La geopolitica dell’Europa è tuttora in una fase di transizione. Gli allargamenti a dieci Paesi nel 2004 e a due altri (Bulgaria e Romania) nel 2007 la trasformeranno ulteriormente. Incerta è tuttora la sorte dei Balcani occidentali, anche se l’Unione europea ha ribadito nel summit di Salonicco del giugno 2003 la loro appartenenza all’Europa e la priorità dei programmi di convergenza politica, economica, e sociale non solo tra i criteri di Copenaghen, ma anche di Maastricht e di Lisbona. L’integrazione dei Balcani occidentali in Europa e la loro conseguente stabilizzazione e sviluppo rappresentano un interesse nazionale primario per l’Italia, che ha sempre mirato a evitare la frammentazione dei Paesi dell’istmo ponto-baltico fra settentrionali e meridionali, avendo quindi tutto l’interesse a far nascere una Southern dimension, estesa al bacino del Mar Nero e parallela alla Northern dimension, che gravita sul Mar Baltico. In un certo senso, essa potrebbe consentire la riutilizzazione della iniziativa centro-europea, sviluppatasi alla fine degli anni Ottanta-inizio degli anni Novanta, in un periodo particolarmente dinamico della politica estera italiana, ma successivamente ridimensionata sia per la diminuita attenzione italiana sia per la mancanza di adeguati finanziamenti.
L’allargamento dell’Unione europea nel 2004 riguarda la sezione settentrionale dell’istmo ponto-baltico. L’efficienza della Germania anche in tema di controllo dei confini e di contrasto della criminalità rafforzerà ancora i flussi di traffici criminosi nei Balcani occidentali (dove già si parla del «triangolo d’oro» dei Balcani: Pristina, Skopje, Tirana) e quindi la pressione sulle nostre frontiere adriatiche. Inoltre, il primo allargamento rischia di provocare un effetto negativo di spiazzamento geopolitico dell’Italia nel Mediterraneo, accentuato dal rapido miglioramento dei corridoi paneuropei in direzione Nord-Sud rispetto a quelli Est-Ovest, in particolare dei corridoi 5 (Trieste-Budapest) e 8 (Durazzo-Sofia-Varda). Infine, il primo allargamento potrà assorbire una grande aliquota delle risorse comunitarie. I fondi regionali saranno sempre destinati alle regioni con un reddito inferiore al 75% della media del Pil pro-capite dell’Unione. Con il primo allargamento l’attuale Pil pro-capite ( che consente di destinare i fondi regionali a 6 regioni italiane) si abbasserà del 13 %. Ciò farà uscire dal novero delle regioni beneficiarie la Basilicata e la Sardegna. Con l’integrazione nell’Unione -prevista per il 2007- della Romania e della Bulgaria la diminuzione del Pil pro-capite ammonterà al 18 %: anche per Puglia, Campania e Sicilia verranno annullati o ridotti drasticamente i fondi europei.
Il contributo netto che l’Italia dà al bilancio comunitario ammonta già ora alla rilevante entità di 3 miliardi di euro all’anno. Se le cose evolveranno come sembra, e se la Francia riuscirà a imporre che il finanziamento della politica agricola comune rimanga agli attuali livelli, tale costo dell’Unione è inevitabilmente destinato ad accrescersi. Quando gli italiani se ne accorgeranno, non saranno più sufficienti la retorica europeista e le sterili polemiche sull’euroscetticismo, a uso e consumo della lotta politica interna. Si imporrà, come negli altri Paesi europei, un atteggiamento più realistico, secondo cui i costi sono costi e il bilancio benefici-costi deve essere positivo per gli italiani. La questione è essenziale per non sommare alla decadenza demografica quella economica che, tra l’altro, renderebbe inevitabili drastiche contrazioni dell’attuale Stato sociale, con ripercussioni facilmente prevedibili sulla solidarietà e la coesione nazionale. Non resta quindi che sfruttare le opportunità dell’allargamento. Ciò comporta consistenti investimenti nella politica economica estera e una chiara definizione di obiettivi strategici del «sistema-Paese». L’attuale mancanza di questi non può essere compensata dal solo dinamismo delle piccole e medie imprese e dall’esportazione del modello dei distretti industriali, adeguato alla cultura e struttura sociale delle varie aree. Per inciso, tale innesto nell’Est europeo di un istituto che tanto successo ha avuto in Italia, non ha solo effetti economici positivi per le nostre Pmi, aumentandone la competitività, le dimensioni e il quadro di internazionalizzazione e integrando, come ha affermato il viceministro Adoldo Urso, il made in Italy con il made by Italy; esso ha anche effetti socio-politici rilevanti, stimolando l’imprenditore locale e favorendo l’emergere di una classe media indipendente dal settore pubblico e burocratico, la cui esistenza rappresenta una condizione necessaria per il rafforzamento della democrazia, del libero mercato e dell’efficienza e trasparenza della pubblica amministrazione. Qualora ciò non avvenisse, l’allargamento può quindi avere sul nostro Paese un impatto finanziario negativo, non trascurabile soprattutto per il Mezzogiorno. Presenterà invece cospicui vantaggi per le regioni del Nord esportatrici nei nuovi membri o Paesi associati dell’Unione o che vi hanno delocalizzato parte degli impianti. Per non essere penalizzate, le regioni del Mezzogiorno non hanno alternative all’aumento della loro competitività, sia nell’export sia nell’attrazione di investimenti diretti esteri. Devono cioè adottare un approccio più dinamico per avvicinarsi all’Europa, anziché lamentarsi (anche per coprire le proprie magagne e inefficienze) o inseguire le fantasie di una loro centralità. Ben difficile è l’ipotesi che il bacino del Mediterraneo si sviluppi. Inoltre, è pura fantasia pensare che in una regione euro-mediterranea Palermo, Napoli e Bari o addirittura la Magna Grecia possano essere riportate ai fasti, alla grandezza, alla ricchezza che ebbero nell’Alto Medioevo o nell’Antichità. Questi non sono d’altronde sogni innocui: hanno effetti negativi poiché rappresentano una fuga dalla realtà. Nonostante la rilevanza diretta che il Mediterraneo ha per l’immigrazione e per i rifornimenti energetici dal Nord Africa, esso rimane sostanzialmente una via di transito, non una regione geopoliticamente e geoeconomicamente unitaria. Il conflitto israelo-palestinese è destinato a durare ancora a lungo. L’Unione europea - forse anche per la mancanza di un European dream simile all’American dream che è il motore del melting- pot americano - si rivela incapace di integrare e assimilare nella sua cultura etico-politica i milioni di immigrati, in gran parte islamici, attirati dalla decadenza demografica europea e da un divario di ricchezza tra Nord e Sud superiore a quello esistente nell’altra principale «zona di frattura geopolitica», cioè tra gli Stati Uniti e il Messico.
L’Unione sta plasmando la sua futura geografia economica e gli assi di effettiva integrazione con investimenti infrastrutturali massicci non solo nel settore dei trasporti terrestri e ferroviari, ma in quelli delle telecomunicazioni e dell’energia. L’Italia è in questo penalizzata non solo per la minore efficienza delle sue istituzioni ma anche a causa della geografia e della storia. Della geografia, perché l’esistenza della barriera alpina e ad Est dell’Adriatico di quella delle Dinariche, rendono difficile l’accesso alla regione danubiana. A Nord delle Alpi, invece, la Germania e l’Austria non trovano analoghi ostacoli sia per i collegamenti Est-Ovest che per quelli dal Mare del Nord e Baltico verso il Mar Nero. Il canale Reno-Danubio, su cui si svolge un traffico annuale di 100 milioni di tonnellate, e quello in costruzione da Bratislava al Mar Baltico ne costituiscono l’ossatura. Crescenti correnti di traffico dalla Spagna e dalla Francia meridionale stanno sfruttando le vie di comunicazione a Nord delle Alpi, a cui ci colleghiamo faticosamente attraverso il Brennero e la Pontebbana. Il ritardo del potenziamento del Corridoio 5 Lione-Trieste-Budapest e quello della annessione della Croazia all’Unione ci penalizzeranno ulteriormente.
Anche la storia ci danneggia. Gli imperi ottomano e asburgico avevano sviluppato le comunicazioni per strada e ferrovia soprattutto in direzione Nord-Sud. I traffici italiani verso l’Est europeo e la Russia avvenivano soprattutto tramite i trasporti marittimi. Le marinerie veneziana e soprattutto genovese dominavano il Mar Nero. Esso costituisce una vera e propria autostrada naturale che mette in comunicazione il Mediterraneo con la Russia da un lato e con la regione caucasica (quella che Brzezinski chiama «i Balcani euroasiatici») e l’Asia Centrale dall’altro lato. È interesse italiano che vengano sfruttate pienamente le potenzialità di tale arteria naturale. Il bacino del Mar Nero sta aumentando di importanza non solo per i traffici energetici dal Caucaso e dall’Asia Centrale, ma anche per quelli di altre materie prime. La competitività globale dell’Unione e la sua possibilità di svolgere un ruolo mondiale - confacente alle sue ambizioni e storia - dipende in misura sempre più rilevante dalla sua capacità di integrare l’intero continente europeo, senza lasciare isolato il «buco nero» dei Balcani Occidentali, e di stabilizzare le sue periferie meridionali e Sud-orientali dalla Moldavia alle Repubbliche trancaucasiche. Mentre nel Baltico opera la Northern dimension, nel Mediterraneo il processo di Barcellona e nei Balcani il patto di stabilità (ancorché depotenziato dai Sap - Stabilisation association process), nel Mar Nero l’Ue si è finora rifiutata di assumere impegni permanenti. Ha preferito accordi bilaterali diretti anziché avvalersi della Bsec (Black sea economic cooperation) cioè di un accordo regionale sorto all’inizio degli anni Novanta soprattutto per iniziativa della Turchia.
L’ «uscita dalla storia» negli anni Novanta ci ha fatto perdere molte opportunità, prima fra le quali il miglioramento delle connessioni della pianura padano-veneta sia con la Francia che con l’Ungheria, chiave d’accesso all’Europa centrale. Nei nuovi assetti anche dei Balcani Occidentali il nostro Paese è stato marginalizzato dalla mancanza di un chiaro progetto geopolitico sostenuto da adeguate risorse finanziarie. Esso non può essere sostituito dall’infiltrazione «in ordine sparso» delle Pmi e delle rare iniziative di singole regioni o imprese. Al contrario, la Grecia ha sviluppato - dopo qualche grossa incertezza sulla questione macedone - una penetrazione verso Nord e una serie di alleanze geopolitiche ben consolidate, rafforzate anche in seguito al loro coordinamento e alla complementarietà con l’espansione austro-tedesca verso Sud. A parte l’entrata della Croazia nella Unione, è nell’interesse nazionale italiano che vengano accelerati al massimo i programmi di convergenza della Romania e della Bulgaria in vista della loro entrata nell’Unione nel 2007 - per i quali potremmo far pesare il nostro consistente contributo netto - e soprattutto elaborare una politica non solo incentrata sulla penetrazione dall’Adriatico all’interno dei Balcani Occidentali (Ploce, Sarajevo, Bar-Belgrado e Corridoio 8) ma sulla valorizzazione dell’autostrada marittima del Mar Nero e delle vie di comunicazione che consentano di comunicare con gli hinterland da un lato romeno e bulgaro e dall’altro lato ucraino, russo e caucasico. Solo in tal modo si potrà bilanciare l’espansione dell’Unione verso Nord-Est, evitare che l’Europa Baltica domini su quella mediterranea. In sostanza occorre attivare quanto prima una Southern dimension in un certo senso parallela al cosiddetto Sofia process, cioè all’iniziativa italo-americana del 1996 che ha dato luogo ad accordi di cooperazione militare tra Italia, Turchia e Grecia da un lato, e Albania, Macedonia, Bulgaria e Romania dall’altro. In essa l’Italia potrebbe giocare un ruolo simile a quello della Germania nell’Europa centrale e settentrionale. In caso contrario, anche il bacino del Mar Nero verrà assorbito dalla Mitteleuropa per il tramite della rilevanza politico-economica e della nascente unitarietà dell’intero bacino Reno-Danubio, nonché della ripresa di antichi progetti che ci escludono quali quello polacco di un’alleanza strategica tra Varsavia-Bucarest e Kiev. Essa, secondo l’ex ministro polacco Geremek, potrebbe svolgere un ruolo equilibratore del cosiddetto «triangolo di Ekaterininburg» tra Francia, Germania e Russia o dell’«asse franco-tedesco», le cui pressioni si sono esercitate alquanto brutalmente sulla Polonia in occasione della recente crisi dell’Iraq e delle dispute sulla ponderazione del voto proposta dalla Convenzione europea.
A parer mio, si sono aperte delle opportunità per iniziative anche di politica italiana. Essa dovrebbe valorizzare i tradizionali legami con molti stati dell’Europa Centro-Orientale, in particolare con la Polonia, forse troppo marginalizzata dall’assoluta priorità data dall’Italia ai rapporti con la Russia di Putin. In un certo senso, si è riaperta da un lato la possibilità di rivitalizzare l’iniziativa Centro-Orientale Europea (InCE) e dall’altro lato di svolgere una azione più incisiva per trarre vantaggio dalla opportunità che ci offre il Mar Nero, come via di penetrazione non solo in Europa Orientale e in Russia e in Turchia, ma anche nel cuore dell’Eurasia. In tal modo l’Europa potrebbe differenziare ulteriormente gli approvvigionamenti di materie prime, soprattutto energetiche, ancora troppo legate alla instabile area del Golfo.
Tutti affermano che gli allargamenti non devono recare nuove divisioni. A tal fine gli accordi regionali estesi a Paesi non dell’Unione e che non diventeranno candidati all’ammissione anche nel lungo periodo appaiono particolarmente producenti per evitare tensioni ed esportare stabilità nella periferia dell’Europa. Non si vede perché l’Unione non debba proiettare il suo «regionalismo transfrontaliero» anche nell’area del Mar Nero. Non si vede neppure perché dovrebbe creare una struttura ad hoc, visto che ne esiste già una, sorta per iniziativa locale, che comprende già uno Stato dell’Unione - cioé la Grecia - e due Stati candidati - cioè la Bulgaria e la Romania -, senza tener conto della Turchia. Va aggiunto che alla Bsec partecipano in qualità di osservatori l’Italia, l’Austria, la Germania e la Francia. La presenza, il sostegno e l’impulso dell’Unione Europea potrebbero trasformare tale accordo in un patto di qualità. L’Italia ha tutto l’interesse a un coinvolgimento diretto dell’Ue, anche per evitare che l’area del Mar Nero venga agganciata all’Europa tramite la Germania e il bacino danubiano o che i Paesi dell’area vengano marginalizzati dall’Europa, con negative conseguenze sulla loro stabilità interna e sulla transizione politica, economica e sociale che dovrebbe avvicinarli o renderli almeno compatibili con l’Europa.
Molte sono le differenze tra la situazione del Mar Baltico e quella del Mar Nero. In primo luogo, i Balcani Orientali e rivieraschi del Mar Nero sono estremamente frammentati. Poi il «peso della storia» grava su di essi in misura maggiore di quanto avvenga per gli Stati rivieraschi del Baltico. In ultimo, mentre la Northern dimension è estesa su quasi il 90% delle coste del Baltico, anche con l’entrata della Bulgaria e della Romania l’Unione non possiederà più del 20% della costa del Mar Nero, e con quella della Turchia non supererà il 50%. In ogni caso diventerà confinante con i «Balcani euroasiatici» e con tutti i problemi che essi presentano. Anche i rapporti con la Russia e l’Unione ne saranno profondamente influenzati. In sostanza l’Europa sarà in tempi brevi coinvolta in modo molto intenso. Tanto vale pensarci fin d’ora. Se l’Italia ci pensasse per prima e adottasse opportune iniziative - non limitate al finanziamento delle Ong o agli aiuti umanitari ai Balcani occidentali- effettuerebbe un investimento interessante per il suo futuro e forse anche, a più breve termine, per le quasi 12 mila Pmi presenti in Romania e per le oltre mille in Bulgaria.
Il ritardo della loro annessione all’Europa presenta anche aspetti positivi. Mentre l’entrata nell’Ue nel 2004 ha provocato un crollo degli investimenti diretti esteri in tutta l’Europa centro-orientale, quelli in Romania e Bulgaria sono aumentati, anche per i vantaggi competitivi conseguenti al minor costo della manodopera. In un certo senso, la Southern dimension rappresenta un completamento verso Est del processo di Barcellona, con impatti positivi sui collegamenti dell’Unione con il Caspio e l’Asia Centrale, che non vanno trascurati.