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Quel Muro, antipatico ma necessario

RISK
di Renzo Foa
risk n.3 - Febbraio - Maggio 2004

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risk3

 

Tutto è confine in Israele. Viaggi di sera, da Tel Aviv verso l’Alta Galilea, e vedi che la divisione etnica è segnata dalle luci. Le lampade verdi al neon segnalano i minareti e allora ti accorgi che a un centro arabo ne segue uno che è israeliano e che poi ne appare un altro arabo in un’alternanza senza fine. Il tutto su un’estensione simile a quella di una regione italiana, dando anche l’idea di una sproporzione tra la dimensione di quello che accade su questo pezzettino di terra e il suo impatto mondiale. Sali sul Golan e ti accorgi che qui il concetto di frontiera è tutto del Novecento. La prima fu tracciata con gli accordi anglo-francesi del 1923. La grande mescolanza che c’era sotto l’Impero ottomano non distingueva fra tribù palestinesi, beduini, drusi, cristiani ed ebrei che avevano scelto la zona di Tiberiade per i kibbutz di allora. Quella linea durò fino al 1948, poi ha seguito l’andamento del conflitto. Ancora nel 1967, i siriani erano sulle rive orientali del lago. Persa la guerra durata sei giorni si sono dovuti ritirare al di là del Golan. Ora è di nuovo tutto in discussione, ma non si può non ricordare che la «linea verde» è durata trent’anni e che quella successiva, fissata nel ’67, dura da quasi quaranta. Scendi la sera verso Gerusalemme e lungo l’autostrada n° 6 ti imbatti nei quattro chilometri di muro costruiti all’altezza di Tulkarm. Sono stati costruiti su un terrapieno e, a prima vista, sembrano una barriera acustica. Qui, durante l’Intifada, avevano sparato direttamente dalle case della città sulle auto in corsa e c’erano stati dei morti. Costeggiando Kalkilye ce n’è un altro tratto. Da lì al centro israeliano più vicino ci vogliono a piedi dieci minuti, lungo percorsi più volte seguiti dai kamikaze, visto che la protezione di Israele era affidata solo ai posti di blocco lungo le strade, posti di blocco che era possibile aggirare facilmente passando per i campi. Lo sbarramento costruito adesso è invece una linea ininterrotta, fatta di reticolati in mezzo ai quali corre una strada per il pattugliamento militare. C’è poi una sorveglianza elettronica che funziona 24 ore su 24 in modo che se qualcuno riesce a passare viene comunque visto. Ma resta la domanda, al di là della propaganda sul diritto internazionale e della retorica sui muri che dividono: «barriera difensiva» o anche frontiera? E poi come deve essere tracciato il confine: seguendo la linea della divisione etnica o il vecchio tracciato, spazzato via dalle guerre che il mondo arabo-palestinese ha sempre perso? Anche gli ulivi rientrano nella stessa voce: senti il vice ministro della difesa Zeev Boim e non puoi non notare che si preoccupa di spiegare come, costruendo la «barriera difensiva», il governo ne abbia trapiantati ben 63 mila, spostandoli dall’altra parte.
La seconda Intifada e il terrorismo, che ne era parte integrante, hanno cercato di cancellare ogni idea di confine - in linea con il terrorismo globale la cui dimensione è esplosa l’11 settembre. Hanno colpito ovunque, affondando nella vita civile di uno Stato, facendolo traballare, mettendolo in discussione. Lo scenario di una sua distruzione non è stata solo fantapolitica. Per quanto sottotraccia, si è affacciato. Oggi Israele può incassare i frutti della sua resistenza, alla quale ha pagato prezzi enormi, anche in quella parte dell’Occidente come l’Europa che non ha capito - per antiamericanismo, per cecità strategica, per egoismo, per pregiudizio, per sottovalutazione del pericolo - che in discussione non era il diritto dei palestinesi ad avere uno Stato bensì il diritto di una democrazia a esistere. Può incassare questi frutti perché l’Intifada è stata sconfitta, perché il terrorismo da attacco generalizzato si è ridotto, anche grazie al «muro», a un fenomeno contenuto e perché la sconfitta di Saddam Hussein, nonostante tutti i problemi aperti in Iraq, ha radicalmente modificato il quadro geopolitico mediorientale. Oggi, ascoltare Israele - come proponiamo nelle pagine che seguono - significa ascoltare un Paese che ha riguadagnato fiducia nella propria sicurezza e che è tornato a ragionare sul futuro soprattutto attraverso le chiavi della politica. Guarda a un possibile accordo, ipotizza anche soluzioni unilaterali, così come fece in Libano, ha capito che l’inizio della sconfitta dell’integralismo, alla quale ha contribuito e contribuisce, sta offrendo l’occasione per riprendere il cammino verso un accordo destinato a definire le condizioni della coabitazione con i vicini, definendo quei confini - non solo fisici, ma anche etnici e politici - che l’Onu fissò nel ’47, che il mondo arabo rifiutò, perdendo poi tutte le sue guerre, e che da allora sono stati sempre in movimento.
 

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