò presenta diversi, chiari inconvenienti. La fede di Arafat nell’inevitabilità della vittoria, nel fatto che considerazioni temporali o di costi siano irrilevanti, e che di conseguenza l’equilibrio delle forze non ha alcuna importanza, ha sovente danneggiato il movimento e ha reso più difficile il raggiungimento della pace. Al contempo, l’accento islamista di Arafat gli ha garantito l’appoggio di quasi metà dei pii musulmani palestinesi. Si può sostenere ragionevolmente che Arafat (e dunque l’Olp e l’Autorità palestinese) hanno goduto di maggior supporto da parte di questo settore dei loro rivali islamisti come Hamas o la Jihad islamica. Un successore di Arafat potrebbe perdere questo importante settore, il che beneficierebbe in massima parte Hamas.
- Arafat come anarchico. Arafat si è sempre opposto a una centralizzazione del movimento, dell’Olp o dell’Anp. Scaltro ad agire contro chiunque potesse minacciare il suo potere da un lato, dall’altro egli incoraggia l’emergere di centri di potere separati. L’Olp non è mai realmente esistito come organizzazione ma soltanto come un debole ombrello di vari gruppi, mentre la condizione di Fatah in termini di struttura o disciplina non è granché migliore. In teoria, almeno, Arafat ha il potere di farsi obbedire da chiunque, anche se egli ha spesso deliberatamente scelto di non esercitare tale autorità.
In un dopo-Arafat, sarà molto più difficile per qualsiasi successore - o successori - risolvere questo problema e imporre disciplina e gerarchizzazione al movimento, all’Olp, all’Anp o a Fatah. Ciò che Arafat avrebbe potuto permettersi di fare, da parte loro sarebbe visto come l’apparente tentativo di arraffare potere - cui verrebbe opposta una feroce resistenza. Dunque, la disorganizzazione delle organizzazoni palestinesi resterà con buona probabilità parte dell’eredità di Arafat per molti anni. Naturalmente, ciò possiede implicazioni importanti quanto all’incapacità di fermare la violenza, controllare i dissidenti, fare la pace o governare uno Stato.
- Arafat come massimalista. Un motivo determinante per l’incapacità di risolvere il conflitto isrtaelo-palestinese o quello arabo-israeliano era l’insistenza di Arafat sulla vittoria totale. L’unica alternativa all’ottenimento di tutta la terra tra il Giordano e il Mediterraneo per uno Stato palestinese era un accordo che permettesse al movimento di avanzare in quella direzione, lasciando al contempo opzioni aperte per il futuro. In che modo il leader o la leadership del dopo-Arafat potrà modificare questo lascito? Dato il controllo di Arafat sul movimento e la sua legittimità praticamente senza rivali, egli avrebbe potuto modificare l’orientamento dei palestinesi. Anche se lo volessero, i successori di Arafat avranno molte più difficoltà. A peggiorare le cose è il fatto che sotto Arafat un’intera generazione di palestinesi è stata indottrinata integralmente con l’idea che soltanto una vittoria totale sia accettabile, e che difendere qualcosa che sia meno di ciò equivale a tradimento. Questo potrebbe essere l’aspetto più dannoso dell’eredità di Arafat.
- Arafat come tattico della violenza. La giustificazione della violenza senza limiti è un’eredità di Arafat devastante per i palestinesi. Numerosi movimenti, nel corso della storia, hanno fatto ricorso alla violenza, ma sono pochi quelli che l’hanno giustificata e resa un ideale romantico come ha fatto il movimento palestinese. Peggio, l’idea di violenza «adeguata» (ciò che si intende con l’espressione «con ogni mezzo necessario») è stata elaborata includendovi il terrorismo più brutale e il colpire chiunque venga a essere identificato come appartenente al campo nemico. Una volta sfrondate le razionalizzazioni e le scuse (dirette piuttosto all’Occidente che al dialogo interno) la prevalente dottrina palestinese è basilarmente una pre-giustificazione del genocidio. Questo è un problema che non sparirà con Arafat. Come può qualcuno con minor legittimità di Arafat mettere sotto controllo questa violenza? Non si tratta di un problema meramente teorico. Interi gruppi - Hamas, Jihad islamica, Brigate Al-Aqsa di Fatah - e leader devono il loro potere all’abilità nel commettere violenze contro Israele, cosa che diventa il metro della loro virtù politica. Solo quando le forze di sicurezza saranno pronte a eliminare questi settori - ciò che di per sé intensificherebbe l’uso della violenza come norma sociale - potrebbe esserci speranza per un cambiamento.
- Arafat come monopolista. Se nominalmente i palestinesi sono governati collegialmente e da un regime democratico, la realtà è che il controllo di Arafat su ogni aspetto della politica (e se è per questo anche dell’economia) è schiacciante. Senza una lunga lotta (e forse una guerra civile) è difficile immaginare che qualcuno possa padroneggiare la scena palestinese come Arafat. La democrazia, tuttavia, non è affatto l’unica alternativa al governo di uno solo. Leadership collettive (di per sè instabili e difficilmente capaci di adottare quelle decisioni dure necessarie per ottenere uno Stato), una divisione del potere in feudi, o un alto grado di anarchia sono più probabili. In queste condizioni, i palestinesi avrebbero difficoltà a elaborare il tipo di negoziato moderato che potrebbe portare a una soluzione diplomatica. Data la mancanza di esperienza con le reali dinamiche di scambio proprie della politica pluralistica o della democrazia (una realtà in netto contrasto con le asserzioni che i palestinesi siano gli arabi politicamente più sofisticati), sarà ancor più complicato generare una società, un movimento o uno Stato stabili.
- Arafat come anti-pragatico. Accanto alla dinamica prettamente politica, Arafat ha anche forgiato lo stile intellettuale e psicologico-politico del movimento. Se sotto molti aspetti questo richiama quanto avvenuto nel resto del mondo arabo (cioè negli Stati arabi), per i palestinesi risulta molto più dannoso. Nei Paesi arabi, l’insuccesso dello sviluppo di uno stile pragmatico, incline al compromesso, logico - con idee e attese desunte dal mondo reale invece che da un’ideologia - inibisce il progresso ma contribuisce al mantenimento dello status quo. Nel caso dei palestinesi, le medesime modalità nei fatti impediscono la nascita di uno Stato e assicurano il perpetuarsi di una situazione che per la loro visione del mondo è inaccettabile. Su questo punto quindi l’eredità di Arafat è un approccio in cui è assolutamente plausibile dipingere come una vittoria una tattica, una strategia o una situazione disastrosa. Lo stesso si applica alla decisione se dar inizio o seguito a una guerra che non si può vincere; alla formulazione di richieste che non possono essere soddisfatte; e così via. Che una diversa cultura politica si affermi è estremamente difficile.
- Arafat come nazionalista palestinese puro. Sotto questo aspetto l’eredità di Arafat può risultare vantaggiosa, pur presentando anche svantaggi. In teoria, il rifiuto di Arafat di schierarsi ideologicamente dovrebbe essere garanzia di unità, in cui tutti sono dediti a una lotta palestinese unitaria. In pratica, però, differenze ideologiche esistono (soprattutto tra islamisti e nazionalisti) e sono alimentate da rivalità personali e tra fazioni. Un altro handicap è l’assenza di una visione che instilli nella gente l’idea di nazione.
- Arafat come guardiano dell’indipendenza dagli altri Stati arabi. Uno dei maggiori successi di Arafat è consistito nell’essere riuscito a contrastare gli sforzi di vari regimi per controllare l’Olp. Il lato negativo di questa qualità, però, è che le sue manovre hanno spesso creato nemici tra questi governanti. A dispetto del mito di un unanime appoggio arabo ai palestinesi, in ogni momento diversi Paesi hanno sovvertito l’organizzazione mentre la maggior parte degli altri hanno fatto ben poco per aiutarla. Forse il movimento palestinese ha superato il rischio di essere ridotto a satellite di qualche Stato arabo (o dell’Iran); forse tali regimi non sono più interessati a questo obiettivo. Ma senza la guida di Arafat, è possibile che si rinnovino i tentativi di costringere l’Olp a sottomettersi, o di dividere l’organizzazione. L’Iran appoggia i gruppi islamisti; la Siria quelli radicali, mentre l’Egitto potrebbe tentare di esercitare un’influenza moderatrice. Una considerazione chiave sarebbe la possibilità che l’Olp e l’Anp si separino in un dopo-Arafat. Alcuni candidati alla guida dell’organizzazione - specialmente Faruq Qaddumi, pro-siriano - potrebbero scorgere negli Stati arabi degli alleati nella lotta per il potere del dopo-Arafat.
- Arafat come leader indiscusso. L’elemento chiave in questo è il semplice fatto che Arafat è stato l’unico leader sin dal momento in cui fondò il movimento nel 1959. Non ci sono state opportunità perché emergessero leader alternativi o futuri. Si aggiunge a ciò il fatto che le due figure più probabili come sostituti - Abu Jihad e Abu Iyad - sono stati assassinati. Feisal al-Hussein, il terzo personaggio di maggior spicco e l’unico leader di statura espresso dai palestinesi della West Bank e della Striscia di Gaza - è morto anch’egli.
Infine, l’eredità ultima di Arafat è la terribile condizione di esistenza dei palestinesi. Arafat li ha condotti a molte sconfitte militari, incluso il fallimento della guerriglia nella West Bank dopo il 1967, la sconfitta da parte dell’esercito giordano nel 1970, di quello israeliano nel 1982, e di quello siriano nel 1983, così come l’insuccesso della guerra terroristica scatenata contro Israele dai confini libanese e giordano. Allo stesso modo, egli ha sprecato un gran numero di opportunità diplomatiche, dal primo summit di Camp David nel 1978 al secondo incontro nello stesso luogo 22 anni dopo. Sfruttando il processo di pace di Oslo, è rientrato nella West Bank e a Gaza ma non è riuscito a trasformare quegli accordi in uno Stato. Dopo aver rifiutato le offerte di Camp David e del Piano Clinton nel 2000, e aver lanciato una nuova guerra contro Israele, ha completato la distruzione di tutti i guadagni palestinesi degli anni Novanta. Questo non vuol dire che un cambiamento in un’era post-Arafat sia impossibile. Quasi nello stesso momento in cui Mao Tze Tung e Josef Stalin, o Gamal Abdel Nasser venivano sepolti, le loro società sono entrate in una fase di enorme cambiamento che gli onnipotenti dittatori avrebbero contrastato. Questo, in maniera più limitata, è anche vero per l’Ayatollah Ruhollah Khomeini. Ma in tutti questi casi esisteva una leadership per la successione e una struttura altamente istituzionalizzata pronta a prendere le consegne. Senza nessuno di questi vantaggi, per i palestinesi il compito sarà più duro. L’ironia più grande è questa: il tipo di pensiero, di sistema, di obiettivi, e di tattiche adottati da Arafat sono lo stato dell’arte per mantenere lo status quo. Sono una strategia di intransigenza e continuità. Eppure i palestinesi sono il popolo che teoricamente più di ogni altro sulla terra anela a cambiare la propria situazione!

Le molte kefiah di Arafat
Data la molteplicità di ruoli di Arafat, è possibile che più di una persona ottenga queste funzioni. Questo comporterebbe come minimo uno stallo, un’autorità frazionata in cui le grandi decisioni sulle tattiche, la strategia e la pace sarebbero difficili da prendere. Chiunque proponga un compromesso vedrebbe rapidamente bollata la sua decisione come tradimento, che gli si ritorcerebbe contro nelle battaglie per il potere. Nel peggiore dei casi, il risultato potrebbe essere l’anarchia o un conflitto violento. Il lavoro di Arafat include:
- La guida del movimento nel suo complesso, riconosciuta internazionalmente.
- Il ruolo di leader del popolo riconosciuto da tutti i gruppi e dall’opinione pubblica
- La funzione di presidente dell’Olp
- Il comando dell’Anp
- Il ruolo di capo del Fatah
In questo contesto, egli guida anche il Comitato rivoluzionario di Fatah, il Comitato centrale di Fatah, e il Comitato esecutivo dell’Olp. Egli rivendica anche di essere il capo legittimo del Consiglio legislativo palestinese (Plc). Sceglie i funzionari che servono in tutti questi gruppi. Per esemio, Arafat decide chi guiderà ognuna delle agenzie di sicurezza, e persino la stessa esistenza di questi organi. Se tali decisioni sono prese da qualcuno che non è più al di sopra di ogni critica, ciò vuol dire che potranno essere messe in discussione. Se una strada per risolvere tali questioni è il compromesso e la cooperazione, si tratta dello scenario più probabile per l’assetto politico palestinese del dopo-Arafat? La possibilità di una divisione è particolarmente significativa per quanto concerne l’Olp e l’Anp. Se persone diverse sono scelte per guidare ogni organizzazione, i palestinesi al di fuori della West Bank e della Striscia di Gaza potrebbero andare per la loro strada. Se ciò avvenisse, potrebbero sconfessare qualsiasi accordo siglato dall’Anp. Dato che queste persone sono quasi esclusivamente profughi del 1948 che hanno un particolare attaccamento al «diritto del ritorno», è molto probabile che questo scenario si verifichi. Allo stesso modo, questi outsider cadrebbero con maggiore facilità sotto il patronato di uno Stato arabo. Perciò, i palestinesi hanno un interesse a che una persona sola erediti tutte le posizioni di Arafat. Ma se ciò accadesse, quell’individuo diverrebbe un altro dittatore.

Chi sceglierà?
Sebbene in teoria la presidenza del Plc dovrebbe andare, nel caso di scomparsa di Arafat, a un leader ad interim, questa regola contenuta nella non sanzionata Costituzione palestinese potrebbe benissimo non venire rispettata. Dovremmo aggiungere che con le dimissioni di Abu Ala nell’autunno 2003, la presidenza del Plc è passata a Rafiq al-Natsha. Questi è l’ex ambasciatore dell’Olp in Arabia Saudita, e un membro di Hebron del Plc. L’elemento più rilevante del sessantanovenne Natsha è che egli è un tale falco che non solo si è opposto agli accordi di Oslo ma ha rifiutato anche la risoluzione del Plc del 1988 che approvava le concessioni più risicate. La sua posizione era così intransigente che Natsha è stato l’unico membro del Comitato centrale di Fatah a non essere rieletto nel 1990. Si tratta dell’uomo che diverrebbe teoricamente il successore ad interim di Arafat, la quintessenza del burocrate estremista della vecchia guardia dell’Olp. Il Comitato centrale di Fatah sarebbe l’organismo che con maggiore probabilità sceglierebbe il prossimo leader di Fatah. Quella persona diverrebbe allora il candidato favorito per il posto di leader dell’Olp e dell’Anp. Il Comitato attualmente è composto da 17 membri, Arafat escluso. Di questi, tre possono essere definiti moderati – Abu Mazen, Abu Ala, e Nasir Yusuf. Va notato, però, che i primi due uomini sono rivali e difficilmente si appoggerebbero l’un l’altro. Dei rimanenti 14, cinque sono falchi, cioè possiamo dire più militanti dello stesso Arafat – Faruq Qaddumi, Abbas Zaki, Sakr Habash, Abu Mahir, e Salah al-Za’nun. I restanti nove sono fondamentalmente satelliti di Arafat, con un paio di eccezioni. Ciò che è più degno di nota è che l’organo che sceglierà il prossimo leader palestinese ha soltanto un membro che proviene dalla West Bank/Gaza. E quell’uomo, Zakariyya al-Agha, scelto da Arafat per guidare Fatah a Gaza, è molto debole. In breve, il vecchio Olp di prima del 1994 ha ancora il controllo sulla scelta del successore di Arafat.
La situazione è molto simile per quanto riguarda il Comitato esecutivo dell’Olp. Sebbene un terzo dei suoi membri provengano dalla West Bank e da Gaza, solo uno o due di essi potrebbe avere una qualche indipendenza. I falchi superano numericamente con facilità i moderati. È possibile che il Consiglio nazionale palestinese o il più grande Comitato rivoluzionario di Fatah – con membri più radicati nella West Bank – possano giocare un maggiore ruolo nella selezione del prossimo leader palestinese. Eppure questa più larga partecipazione non andrebbe data per scontata. Nelle analisi palestinesi v’è uno strisciante wishful thinking, o una disinformazione deliberata che influenza ciò che dice la gente. «In ultima analisi – dichiara Habash – sarà il popolo palestinese a decidere, e Fatah accetterà la decisione popolare». Ma questa affermazione non è fondata nella realtà. Forse ci potranno essere elezioni, ma presumibilmente si tratterebbe di un plebiscito a conferma della scelta già fatta da Fatah. L’opinione pubblica non ha modo di esprimersi, data la mancanza di media indipendenti, di reali partiti politici, o di una forte società civile. Essa si trova a essere anche fortemente divisa tra obiettivi radicali e percezioni estremiste, da un lato, e un desiderio di pace e sicurezza dall’altro. Le decisioni reali, quindi, continueranno a venire dall’alto.

Approcci e leader alternativi
Chi sarà la personalità emergente che otterrà il potere più grande? Impossibile dirlo, naturalmente, anche se è possibile indicare alcune tendenze generali. Le caratteristiche più probabili sono che si tratterà di un uomo, musulmano, membro di Fatah, e residente nella West Bank. Prendiamo in considerazione diverse categorie di potenziali leader:
- Un deciso riformista. Nella vecchia generazione, potrebbe essere soltanto Abu Mazen, membro e segretario del Comitato esecutivo dell’Olp e anche ex Primo ministro, mentre nella nuova guardia il candidato più probabile sarebbe Muhammad Dahlan, ex capo della sicurezza preventiva nella Striscia di Gaza. Entrambe le possibilità sono scarsamente probabili. Abu Mazen è ai ferri corti con la burocrazia di Fatah perché era considerato eccessivamente moderato; Dahlan ha una base di sostegno solida ma relativamente esigua, limitata alla Striscia di Gaza.
- Un vecchio attivista dell’Olp. Qaddumi sarebbe la possibilità più rilevante, e la sua base di popolarità è reale. Ma vive a Tunisi, fuori dall’area dell’Autorità palestinese. Il suo estremismo, comunque, è un vantaggio fondamentale agli occhi di molti palestinesi. Esistono molte altre possibilità tra la vecchia generazione, la maggior parte falchi.
- Un tecnocrate debole. Abu Ala potrebbe essere la scelta più probabile in questa categoria. È un moderato e originario della West Bank, ma è privo di una sua base, e non gode di buona salute.
- Un beniamino del popolo. Marwan Barghouti esemplifica questo tipo meglio di chiunque altro, rappresentando la giovane generazione indigena della West Bank. Egli è anche una figura molto complessa. Dopo essere stato il leader militare più importante dell’Intifada, è stato arrestato da Israele e adesso si trova in prigione. L’approccio di base di Barghouti è che in linea di principio egli è disposto a raggiungere una pace con Israele ma solo dopo una sua sconfitta militare a opera dei palestinesi. Quindi, egli potrebbe emergere come un nuovo Arafat – e guidare i palestinesi verso decenni di altre inutili lotte armate – o come qualcuno che un giorno potrebbe concludere la pace. Anche la sua base di supporto è limitata, però, e i suoi nemici sono molti.
Esistono anche numerose fazioni, che complicano ulteriormente la questione. Il leader di ciascuna delle agenzie di sicurezza – e ce ne sono dozzine – ha ambizioni di potere. Rivalità regionali, soprattutto tra la Striscia di Gaza e la West Bank, devono essere prese in considerazione. Nessuno possiede una base di sostegno che abbraccia tutti i territori. Data la prevalenza delle armi e la mancanza di mediazioni istituzionali, la violenza è una possibilità concreta.

La politica del dopo-Arafat
Date queste complessità, è chiaro che anche un nuovo leader emergente dovrà fare attenzione a quello che pensano altre persone chiave e fazioni. Questa è una ricetta per uno stallo o quantomeno per la perpetuazione dello status quo. In altre parole, quelle azioni radicali e decisioni difficili di cui c’è bisogno per addivenire a un compromesso per la pace sono improbabili in questo contesto. Chiunque proponga concessioni a Israele sa che verrà bollato come traditore dai rivali. In un’era di leadership collettiva la moderazione della lotta è una mossa suicida, mentre il radicalismo militante – a parole o attraverso la violenza anti-israeliana – è una maniera di accrescere la propria popolarità. Promuovere attacchi contro Israele o quanto meno fare demagogia in questa situazione è anche un modo di raffreddare il clima dentro la stessa comunità palestinese. La guerra contro Israele verrà vista da molti come la strada per evitare una guerra tra palestinesi. È anche la maniera migliore per promuovere l’unità nazionale, evitando le divisioni derivanti da un serio dibattito sulla rielaborazione degli obiettivi e dei metodi palestinesi. È importante ricordare che ancora oggi i palestinesi non hanno idea di cosa gli è stato offerto a Camp David o con il Piano Clinton – che cioè il presidente Clinton e il Primo ministro Ehud Barak hanno offerto uno Stato palestinese indipendente sulla totalità di Gaza, l’equivalente dell’intera West Bank, gran parte di Gerusalemme Est e la sovranità sulla moschea di Al Aqsa. Disinformati secondo l’idea che Israele non offre nulla se non occupazione infinita, i palestinesi non vedranno altra alternativa se non la continuazione della lotta armata. Sentendosi ripetere continuamente che una vittoria totale è sia giusta che possibile e costantemente informati dell’appoggio del mondo intero, è difficile che scelgano di ripensare del tutto secondo un’impostazione moderata la loro visione del mondo.

Disintegrazione
Con tutti i problemi derivanti da questa situazione, probabilmente un leader potente emergerà solo tra alcuni anni. Nel periodo dell’interim, le probabili conseguenze saranno stallo, anarchia, o guerra civile. Uno stallo significherebbe il proseguimento delle attuali politiche senza che qualcuno possa presentare alcuna iniziativa diplomatica o politica. L’anarchia implica la mancanza di una leadership reale, con un potere detenuto in diverse regioni da varie autorità locali. Agenzie di sicurezza, gruppi di opposizione radicali, milizie indipendenti legate a Fatah, e altre forze lavorerebbero per obiettivi contrastanti. Sotto certi aspetti, non sarebbe una situazione molto diversa da quella attuale. La Striscia di Gaza e la West Bank potrebbero andare alla deriva l’una dall’altra. Una guerra civile è lo scenario meno probabile. Significherebbe una conflitto tra candidati governanti e fazioni di potere. I palestinesi hanno un vero terrore di una simile conseguenza e faranno di tutto per scongiurarla (e poiché la moderazione accresce la probabilità di un simile sviluppo, diviene sempre meno attraente). Poiché il principale luogo della lotta di potere sarebbe Fatah, questo andrebbe incontro a un gravissimo rischio di disintegrazione o frammentazione. Questa minaccia potrebbe costringere i leader di Fatah ad aggregarsi. Ma non è così che la pensa Abd al-Sattar Passim, professore di Scienze politiche all’università al-Najah, che sostiene che «Fatah si disintegrerà definitivamente e si polarizzerà in diversi gruppi e fazioni. Dentro Fatah vi sono veri patrioti. Ma ci sono anche molti opportunisti che si sono uniti ad Arafat solo per i guadagni materiali». Una visione semplicistica sarebbe che una giovane guardia di autoctoni della West Bank, veterani della prima e della seconda Intifada, otterrebbe potere dai vecchi burocrati di Fatah e dell’Olp rientrati dall’estero nel 1994. Qui il problema, tuttavia, è che non tutto l’ex gruppo è unito. Barghuti è certamente il rappresentante più rilevante di questo trend, ma potrebbe davvero acquistare potere? Ai leader delle forze di sicurezza non piace questa prospettiva. Poiché nessuno vuole un confronto violento, l’establishment si trova nella posizione migliore per conservare il potere, almeno per un certo numero di anni.
Un’ulteriore questione sarebbe il ruolo di Hamas. Non ha possibilità di impadronirsi del potere, con una base di appena il 20%, ma potrebbe giocare un ruolo di primo piano come alleato di una fazione. Uno dei maggiori cambiamenti negli ultimi tre anni è stato un totale rovesciamento delle relazioni tra l’Anp o Fatah, e Hamas. Nel corso degli anni Novanta, Arafat aveva tentato di sopraffare e cooptare Hamas, e renderla un partner minore – un’opposizione leale. Oggi, invece, Arafat e Fatah – e soprattutto le Brigate Al Aqsa di Barghouti – sono alleati di Hamas. Di contro, alcuni all’interno di Fatah come Abu Mazen e Dahlan, e soprattutto quelli delle forze di sicurezza e la sinistra palestinese, temono che Hamas possa acquistare potere o anche impadronirsene un giorno. Tali timori potrebbero anche incoraggiare l’unità di Fatah in un’era post-Arafat ma l’inclinazione di Barghouti a cooperare strettamente con Hamas rappresenta una fondamentale minaccia potenziale. In qualche modo l’indebolimento del movimento, quindi, è una reale possibilità in un’era post-Arafat. L’opinione pubblica e i leader vogliono evitare questo sviluppo ma sono preoccupati che possa accadere. Potrebbero aver ragione.

Influenze straniere
Molti palestinesi si preoccupano che gli Stati arabi, gli Stati Uniti, o Israele influenzeranno grandemente il riplasmarsi della politica palestinese del dopo-Arafat. Passim, per esempio, dice che all’interno di Fatah «c’è anche gente che lavora per Israele». Atif Udwan, professore di Scienze politiche all’università al-Azhar di Gaza, afferma: «La questione di chi succederà ad Arafat non sarà esclusivamente affare dei palestinesi. Ci sono i giordani, gli egiziani, gli americani e persino gli israeliani. Tutti questi cercheranno di manipolare gli assetti del dopo-Arafat in loro favore». Questa specifica preoccupazione appare esagerata. Fondamentalmente, queste preoccupazioni riflettono le più ampie paure palestinesi che il movimento sarà molto più disorganizzato e debole senza Arafat. L’idea di un’influenza americana o israeliana è in gran parte una parola in codice che indica l’opposizione a una politica più moderata di un nuovo leader. A parte la possibilità di una guida pro-siriana con Qaddumi, anche l’influenza degli Stati arabi è molto limitata. Ognuno a suo modo, l’Egitto, la Giordania e l’Iran vogliono influenzare la direzione della politica palestinese. Ma è difficile scorgere come possano ottenere questo risultato. Lo stesso vale per gli Stati Uniti e per Israele. È tuttavia probabile che qualunque influenza palestinese residua sugli Stati arabi declinerà ulteriormente senza Arafat. I regimi arabi potrebbero scegliere la loro fazione o il leader preferito e appoggiarlo o finanziarlo. Questo aggraverebbe i conflitti e renderebbe più difficile la creazione di una gerarchia stabile. Infine, è importante tornare a sottolineare che esistono molte incognite per la politica palestinese senza Arafat. Cionondimeno, appare ragionevole sostenere che il movimento sarà più diviso e in situazione di stallo, più debole sia internamente che a livello internazionale, e probabilmente non più moderato. Un periodo di subbuglio, che potrebbe rivelarsi abbastanza prolungato, sarebbe necessario perché emerga un nuovo leader. La moderazione non sarà una carta vincente per i concorrenti. L’esperienza ha dimostrato che con Arafat al potere è impossibile raggiungere la pace. Eppure, la dipartita di Arafat dal potere da sola non modificherà radicalmente questa infelice situazione.

(Traduzione dall’inglese di Mario Rimini)
 

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