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Non dimenticate che noi siamo Occidente

RISK
di Efraim Inbar
risk n.3 - Febbraio - Maggio 2004

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risk3 Il fattore più importante per la situazione globale di Israele è il fatto che gli Stati Uniti sono la sola superpotenza mondiale. Ciò ha rafforzato la percezione che le fortune politiche di Israele, un alleato dell’America, siano migliorate. Israele ha continuato a ricevere circa tre miliardi di dollari all’anno dal programma di sostegno americano, nonché accesso alle armi più sofisticate e supporto politico. D’altro canto, gli arabi hanno perso l’ombrello strategico sovietico, che consisteva in armi fornite a prezzi politici e un forte supporto nei vari forum internazionali. Il blocco arabo è rimasto ancor più indebolito politicamente da un altro cambio sistemico: la comparsa di un mercato favorevole al consumatore nell’economia mondiale del petrolio. I Paesi arabi produttori di petrolio, in particolare, hanno perso molta influenza politica per via dei bassi prezzi del greggio. La combinazione di prezzi bassi del petrolio, del rapido incremento della popolazione, degli insuccessi nella modernizzazione e diversificazione dell’economia in generale, combinata con una gestione economica fondamentalmente sbagliata nella maggioranza dei Paesi arabi ha deteriorato ulteriormente sia la loro situazione economica, sia la loro posizione internazionale. Il tutto ha portato a un indebolimento della loro opposizione a Israele. All’inizio del Ventunesimo secolo assistiamo a una rinascita dell’influenza dell’America. La notevole determinazione americana nell’usare la forza in Afghanistan e in Iraq ha un’influenza moderatrice sul comportamento di diverse nazioni ostili. Il destino di Israele è legato alle fortune dell’Occidente, e specialmente degli Stati Uniti. Dall’11 settembre 2001 abbiamo assistito a uno sforzo senza precedenti degli Stati Uniti per aumentare considerevolmente la loro influenza in Medio Oriente. È qui che la guerra globale contro il terrorismo si focalizza (dalla Libia all’Afghanistan), perché qui sono racchiuse le infrastrutture (quartieri generali e addestramento) della maggior parte delle organizzazioni terroristiche. Gli sforzi più grandi per diffondere la democrazia e il libero mercato nella regione hanno luogo in Iraq, Iran, Turchia e Palestina. Il successo di questi sforzi locali avrà un chiaro effetto sulla sicurezza di Israele. Nel periodo immediatamente successivo alla vittoria americana in Iraq l’interrogativo più importante è se la presenza militare americana a Baghdad costituisca l’inizio di una nuova era nel Medio Oriente, o se si assisterà a un rapido ritiro militare e alla dissipazione dell’influenza americana come accadde dopo la vittoria del 1991. Potranno gli americani occidentalizzare e democratizzare il mondo arabo «ellenizzando» questa regione in un modo che ci ricorda Alessandro Magno nel Quarto secolo avanti Cristo? E diventerà Baghdad ancora una volta un fiorente centro di scienze e di belle arti e un catalizzatore degli scambi nel Medio Oriente? Una democrazia di stile occidentale non è probabilmente dietro l’angolo a Baghdad, ma il positivo esito di un processo di liberalizzazione politica ed economica in Iraq avrebbe enormi ripercussioni nell’intera regione. Dal punto di vista di Gerusalemme la minaccia irachena rappresentata dal potere di Saddam Hussein è stata rimossa. Hussein aveva una lunga lista di atti d’aggressione e di ambizioni egemoniche. Questo ha reso il suo tentativo di ottenere armi biologiche e nucleari estremamente pericoloso, specialmente per Israele. Hussein non ha mai nascosto la sua profonda ostilità allo Stato ebraico e il suo desiderio di vederlo cadere. Ha minacciato ripetutamente la distruzione di Israele con il suo arsenale di armi di distruzione di massa e non ha esitato a lanciare missili su popolosi centri israeliani nell’inverno del 1991. Mentre il futuro dell’Iraq rimane incerto, Israele ha beneficiato dal cambio di regime a Baghdad. Il nuovo Iraq deve ora affrontare i problemi interni, e condurre un’attiva politica estera anti-israeliana gli sarà quindi difficile. La presenza americana e l’iniziale dipendenza irachena da Washington indurranno il nuovo regime a bloccare i programmi sulle armi di distruzione di massa. Una posizione del genere in Iraq rimuove l’eventualità che si crei un fronte orientale contro Israele. Vale la pena di notare che tale fronte è più vicino al centro territoriale di Israele che potenziali attacchi da Nord o da Sud. Infatti, il cambio in Iraq permette a Israele di implementare riduzioni in diverse aree del suo budget difensivo.

Iran. Fin dalla rivoluzione islamica del 1979 l’Iran ha adottato una clamorosa politica estera anti-americana. Inoltre, la ricerca iraniana di armi nucleari rappresenta una sfida diretta al tentativo americano di imporre un regime di non-proliferazione. Un fallimento americano nel convincere l’Iran a desistere dai suoi sforzi per produrre materiale fissile (cioè arricchire uranio e/o separare il plutonio) avrebbe pericolose conseguenze nel Medio Oriente. La prospettiva di un Iran nucleare minaccerebbe la sicurezza americana ed europea, darebbe forza al militarismo e renderebbe più aggressivi i sostenitori di una linea dura nella regione. Inoltre, essa destabilizzerebbe l’area del Golfo e incoraggerebbe altre nazioni come l’Arabia Saudita e la Libia a fare altrettanto. La posizione dell’amministrazione Bush sulla proliferazione, e la presenza militare americana nell’Iraq offrono qualche speranza a Gerusalemme che gli americani potrebbero fare qualcosa per mettere fine al programma nucleare iraniano. Dal punto di vista di Israele, l’Iran è diventato sempre più una minaccia per lo Stato ebraico. L’Iran si rifiuta di riconoscere Israele, e i massimi esponenti governativi spesso ne auspicano la distruzione, chiamandolo «il Piccolo Satana». Per esempio, nel dicembre del 2001 Rafsanjani invocò la jihad contro lo Stato ebraico, e disse che bastava una sola bomba atomica per mettere fine a Israele, mentre la risposta nucleare dello stesso avrebbe potuto causare un danno sopportabile al mondo islamico. Un esempio più recente lo abbiamo durante una parata militare del 22 settembre 2003, quando la Repubblica islamica mise in parata sei dei suoi missili Shahab-3 decorati con slogan anti-israeliani e anti-americani. Uno di essi affermava che Israele dovrebbe essere «cancellata dal mappamondo». L’Iran si è anche continuamente opposto al processo di riappacificazione tra Israele e il mondo arabo che ricominciò nel 1991, mentre ha finanziato gli Hezbollah del Libano meridionale, che hanno attaccato bersagli israeliani non solo nel Libano del Sud e in Israele, ma anche altrove nel mondo. Teheran ha anche dato supporto a gruppi terroristici palestinesi come Hamas e il Jihad islamico, che hanno come scopo la distruzione dello Stato ebraico.

L’infinita inimicizia dell’Iran, associata ai suoi missili e ai programmi di armi di distruzione di massa è diventata una sfida esistenziale per Israele. Nel 2003 l’Iran ha raggiunto uno stadio molto avanzato nello sviluppo dei missili terra-terra Shahab-3. Essi hanno una gittata di 1.300 chilometri, e ciò mette Israele entro la loro portata. Tale raggio d’azione rende il programma nucleare iraniano ancora più minaccioso; il successo del programma nucleare iraniano è quindi visto da Gerusalemme come una minaccia alla sua stessa esistenza. Il massimo esponente del servizio segreto israeliano ha recentemente dato un serio, chiaro ammonimento sulla minaccia che il programma nucleare iraniano rappresenta. In una testimonianza davanti al Comitato per la Difesa e gli Affari Esteri della Knesset lo scorso 17 novembre 2003, Meir Dagan, capo del Mossad, ha sottolineato che la capacità atomica dell’Iran costituirebbe la più grande «minaccia all’esistenza di Israele» dal 1948. Teheran, secondo il capo del servizio segreto, raggiungerà presto un «punto di non ritorno» nel suo sviluppo nucleare, dopo il quale un’offensiva atomica iraniana sarebbe una virtuale certezza. L’opinione di Dagan segue un recente ammonimento da parte del ministro della Difesa israeliano Shaul Mofaz che «Israele non può in alcun modo accettare la presenza di armi nucleari in mano agli iraniani» – una ben poco celata minaccia che Gerusalemme è pronta, se necessario, a neutralizzare il programma nucleare iraniano con la forza se le attuali pressioni internazionali per ridurre le ambizioni nucleari di Teheran falliranno.

Turchia. Nel novembre del 2003 la Turchia ha subito decine di morti e centinaia di feriti a causa di attacchi terroristici a opera di organizzazioni islamiche estremiste, e il terrore non ha risparmiato nemmeno le aree popolate dagli islamici. Questo Paese, che mette l’accento sulla natura laica dello Stato e la sua determinazione a diventare parte dell’Occidente illuminista, rappresenta un supremo fastidio per i radicali musulmani. L’incantevole, cosmopolita città di Istanbul, che si estende sui due lati del Bosforo, lingua d’acqua designata come confine tra Europa e Asia, simboleggia più di ogni altra cosa la determinazione turca di diventare parte della civiltà occidentale. Però questo sogno kemalista è l’incubo di al-Qaeda e dei suoi simili. In verità, il loro intento non è solo quello di colpire gli ebrei (che sono associati con Israele) e gli inglesi, ma anche quello di creare una tempesta politica che spinga la Turchia ancora una volta nella direzione del Medio Oriente islamico fondamentalista e verso quelle radicate posizioni anti-moderniste e anti-occidentali dalle quali la Turchia vuole disperatamente sganciarsi.
Con ogni probabilità il governo turco gestirà il fenomeno del terrorismo sul suo territorio con fermezza. Questa nazione è una delle poche che ha eliminato con successo il terrorismo nazionale, sgretolando il retroterra del Pkk curdo. L’esercito turco ha perfezionato le sue dottrine e le sue tattiche per eliminare la minaccia curda, e ha avuto successo sia nella mobilitazione del supporto politico nazionale, sia nell’ottenere le risorse per portare a termine il lavoro. Però la vittoriosa campagna contro il Pkk degli anni Ottanta e Novanta fu condotta su monti e su pianure. Invece, oggi il pericolo è che il terrorismo contro i civili è condotto nei centri urbani, ciò che rende il terrorismo islamico internazionale una sfida assai più temibile. L’esercito turco raccoglierà con piacere tale sfida per provare che di esso c’è ancora bisogno, e che resta il custode dello Stato turco. La Turchia dispone di servizi di sicurezza efficienti e professionali, che per anni sono stati all’avanguardia nella guerra contro il terrorismo curdo e armeno, acquisendo anche molta esperienza nella lotta contro elementi islamici radicali. Resta quindi da sperare che la cooperazione tra la Turchia e le altre nazioni – incluso Israele – nell’area dell’anti-terrorismo continui a crescere. Se la Turchia fallisse nella sua lotta contro il terrore, una possibile e terribile conseguenza sarebbe un’inversione della sua tendenza storica a diventare parte dell’Occidente. Sottrarre la Turchia all’Occidente sarebbe un enorme successo per gli elementi fondamentalisti islamici, perché finora essa è l’unico esempio di un Paese islamico che abbia abbracciato con successo i valori occidentali della democrazia e del libero mercato; inoltre, la sua posizione geo-strategica è estremamente importante. Di conseguenza la posta in gioco non è solo la sicurezza interna dei cittadini turchi, ma anche l’identità dello Stato turco e della sua società, nonché la sicurezza dell’Occidente. Per Israele, l’attuale orientamento della politica estera turca è di estremo valore. Sin dalla metà degli anni Novanta, abbiamo assistito a un miglioramento delle relazioni bilaterali e al raggiungimento di un livello di partnership strategica senza precedenti. La stretta cooperazione strategica turco-israeliana ha un effetto positivo nel processo di pace, che arriva a vedere la riluttante accettazione di Israele come entità regionale dalla maggioranza degli Stati arabi; ciò rafforza l’idea che Israele sia potente militarmente e che non possa essere facilmente rimossa dalla carta geografica. Inoltre, la relazione turco-israeliana ha un effetto mitigatore sulle ambizioni e sul revanscismo arabo, ancora presente nella regione. La Turchia ha continuato a mantenere buone relazioni con Israele, nonostante il prolungato conflitto palestinese iniziato nel settembre del 2000, e l’ascesa del partito islamico (Akp) al potere nel novembre del 2002: un’indicazione di quanto siano tenaci le relazioni turco-israeliane. Inoltre, Ankara ha aumentato il suo impegno diplomatico nella regione, uno sviluppo gradito a Israele. Il cambio di direzione ad Ankara per via dei recenti attacchi terroristi a Istanbul è servito come campanello d’allarme. Una conquista del potere da parte dei filo-islamici in Turchia avrebbe un effetto estremamente negativo sull’equilibrio strategico del Medio Oriente e sulla sicurezza di Israele.

L’arena israeliano-palestinese. Nel settembre del 2000 i palestinesi sotto Yasser Arafat rifiutarono le incredibili concessioni offerte dal Primo ministro Ehud Barak nel contesto di un piano di pace definitivo. Da allora, essi hanno condotto una campagna terroristica contro Israele. Dopo l’11 settembre è divenuto ancora più chiaro che la violenza palestinese, a dispetto delle sue motivazioni e caratteristiche locali, è parte di un fenomeno più vasto: i musulmani contro l’Occidente. Il movimento nazionale palestinese, infuso fin dall’inizio con motivazioni religiose, è stato continuamente dalla parte delle forze anti-occidentali del Medio Oriente. Ha sostenuto l’Unione Sovietica, tentato di scalzare dal potere re Hussein in Giordania, contribuito alla destabilizzazione del pro-occidentale Libano; ha fornito addestramento alla maggioranza delle organizzazioni terroriste usando i suoi campi militari in Libano, e ha preso le parti di Saddam Hussein nel 1991 e nel 2003. La lotta contro Israele, percepito come un baluardo occidentale nel Medio Oriente, fa parte dell’etica nazionale palestinese. Inoltre Hamas e la Jihad Islamica, gli elementi religiosi nel movimento nazionale palestinese, hanno stretti legami con l’Iran islamista oltre che con Hezbollah e al-Qaeda.
Gli accordi di Oslo del settembre 1993 sembrarono forieri di una nuova era nelle relazioni tra Israele e i palestinesi, ma quelle speranze sono state distrutte nel settembre del 2000. Gli accordi di Oslo, in pratica, erano una spartizione della terra di Israele, a cui la maggioranza degli israeliani non oppose un’obiezione di principio. Sfortunatamente, i palestinesi si sono affidati a un’entità che è corrotta, dittatoriale e incapace di superare il test principale che uno Stato moderno deve affrontare: stabilire il monopolio dell’uso della forza. L’Autorità palestinese ha permesso l’esistenza di numerose milizie armate. Il corollario dell’accordo di Oslo ha fornito alle organizzazioni terroriste palestinesi una base vicina al centro territoriale di Israele, rendendo più facile l’attacco ai centri israeliani. Infatti, il numero delle vittime israeliane è aumentato a 898 nel periodo tra il settembre 1993 e il settembre 2003, in netto contrasto con il numero dei 15 anni precedenti, che era solo di 254. Lentamente, Israele si è resa conto delle dimensioni della nuova sfida, e gradualmente ha incrementato le sue risposte militari, sebbene la sua libertà d’azione sia stata costantemente ridotta dai capricci di Washington sulle politiche mediorientali e dal carattere democratico del sistema politico israeliano (lo Stato di diritto e l’influenza dell’opinione pubblica). Per il momento, si può dire che Israele ha avuto successo nel contenimento della violenza palestinese. Inoltre, sotto Ariel Sharon, il Paese ha dimostrato considerevole capacità di resistenza, e ha avuto successo nel mantenimento delle relazioni con il suo alleato, gli Stati Uniti. E più che mai la politica estera israeliana ha avuto successo nel ritrarre Yasser Arafat come un ostacolo alla pace. Per contro, i palestinesi non sono riusciti a ottenere il capovolgimento dei trattati di pace tra Israele, Giordania ed Egitto, né a coinvolgere militarmente gli Stati arabi. Inoltre, Arafat non è riuscito a far scattare un intervento militare internazionale come quello del Kosovo. Nonostante le ampie critiche – specialmente in Europa — nei confronti della guerra di Israele contro il terrorismo palestinese, vale dunque la pena di ricordare che il terrorismo è l’arma del debole e che non è sempre efficace. Tradizionalmente, Israele ha chiesto ai palestinesi la coesistenza pacifica, ma finora con poco successo. Dal famoso discorso di Bush del 24 giugno 2002, è stata prestata maggiore attenzione al bisogno di un cambiamento all’interno della comunità palestinese per renderla matura per una coesistenza pacifica con Israele. Gli Stati Uniti, coerentemente con i principi dell’ideologia neo-conservatrice, esigono più che un semplice mutamento di politica estera: essi insistono in un cambio di leadership, in una democratizzazione dell’Autorità palestinese e nello smantellamento dell’infrastruttura del terrore – una posizione che Israele condivide.

Israele è la prima linea del fronte occidentale che tenta di realizzare un Medio Oriente più stabile e pacifico, e più aperto a idee occidentali come democrazia e libero mercato. Gli ostacoli più grossi sono l’Iraq, l’Iran, la Turchia, e l’arena israelo-palestinese. Il successo delle forze fondamentaliste in questi punti focali avrebbe un effetto negativo sulla sicurezza di Israele che, pur potendo usare la sua forza per limitare alcune di queste minacce, ha bisogno del supporto dell’Occidente. Un’Israele isolato inevitabilmente rappresenterebbe una sinistra realtà sia per la sicurezza, sia per la posizione morale dell’Occidente.

(Traduzione dall’inglese di Gian Turci)
 

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