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4 giugno 1967. Indietro non si torna

RISK
di Dore Gold
risk n.3 - Febbraio - Maggio 2004

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risk3 Qualcuno può ritenere che un’analisi delle caratteristiche di una pace duratura in Medio Oriente appaia impresa semplice. Sin dal 1948, quando, appena nato, fu invaso dagli eserciti di sette Stati arabi, Israele si è trovato in stato d’assedio. Ciò cui a lungo Israele aveva anelato era la pace. Dopo la guerra del Sei Giorni del 1967, quando Israele entrò in territori dai quali veniva attaccato e minacciato, gli Stati arabi potevano estorcere un prezzo territoriale per qualsiasi pace avessero deciso di concedere. Gli Stati arabi alla fine degli anni Settanta iniziarono a definire ciò che Israele avrebbe dovuto concedere perché essi acconsentissero alla sua esistenza e firmassero trattati di pace. L’Olp si unì agli Stati arabi nel delineare le loro pretese per una pace, allorché prese il posto della Giordania nella disputa per la West Bank e la Striscia di Gaza. Perché allora non limitarsi ad accettare le loro condizioni, firmare nuovi trattati di pace, e porre fine al conflitto arabo-israeliano? Il processo di pace arabo-israeliano contiene in nuce un dilemma per Israele. Ciò perché, venendo incontro alle rivendicazioni territoriali degli Stati arabi, in modo da smorzarne al contempo gli intendimenti ostili, Israele finisce coll’accrescere le capacità di qualsiasi ex avversario di arrecargli danni e colpire i suoi cittadini. Se una pace come quella dell’Europa occidentale emergesse in Medioriente, allora la sola pace costituirebbe una fonte di sicurezza; ma una simile pace non esiste attualmente tra nessuno degli Stati mediorientali. La maniera di sfuggire a questo dilemma è convenire sul principio del compromesso, ma al contempo insistendo che nel quadro di qualunque futuro accordo di pace Israele debba ritirarsi entro «frontiere difendibili».
L’eredità Rabin-Allon. Nel suo ultimo discorso alla Knesset il 5 ottobre 1995, un mese prima di venire assassinato, il Primo ministro Itzhak Rabin aveva esplicitato la sua visione delle «frontiere difendibili» per Israele in qualsiasi futuro accordo di pace con i palestinesi: «Le frontiere dello Stato di Israele, nella soluzione definitiva, saranno al di là delle linee esistenti prima della guerra dei Sei Giorni. Noi non ritorneremo alle linee del 4 giugno 1967». Rabin aveva scelto con attenzione le sue parole. Cercava la ratifica da parte della Knesset dell’accordo interinale di Oslo II che estendeva il controllo dell’Autorità palestinese a tutte le città e i villaggi della West Bank. In quel discorso alla Knesset, Rabin forniva i dettagli della sua mappa. Insisteva sul mantenimento della valle del Giordano: «La frontiera di sicurezza dello Stato di Israele sarà situata nella valle del Giordano, nel senso più lato di questo termine».
Rabin non riteneva che lo stretto fiume Giordano potesse da solo costituire una barriera difensiva adeguata, ma preferiva piuttosto affidarsi ai pendii orientali della catena montagnosa della West Bank, con un’altezza tra 800 e 1000 metri al di sopra del letto del Giordano, situato a 400 metri sotto il livello del mare. Mantenendo il controllo della valle del Giordano, nella sua accezione più ampia, Rabin mirava ad assicurare che Israele avrebbe conservato il controllo della sicurezza di un pendio geografico ripido che avrebbe fornito alle forze israeliane una barriera difensiva con un differenziale netto di altezza pari a oltre 1400 metri. Nel suo discorso, Rabin sottolineò, «innanzitutto», la necessità che Israele mantenesse una «Gerusalemme unificata» come capitale, che includesse le comunità di Ma’ale Adumim a Est e Givat Ze’ev a Nord. Nell’invocare la creazione di un blocco di insediamenti ovunque possibile, menzionò esplicitamente anche comunità a Sud di Gerusalemme – «Gush Etzion, Efrat, Beitar». È importante rilevare che Rabin non appoggiava la creazione di uno Stato palestinese, ma cercava piuttosto di limitarne i poteri: «Voremmo che fosse meno di uno Stato, e che gestisse indipendentemente le vite dei palestinesi sotto la propria autorità». La mappa di Rabin corrispondeva largamente al progetto, avanzato nel 1967 dal suo vecchio comandante del Palmach e mentore, Yigal Allon, che aveva anche servito come suo ministro degli Esteri nel governo laburista della metà degli anni Settanta. Allon era preoccupato che eserciti nemici potessero impadronirsi della catena montagnosa della West Bank che domina la sottile pianura costiera di Israele, dove sono localizzati il 70% della popolazione israeliana e l’80% della sua capacità industriale. Egli inoltre metteva in guardia contro la possibilità che tali eserciti paralizzassero «la quasi totalità dello spazio aereo di Israele con missili terra-aria», minando in tal modo la superiorità aerea israeliana. Allon presentò le sue idee sulle frontiere difendibili per Israele nel numero di ottobre 1976 di Foreign Affairs. In quell’articolo, Allon consigliava che le aree sotto controllo palestinese fossero nel futuro smilitarizzate, unite alla Giordania, e che Israele mantenesse una «barriera topografica» come protezione da ogni futura invasione da Est. Un altro scopo della «barriera topografica» era salvaguardare la smilitarizzazione che egli raccomandava. Secondo il piano Allon, Israele avrebbe conservato 700 miglia quadrate di territorio in gran parte arido e disabitato, su una superficie complessiva della West Bank di 2.100 miglia quadrate, ovvero circa un terzo dei territori disputati. Allon si opponeva inoltre alla concessione all’Egitto di una contiguità territoriale con la Striscia di Gaza.
La mappa di Rabin era più ambiziosa di quella di Allon, poiché aggiungeva anche blocchi di insediamenti nella Samaria occidentale. La mappa di Rabin, più cospicua, si spiegava con i cambiamenti nell’equilibrio militare arabo-israeliano; nel 1967, quando il piano Allon era stato proposto per la prima volta, la maggior parte delle formazioni militari dei vicini eserciti arabi erano costituite da unità di fanteria relativamente lente. Tuttavia, da allora agli inizi degli anni Novanta, il nucleo di questi eserciti erano divenute formazioni meccanizzate e corazzate ad alta velocità. La proliferazione di missili balistici in Stati ostili minacciava di ostacolare la mobilitazione delle riserve israeliane, allungando in questo modo il lasso di tempo in cui l’esercito di Israele, numericamente inferiore, avrebbe dovuto combattere senza rinforzi. Quindi, i progressi nella tecnologia militare avevano accresciuto l’importanza di frontiere difendibili, e non il contrario, come qualcuno tentava di sostenere. In effetti, il piano Allon continuò a servire come modello per altri Primi ministri israeliani. Il Primo ministro Benjamin Netanyahu utilizzava l’espressione «Allon plus» nel 1997 per descrivere la sua visione di una mappa per un accordo permanente. In quel senso, un piano Allon aggiornato divenne la base del consenso nazionale israeliano sugli aspetti territoriali di una soluzione permanente del conflitto.

La politica statunitense sulle frontiere difendibili. La risoluzione 242 del Consiglio di Sicurezza dell’Onu fu adottata durante l’amministrazione Johnson. Lo stesso presidente Lyndon Johnson dichiarò il 19 giugno 1967 che «un ritorno alla situazione del 4 giugno», prima della guerra dei Sei Giorni, era «non una ricetta per la pace, ma per il riaccendersi delle ostilità». Egli distingueva tra le vecchie «linee armistiziali» che erano risultate «fragili e violate», e nuove «frontiere riconosciute» che avrebbero fornito «sicurezza contro il terrore, la distruzione, e la guerra». Mentre gli Usa formulavano un linguaggio diplomatico riguardo alla necessaria profondità di un futuro ritiro israeliano, il presidente del Joint chief of staff, Generale Earle G. Wheeler, aveva preparato un memorandum per il segretario alla Difesa Robert Mcnamara, che riassumeva la valutazione militare americana sull’importanza per Israele di frontiere difendibili: «Da un punto di vista strettamente militare, Israele dovrebbe conservare parte del territorio arabo conquistato allo scopo di ottenere frontiere militarmente difendibili». Il documento del Pentagono, datato 29 giugno 1967, parlava del mantenimento del «controllo di territorio strategico» e del bisogno di creare una «difesa di profondità». Nella visione del Pentagono, pertanto, Israele avrebbe fissato una nuova linea difensiva sulle cime della catena montagnosa della West Bank piuttosto che nella valle del Giordano.

Sotto la presidenza di Richard Nixon, la politica americana sulla profondità del ritiro israeliano si fece più intransigente per qualche anno, se confrontata con il periodo di Johnson. Il segretario di Stato William Rogers parlò il 9 dicembre 1969 di «alterazioni irrilevanti» delle linee di confine del 1967. Rogers a quel tempo fu criticato severamente da un leader dei Democratici come il senatore Henry «Scoop» Jackson, che riaffermò il diritto di Israele a «frontiere difendibili» in discorsi al Congresso tenuti nel corso del 1970. Con la sostituzione di Rogers con Henry Kissinger a segretario di Stato, gli Usa non ritornarono più al linguaggio delle «alterazioni irrilevanti». Per esempio, al tempo di Kissinger, il Primo ministro Rabin ricevette assicurazioni da parte degli Usa sul fatto che Israele sarebbe rimasto sulle alture del Golan nel quadro di qualsiasi accordo con la Siria. Ad articolare nel modo più risoluto il diritto di Israele a frontiere difendibili fu l’amministrazione Reagan. Lo stesso Reagan affermò nel suo discorso del primo settembre 1982, passato ala storia come «Piano Reagan»: «Entro i confini precedenti il 1967 Israele era appena dieci miglia profondo nel suo punto più stretto. Il nucleo della popolazione israeliana viveva nel raggio dell’artiglieria di eserciti ostili. Io non chiederò a Israele di tornare a vivere in quella situazione». Reagan tirò fuori una formula flessibile per il ritiro israeliano: «La misura in cui si dovrebbe chiedere a Israele di cedere territorio sarà influenzata profondamente dall’ampiezza della pace e della normalizzazione». Il segretario di Stato George Shultz fu più esplicito su ciò che questo significava in un discorso del settembre 1988: «Israele non negozierà mai da, né mai tornerà alle frontiere del 1967». L’appoggio americano alle frontiere difendibili era chiaramente divenuto bipartisan e continuò fino a tutti gli anni Novanta. Al momento del completamento del Protocollo di Hebron del 1997, il segretario di Stato Warren Christopher scrisse una lettera di rassicurazione al Primo ministro Benjamin Netanyahu. Nella lettera di Christopher, l’amministrazione Clinton affermava in pratica che non avrebbe dettato a Israele le sue esigenze di sicurezza: «una caratteristica distintiva della politica americana rimane il nostro impegno a lavorare in cooperazione per cercare di soddisfare le esigenze di sicurezza che Israele identifica. Israele sarà l’arbitro finale dei suoi bisogni di sicurezza». Christopher poi aggiunse: «Infine, vorrei reiterare la nostra posizione per cui Israele ha diritto a frontiere sicure e difendibili, che dovranno essere negoziate direttamente e convenute con i suoi vicini».
La concezione di Barak a Camp David: accordi di sicurezza al posto di frontiere difendibili. Sotto il Primo ministro Ehud Barak, Israele ha sperimentato una concezione alternativa a quella delle frontiere difendibili: gli accordi di sicurezza. Dunque, invece di aspirare al mantenimento del 33-40% della West Bank, Barak era convinto di potersi accordare per un 12% o meno, a condizione di poter ubicare le installazioni di sicurezza israeliane su quello che sarebbe diventato territorio palestinese. La «scuola di pensiero degli accordi di sicurezza» era un portato del trattato di pace tra Egitto e Israele del 1979, perché invece di cercare un compromesso territoriale con l’Egitto sulla penisola del Sinai, basato sulla linea el Arish/Muhammad, il governo di Menachem Begin acconsentì a un ritiro totale che era dipendente dalla elaborazione di «accordi di sicurezza» lungo l’intero Sinai. Tali accordi di sicurezza creavano essenzialmente zone in cui la presenza militare era limitata, e un’area smilitarizzata che veniva monitorata da peacekeepers noti come Multinational forces and observers. Tale formula permetteva ai diplomatici di separare del tutto la questione della sovranità dalla sicurezza, pur rendendo Israele sicuro nel contesto di un accordo di pace basato su un totale ritiro. Due caratteristiche del fronte egiziano, tuttavia, erano del tutto diverse dal caso della West Bank. In primo luogo, nel Sinai Israele mirava soltanto a limitare la presenza militare egiziana, ma non voleva ottenere una presenza israeliana. Israele comprendeva che avrebbe dovuto abbandonare la sua grande struttura di preallarme di Umm Khasiba nel Sinai centrale. Nella West Bank, le esigenze di sicurezza israeliane si basano su una insosistituibile presenza militare israeliana in loco: stazioni di preallarme, batterie di missili terra-aria, formazioni con la consistenza di brigate, controlli frontalieri, e pattuglie. Secondariamente, i limitati accordi di sicurezza israeliani nel Sinai venivano implementati in una parte periferica dell’Egitto – non nella valle del Nilo – dove le sensibilità egiziane a violazioni della sovranità erano più attenuate. Al contrario, la West Bank dovrebbe diventare il cuore di un nuovo Stato palestinese.

Se il territorio fosse stato riallacciato alla Giordania, allora l’analogia del Sinai sarebbe stata di più agevole applicazione. Ma nel caso di uno Stato palestinese incentrato nella West Bank e nella Striscia di Gaza, le sensibilità palestinesi alla smilitarizzazione dell’intero territorio sarebbero molto più profonde che nel caso del Sinai egiziano, rendendo tali limitazioni difficili da vendere. I dispiegamenti militari israeliani all’interno di uno Stato palestinese sarebbero presumibilmente persino più inaccettabili della smilitarizzazione. Pertanto, non dovrebbe aver sorpreso che la concezione della difesa propria di Barak a Camp David e i successivi negoziati di Taba si rivelarono impraticabili. Secondo quanto riportato dall’ambasciatore dell’Unione europea Miguel Moratinos, presente a Taba, i palestinesi rifiutarono di accettare il dispiegamento di forze israeliane di qualsiasi genere su qualsiasi terra che sarebbe divenuta loro territorio. Si palesarono inoltre problemi gravi riguardo al termine «smilitarizzazione». L’idea che Israele potesse proteggere i propri interessi di sicurezza su un territorio definito formalmente come palestinese si rivelò un fallimento. Di lì al dicembre 2000, le proposte di Barak vennero adottate a Washington come «il piano Clinton». Le ampie concessioni contenute nella mappa di Clinton erano considerate disastrose per il futuro di Israele. Il capo di Stato maggiore dell’esercito israeliano, il generale Shaul Mofaz (attualmente ministro della Difesa), dichiarò al governo israeliano: «la proposta di Clinton è inconciliabile con gli interessi di sicurezza di Israele e se verrà accettata, metterà a rischio la sicurezza dello Stato». Perciò, sul terreno tanto diplomatico che della sicurezza, le proposte di Barak si scontrarono con grosse difficoltà.

Le potenziali implicazioni per le relazioni tra Israele e Usa. Inoltre, con il suo nuovo concetto della difesa, il governo di Barak mirava a ottenere enormi aumenti dell’aiuto militare americano a Israele come compenso per la perdita di territorio strategico, così da procurarsi tecnologie militari avanzate. A prescindere dalla capacità o meno di tali teconologie di compensare Israele per le sue concessioni, il presupposto sarebbe stato che Israele adottasse una strategia di difesa basata sull’assunto di livelli di aiuto americano crescenti, persino maggiori di di queli di cui Israele aveva goduto nel passato. C’erano anche proposte per cui Israele avrebbe dato il suo assenso al dispiegamento di forze internazionali di peacekeeping come surrogato di frontiere difendibili. Per ragioni storiche, l’unica forza affidabile che Israele avrebbe preso in considerazione sarebbero state le forze americane. A queste condizioni, Israele si sarebbe fatto carico di rischi enormi quanto alle sue relazioni future con Washington. Nel passato, pur chiedendo aiuti economici a Washington, il fatto che Israele non avesse mai chiesto la protezione dell’esercito americano aveva senza dubbio elevato il suo status agli occhi del pubblico americano. L’unica eccezione a questa regola – lo schieramento di batterie di missili Patriot americani sia durante la guerra del Golfo del 1991 che durante la guerra d’Iraq del 2003 – era soltanto temporanea. Ma se forze americane, schierate a difesa di Israele, si venissero a trovare sotto una seria minaccia terroristica, come accadde alle forze statunitensi a Beirut nel 1983, allora la pressione dell’opinione pubblica americana sulle relazioni Usa-Israele potrebbe divenire considerevole, col tempo. L’assalto di gruppi legati ad Al Qaeda contro le forze americane e alleate in Iraq dimostra la verosimiglianza di tale scenario. In breve, il dispiegamento a lungo termine di forze americane in favore di Israele minerebbe probabilmente le strette relazioni bilaterali tra i due Paesi.
Ariel Sharon e il ritorno alle frontiere difendibili. Durante la cerimonia di insediamento del suo nuovo governo, tenutasi alla Knesset il 2 febbraio 2003, il Primo ministro Ariel Sharon tratteggiò la sua politica riguardo a qualsiasi futuro processo di pace arabo-israeliano. Sebbene l’attenzione si concentrò sulla sua volontà di appoggiare «la creazione di uno Stato palestinese con delle limitazioni», Sharon diede voce nuovamente alla sua posizione per cui qualsiasi accordo israelo-palestinese dovrà includere «zone di sicurezza e zone cuscinetto». Egli insistette anche che qualsiasi accordo di pace salvaguardasse «l’unità della capitale di Israele – Gerusalemme». La posizione di Sharon sulle zone di sicurezza non era affatto nuova. Da ministro degli Esteri nel 1999, egli propugnò la creazione di due zone di sicurezza Nord-Sud nella West Bank: alla base della concezione della zona di sicurezza di Sharon c’erano le molteplici funzioni di quest’ultima ai fini delle diverse dimensioni degli interessi di sicurezza nazionali di Israele. Le zone di sicurezza non soltanto rispondevano all’obbiettivo della separazione demografica ricercata da Barak, ma affrontavano anche le problematiche della sicurezza strategica di Israele rispetto agli Stati arabi, della sicurezza tattica rispetto alle infiltrazioni palestinesi, e persino della sicurezza degli approvvigionamenti idrici di Israele. Come sottolineò Sharon, le sue zone di sicurezza occidentali erano poste lungo le parti più accessibili del bacino idrico dello Yarkon-Taninim, da cui Israele ricava il 40% della sua acqua potabile. La sicurezza idrica significava che questo particolare bacino sarebbe rimasto sotto il controllo finale israeliano, anche se di per sé il flusso idrico avrebbe potuto essere diviso con i palestinesi della West Bank, che avrebbero avuto accesso in ogni caso ad altri bacini.
In che maniera Sharon si aspettava di ottenere tali zone di sicurezza dopo che le concessioni di Barak erano state messe sul tavolo negoziale - fallito - di Camp David e Taba? Nel suo discorso del 20 marzo 2001 al congresso dell’Aipac, Sharon sostenne che il fallimento degli intensi sforzi diplomatici sotto il suo predecessore provava che «le condizioni non sono ancora mature per concludere un accordo definitivo». Egli aggiunse inoltre che Israele non poteva considerarsi vincolato dalle precedenti, inconcludenti trattative. Sharon propugnò invece un accordo interinale di lungo termine che assegnava ai palestinesi contiguità territoriale, mentre Israele avrebbe ottenuto zone di sicurezza. Sharon ripetè in un editoriale sul New York Times del 9 giugno 2002 che «Israele ha il legittimo diritto a frontiere difendibili» nella West Bank e nella Striscia di Gaza, che egli definì «territorio disputato». Quindi, riorientando la diplomazia dalla ricerca di un accordo definitivo a un accordo interinale di lungo periodo, Sharon sperava di poter creare un contesto che avrebbe reso più accettabile le sue zone di sicurezza e le frontiere difendibili.

La logica strategica delle frontiere difendibili dopo la guerra in Iraq. Nell’estate del 2003 il contesto strategico per qualsiasi discussione sulle frontiere difendibili era mutato, a causa di due fondamentali sviluppi politico-militari nella regione mediorientale. In primo luogo, la guerra in Iraq sembrò aver alterato il paesaggio strategico su quello che gli israeliani chiamano il loro «fronte orientale». Storicamente, l’Iraq aveva con regolarità dispiegato un terzo delle sue forze terrestri contro Israele nelle guerre arabo-israeliane del 1948, del 1967 e del 1973. Con la crescita dell’esercito iracheno, ci si attendeva che le dimensioni della sua prevista forza di spedizione crescessero proporzionalmente; per questo, anche se Israele e la Giordania sono in pace dal 1994, non si riteneva che quest’ultima avrebbe potuto bloccare un’armata irachena di 6-8 divisioni, qualora fosse scoppiato un nuovo conflitto. Con la sconfitta di Saddam Hussein, le preoccupazioni israeliane di una potenziale minaccia irachena si sono senz’altro ridotte nel breve e nel medio periodo. In una prospettiva di più lungo termine, però, non è ancora chiaro che tipo di regime emergerà alla fine a Baghdad e quale capacità avrà di riarmarsi e rappresentare una minaccia regionale. Il futuro dell’Iraq potrebbe essere quello di divenire una democrazia amica, come la Turchia. Ma con la sua grande maggioranza sciita (65%), potrebbe allinearsi con l’Iran e fornire una testa di ponte territoriale dall’Iran alla Siria e al Libano, o alla Giordania. Potrebbe anche diventare pro-americano, ma ostile a Israele, come l’Arabia Saudita. Le decisioni israeliane sulle frontiere difendibili non si possono basare soltanto su calcoli di breve periodo. Qualsiasi accordo sui confini orientali di Israele deve essere abbastanza robusto da durare per decenni.

Valutazione della minaccia palestinese sulla base dell’esperienza di Oslo. Dopo una campagna terroristica lunga tre anni, in cui Israele ha sofferto più vittime che in alcune delle sue guerre contro le coalizioni di Stati arabi, il contesto strategico per la discussione sulle frontiere difendibili si è spostato dalla priorità della minaccia rappresentata dai vicini Stati arabi a quella rappresentata dal terrorismo palestinese. Come risultato della violenza scatenata da Yasser Arafat nel settembre 2000, è divenuto assolutamente evidente che le misure di smilitarizzazione degli accordi di Oslo tra Israele e l’Olp sono del tutto fallite. I palestinesi sono riusciti a introdurre clandestinamente enormi quantitativi di armi e munizioni che sono state usate da diversi gruppi terroristici irregolari. Alcuni armamenti sono stati introdotti attraverso tunnel sotterranei tra la Rafiah controllata dall’Egitto e la Rafiah controllata dai palestinesi, proprio al di sotto della stretta strada pattugliata da Israele che separa la Striscia di Gaza dal Sinai egiziano. Tonnellate di armi sono state importate per via marittima dal Libano e persino dall’Iran, come quelle trovate a bordo della nave Karine-A intercettata dai commando israeliani nel Mar Rosso nel gennaio 2002.
Secondo gli accordi di Oslo, la polizia palestinese avrebbe dovuto essere l’unica forza armata a operare nella West Bank e nella Striscia di Gaza, oltre all’esercito israeliano. Eppure i palestinesi hanno creato circa una dozzina di organizzazioni di sicurezza, così come milizie armate tipo i Tanzim che erano del tutto fuori dall’ambito dell’Autorità palestinese. Inoltre, secondo gli accordi di Oslo la polizia palestinese poteva dotarsi soltanto di un numero ben determinato di pistole, fucili, e armi da fuoco di calibro limitato. Non erano permessi mortai, artiglieria o missili. Eppure, la nave carica di armi Karine-A conteneva una tonnellata e mezza di esplosivo ad alto potenziale C-4, mortai a lunga gittata (120 mm) e razzi Katiuscia con un raggio di 20 chilometri (122 mm). Inoltre, le fabbriche palestinesi di Gaza producevano razzi Qassam-2(raggio di 6-7 chilometri) che venivano regolarmente lanciati contro città israeliane come Sderot. In breve, i servizi di sicurezza palestinesi e i vari gruppi palestinesi si lanciarono in una violazione massiccia delle misure di smilitarizzazione contenute negli accordi di Oslo. Tali diffuse e sistematiche violazioni da parte palestinese delle misure di smilitarizzazione previste da Oslo hanno implicazioni evidenti per il futuro e richiedono un nuovo approccio da parte dei pianificatori israeliani. In circostanze ideali, qualunque futura entità politica palestinese, o anche Stato palestinese, dovrebbe smantellare l’infrastruttura terroristica presente al suo interno. È una richiesta contenuta nella road map del 2003, elaborata dal Quartetto. Ma in pratica, il completo smantellamento di tale infrastruttura è estremamente improbabile. Funzionari di primo piano palestinesi hanno già dichiarato di non avere intenzione di rispettare tali misure contenute nella road map. Anche se, a un certo punto, piccoli quantitativi di armi illegali vengono sequestrati, è assolutamente dubbio che questa azione sia integrale. Dopotutto, il termine islamico utilizzato da gruppi fondamentalisti militanti come Hamas e la Jihad islamica nelle loro discussioni per un cessate-il-fuoco con Israele – la hudna – si riferisce specificamente a una tregua da mantenere finchè l’equilibrio di potenza cambi in favore degli Stati musulmani. Nelle loro dichiarazioni ufficiali, in realtà, i gruppi islamici usano un termine ancor più debole di hudna – ta’liq – che indica soltanto una temporanea sospensione delle azioni ostili. In effetti, non costituiva una sorpresa che l’intelligence militare israeliana registrasse l’accelerazione della produzione di razzi Qassam nel corso del cessate-il-fuoco.

Inoltre, sulla base dell’esperienza passata, è probabile che in un secondo momento i palestinesi violeranno le misure di smilitarizzazione di qualsiasi futuro accordo con Israele, visto che molti dei leader dell’autorità palestinese che violarono gli accordi di Oslo negli anni Novanta (specialmente nel campo della sicurezza) occupano ancora posizioni di responsabilità nel 2003. Ci si può aspettare che una buona parte di questa leadership rimanga al potere con l’emergere di uno Stato palestinese. Dato il raggio e la pericolosità estrema delle armi che essi hanno cercato di ottenere durante l’Intifada, la militarizzazione della aree sotto controllo palestinese potrebbe rappresentare una minaccia per Israele, e non limitarsi a un problema tattico minore, come è stato sinora nel corso della storia di Israele. Questa non è affatto una conclusione allarmista, visti i trend del terrorismo internazionale negli ultimi anni. La stessa Autorità palestinese ha tentato di contrabbandare missili antiaerei a spalla SA-7 sulla nave Santorini intercettata dalla marina israeliana nel Mediterraneo nel maggio 2001. Nel mese di novembre 2002, un missile antiaereo Sa-7 fu effettivamente lanciato da membri di Al Qaeda contro un aereo israeliano della compagnia Arkia che decollava da Nairobi, in Kenya. Secondo rapporti recenti, gran parte delle scorte di missili SA-7 dell’esercito iracheno sono scomparse. Considerando gli sforzi effettuati in passato da Al Qaeda per infiltrarsi nei Territori, l’impiego di missili antiaerei a spalla da parte di suoi operativi o di qualsiasi fazione palestinese diviene assolutamente plausibile, specialmente tenuto conto del fatto che la West Bank è adiacente all’aeroporto internazionale Ben Gurion di Israele.
Nella valutazione delle possibili future minacce, Israele deve anche considerare il crescente interesse di gruppi legati ad Al Qaeda in armi non convenzionali, dalle armi biologiche e chimiche a ordigni radioattivi e nucleari. È stato questo legame tra armi di distruzione di massa e terrorismo a fornire al presidente Bush la misura dell’urgenza con cui perseguire la sua guerra globale contro il terrorismo per difendere gli Stati Uniti.

Le frontiere difendibili e i palestinesi. Questa nuova lista di minacce fornisce un nuovo contesto per l’argomento delle frontiere difendibili. La migliore protezione per assicurare che i palestinesi rispettino qualsiasi regime di smilitarizzazione è che il controllo sui confini internazionali del territorio palestinese rimanga in mano israeliana. Già solo per questa ragione, il controllo israeliano della valle del Giordano come zona di sicurezza orientale rimane un interesse di sicurezza assolutamente vitale. Se Israele dovesse rinunciare a questo territorio strategico, ci si potranno aspettare grandi operazioni di importazione illegale di armamenti dal territorio giordano a quello palestinese, nonostante le relazioni amichevoli tra il regno Hascemita e i governi israeliani del passato. A seconda di quali potranno essere gli sviluppi nell’Iraq del dopoguerra (o anche in Siria e in Iran), gli Stati confinanti, in guerra con Israele, prevedibilmente useranno il territorio giordano come trampolino per contrabbandare sostanziali quantitativi di armi nella West Bank. Il lungo confine tra Siria e Giordania o tra Giordania e Arabia Saudita è sempre stato notoriamente poroso, nonostante gli sforzi delle forze di sicurezza giordane. Storicamente, la Siria e Hezbollah hanno fornito di contrabbando grossi quantitativi di esplosivo in direzione Nord-Sud attraverso il territorio giordano a gruppi in Arabia Saudita e negli Stati del Golfo. Prevenire simili tentativi di infiltrazione lungo un asse Est-Ovest sarebbe vitale per Israele e per la stabilità nel processo negoziale. Il migliore strumento per intercettare questo genere di infiltrazione rimane il controllo israeliano su una zona di sicurezza orientale.
La medesima logica si applica anche al mantenimento da parte di Israele della sua zona di sicurezza occidentale. Negli anni in cui furono implementati gli accordi di Oslo, Israele subì quasi mille morti a causa di attacchi terroristici palestinesi, inclusi attacchi suicidi nel cuore di praticamente ogni città israeliana. Di nuovo, i servizi di sicurezza palestinesi avrebbero dovuto sventare i tentativi dei terroristi di infiltrarsi in territorio propriamente israeliano. Ma sulla base dei risultati del passato, qualsiasi governo israeliano commetterebbe un terribile errore affidandosi esclusivamente ai servizi di sicurezza palestinesi. Non si può chiedere a Israele di assumersi questo tipo di rischio politico dopo la perdita di tante vite. Gli accordi di sicurezza e i confini nel futuro devono basarsi sulle lezioni dell’era di Oslo.
In effetti, il progetto della barriera di separazione – che potrebbe essere considerata come una frontiera difendibile di carattere interinale – risulterà probabilmente essenziale per la stabilizzazione delle relazioni israelo-palestinesi nei prossimi anni. È importante ricordare che su 250 attentati suicidi contro Israele da parte di gruppi palestinesi, nessun kamikaze è passato attraverso la barriera attorno alla Striscia di Gaza; tutti gli attacchi suicidi sono venuti dal territorio aperto della West Bank. L’unico attentato proveniente da Gaza che ha avuto successo, quello contro il locale «Mike’s Place» a Tel Aviv, coinvolgeva terroristi stranieri che avevano attraversato il check point di Gaza con passaporti britannici. Neutralizzando la minaccia di attacchi suicidi, che si è rivelata molto più letale degli attacchi con armi da fuoco o dei razzi Qassam, il muro di separazione può contribuire alla sconfitta del più potente strumento nell’arsenale dei terroristi palestinesi e scongiurare il tipo di escalation che un attacco terroristico riuscito può innescare.

L’amministrazione Bush e le frontiere difendibili. In una delle sue prime azioni concernenti il Medio Oriente, l’amministrazione Bush ha chiarito che le proposte fallite a Camp David - avanzate dal presidente Clinton con l’appoggio del Primo ministro Barak – erano state rimosse dal tavolo negoziale e quindi non avevano più valore legale. Ciononostante, da allora, il presidente Bush non ha esplicitato la sua posizione riguardo al tema delle frontiere difendibili per Israele. Nel corso del suo discorso del 20 novembre 2001 davanti all’Assemblea generale dell’Onu, a un certo punto Bush ha impiegato la frase «stiamo lavorando perché arrivi un giorno in cui due Stati, Israele e la Palestina, vivano pacificamente assieme entro frontiere sicure e riconosciute come chiesto dalle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza». Questa espressione infelice ha creato una falsa equivalenza tra l’idea di frontiere sicure per l’uno e per l’altro Stao, malgrado l’asimmetria delle due situazioni. Storicamente, Israele è stato minacciato da coalizioni di eserciti di Stati arabi, mentre uno Stato palestinese, supportato dal mondo arabo, avrebbe soltanto uno Stato ebraico con cui confrontarsi. Inoltre, civili israeliani sono stati le vittime premeditate di ripetuti attacchi suicidi palestinesi, non l’inverso. Infine, uno Stato palestinese potrebbe un giorno decidere di federarsi con la Giordania, dove già esiste una maggioranza palestinese, e di conseguenza creare quella profondità che uno Stato soltanto nella West Bank può non offrire, nella visione palestinese. L’implementazione della road map del Quartetto, ora che è stata adottata dall’amministrazione Bush, presenta un’opportunità per Washington di articolare una posizione a favore delle frontiere difendibili, come la maggior parte delle amministrazioni americane hanno fatto in passato. Essenzialmente, offrendo uno Stato ai palestinesi, la road map predefinisce in termini molto precisi uno degli argomenti più sensibili di uno status finale che precedentemente doveva essere lasciato ai negoziatori israelo-palestinesi.
Prima che Israele proceda con la road map, sarebbe appropriato raggiungere nuovi intendimenti israelo-americani sulla direzione futura del processo di pace. Nel breve periodo, la costruzione della barriera di separazione da parte di Israele non dovrebbe diventare un problema per le relazioni tra Stati Uniti e Israele. La barriera ha carattere militare; il diritto di Israele di giudicare da sé quale sia il modo più efficace di difendere la propria sicurezza dovrebbe essere rispettato. Israele manterrà insediamenti e condurrà operazioni militari su entrambi i lati della barriera. Ciononostante, la barriera di separazione potrebbe trasformarsi col tempo in un confine politico permanente, se i palestinesi non riuscissero ad avviare un negoziato serio con Israele. Ma la barriera non deve necessariamente divenire un confine definitivo, se le parti si metteranno d’accordo su altre frontiere. Nel più lungo periodo, il diritto di Israele a frontiere difendibili dovrebbe essere riconosciuto dall’amministrazione Bush. Se la road map per uno Stato palestinese venisse implementata, allora un quid pro quo appropriato per la creazione di uno Stato palestinese (con determinate limitazioni relative alla sicurezza) potrebbero essere frontiere difendibili per Israele. I dettagli su quali debbano essere tali frontiere difendibili dovrebbero essere elaborati dall’amministrazione Bush e dal governo Sharon, prima che la road map entri nello stadio successivo. È importante ricordare che la comunità internazionale ha incoraggiato Israele ad assumersi i rischi della pace e a ritirarsi da territori conquistati nel 1967. Israele ha sperimentato per 10 anni gli accordi di Oslo e ha perduto quasi mille dei suoi cittadini. Qualunque iniziativa nel futuro deve iniziare dai vitali interessi di sicurezza di Israele. Che si addivenga ad accordi interinali o permanenti, essi devono basarsi sul concetto di frontiere difendibili per Israele. La base legale per questa rivendicazione è inserita nella risoluzione 242 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che seppure redatta dai britannici e dagli americani, fu adottata all’unanimità dal Consiglio di Sicurezza nel novembre 1967. E la risoluzione 242 rimane la pietra angolare del processo di pace, poiché è stata inserita in tutti gli accordi di pace arabo-israeliani, dal Trattato di pace israelo-egiziano fino agli accordi di Oslo.

(Traduzione dall’inglese di Mario Rimini)
 

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