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To Baghdad! To Baghdad!

RISK
di Andrea Tani
risk n.5 - Ottobre - Gennaio 2005

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Se il giornalismo è la prima bozza della storia, come qualcuno ha detto, Plan of Attack di Bob Woodward è decisamente un final draft scrupoloso ed esauriente. Il libro racconta in tempo reale i retroscena della preparazione della guerrra preventiva all’Iraq visti dalle stanze dei bottoni di Washington. La storiografia che verrà fuori a tempo debito gli dovrà molto, sia per le rivelazioni inedite, spesso al limite della violazione del segreto di Stato, che per l’ampiezza delle fonti consultate ed esposte. Prima di tutte, i vertici dell’amministrazione Bush, che hanno collaborato con molta partecipazione all’iniziativa, con risultati talvolta opposti ai tornaconti che presumibilmente si proponevano. Woodward ha avuto centinaia di interviste con 75 officials dell’amministrazione - presidente, vicepresidente, ministri, sottosegretari, capi militari e dei servizi, alti burocrati. La maggioranza degli addetti ai lavori. Niente di simile era mai stato neppure tentato in una nazione in guerra. Ne è scaturito l’avvincente affresco di una poderosa macchina organizzativa che ha lavorato a tutto vapore per preparare una campagna militare complessa e difficile, e ci è riuscita, almeno per la sua fase convenzionale. Il dopoguerra è risultato tutt’altra faccenda, anche perchè non era stato previsto nella configurazione che ha assunto. Questa carenza di previsione sminuisce il valore complessivo dell’operazione, come ormai tutti sanno, ma Woodward non poteva saperlo, quando ha scritto il libro. Poteva solo ipotizzarlo, e in verità non lo ha fatto.
Lo stile del saggio richiama vagamente quello della fantastoria-fantapolitica alla Clancy, Lapierre-Collins, Forsyth. Rispetto a questi autori Woodward è molto meno brillante e incisivo - disprezzo della punteggiatura, linguaggio inutilmente gergale, tratto felliniano nel descrivere argomenti estremamente seri, se non tragici - ma ha l’incomparabile vantaggio di svelare la contemporaneità più cruciale mentre prende corpo. L’incontestata permanenza di Plan of Attack al vertice dei dieci più venduti d’America, per molti mesi, è la riprova che i lettori hanno compreso e premiato l’eccezionalità dell’operazione.
Plan of Attack è un avvincente canovaccio dei fatti che hanno preceduto e preparato Iraqi Freedom, una cronaca intrigante che non cerca di spiegare tanto il perché, ma sopratutto il cosa, il chi (quasi sempre non citando il nome e cognome - un vezzo di Woodward - ma lasciando tracce evidentissime) e sopratutto il come. Il lavoro non è incastonato in un disegno strategico generale che miri a un obiettivo preciso che non sia quello di rimanere al vertice dei top ten (e dei gossip washingtoniani) il più a lungo possibile. Manca completamente di weltanschauung (forse Bob non sa neanche cosa significa). Non è neanche chiaro il cui prodest, ammesso che l’autore ci abbia pensato. D’altra parte un’iniziativa del genere non può permettersi beneficiari evidenti e pianificati. Ora come ora, e già da qualche mese, il libro è utilizzato dai repubblicani come testimonial del testosterone del loro leader, che esce dalle sue pagine come il dominatore della scena, un capo forte e determinato che elabora in solitudine, decide, e non fornisce spegazioni a chicchessia, come si conviene a un vero tycoon. Il libro è riportato per intero sul sito della campagna elettorale del ticket repubblicano, e quindi si presume che sia considerato dal Gop uno strumento di promozione.
Il democratici, dal canto loro, lo brandiscono come una clava per la stessa finalità, oppostamente interpretata. Per loro George W. è un avventuriero irresponsabile, che è andato in Iraq per inconfessabili ragioni, tali anche per alcuni dei più stretti collaboratori. Anzi, God Bless America, ci fosse andato veramente; ci ha mandato in sua vece i valorosi GI che stanno pagando duramente il loro sogno americano. E ha fatto questo senza essersi preso la briga di sviluppare un’analisi giustificativa della sua avventura con un minimo di rigore e di respiro. Se andassero fino in fondo nella loro critica i democratici potrebbero persino asserire che Bush si è comportato come un autocrate ispirato ideologicamente (o teologicamente, date le inclinazioni del personaggio), che plasma il mondo e la storia in base alle sue intuizioni messianiche. Un degno avversario speculare di Osama Bin Laden - ferme restando le differenze culturali e comportamentali dei rispettivi contesti.
Ambedue le interpretazioni, quella repubblicana e quella democratica hanno un importante punto in comune. Pongono l’attuale inquilino della Casa Bianca al centro della scena. Questo è forse il motivo per cui lo stesso ha concesso a Woodward due lunghe interviste di più di tre ore complessive, il 10 e l’11 dicembre 2003, rispondendo esaurientemente a tutte le sue domande. Che sia autentica o no, la preminenza indiscussa di Bush su tutto e tutti rimane uno dei punti fermi del libro. In questo modo il focus si è spostato dal giudizio sugli eventi – Iraq, guerra al terrorismo, condiscendenza con Sharon, frizioni con gli alleati, contenimento della proliferazione nucleare, ripresa economica, riduzione delle tasse, double deficits, ecologia, – al giudizio sul leader. Diverso è il ritratto che Woodward fa di Cheney, che provoca uno sfrigolio di catene con annesso odore di zolfo ogni volta che viene evocato (un commentatore, Robert Anson, del New York Observer, ha scritto che fa venire a mente Dracula). Il vicepresidente è raffigurato come l’anima nera dell’amministrazione, più che come il suo ispiratore, ruolo che probabilmente ha ricoperto effettivamente, sopratutto all’inizio. Woodward gli attribuisce solo antipatia, perizia burocratica, ossessione per il «lavoro non finito» in Iraq (nel 1992), e specializzazione nell’analisi dei worst cases, truly bad and terrifyng scenarios. La vera inventiva , la vision, è del capo e solo sua. La notevole Condoleeza, una comparsa nel libro di Woodward, partecipa al travaglio creativo, ma solo perchè consente al boss di «pensare a voce alta. La leggenda del Cheney ventriloquo e del George W. marionetta vengono decisamente respinte. I rapporti fra i due personaggi nel 2004 non sono certo quelli del 2001, anche se è molto improbabile una sconfessione pubblica di Cheney, come quella rappresentata da una mancata riconferma nel ticket elettorale non giustificata dal noto cuore matto del vicepresidente. Si tratterebbe del disconoscimento dell’intera politica mediorientale dell’amministrazione, un pessimo viatico per la rielezione. Attorno alla coppia presidenziale gira un vortice di comprimari, come in un romanzo russo. Il principe Andrej, l’eroe tragico, sembrerebbe Colin Powell, antico amico dell’autore e fonte preziosa di informazioni per i precedenti best sellers. Nonostante l’evidente simpatia con la quale vengono rappresentati i suoi amletismi, il segretario di Stato ed ex artefice della prima vittoria sull’Iraq del 1992 non esce benissimo dalla vicenda. Irresoluto, perdente nella competizione per il favore presidenziale con Cheney e Rumsfeld, debole nel portare aventi i suoi argomenti nel Gabinetto di Guerra, il generale si è dimostrato, per i falchi dell’amministrazione, «parte del problema» e non «parte della soluzione», come dicono gli americani. Il suo Giano guerriero nell’amministrazione, il Segretario alla Difesa Rumsfeld, viene descritto come è, un tecnocrate che sovrasta i militari della sua generazione per perspicacia strategica e padronanza dello stato dell’arte. La fulminea conclusione di Iraqi Freedom - all’inizio tutt’altro che scontata, anche se oggi nessuno se lo ricorda - è in gran parte opera sua. Come è opera sua l’imperizia nel dopoguerra che è seguito. Per gli altri personaggi, conviene leggersi Plan of Attack. Sono troppi, troppo variegati e importanti per potere essere riassunti in poche righe. Nessuno sovrasta comunque i quattro descritti. Plan of Attack influenzerà come poche altre testimonianze (o disinformazioni) il risultato dell’imminente campagna elettorale americana. Ancora una volta un libro di Woodward sarà stato usato come grimaldello per scassinare le soglie del potere. Non poco per un semplice saggio, anche se para-istituzionale.

Henri de Grossouvre
Parigi, Berlino, Mosca
Fazi Editore
205 pagine, 18 euro
 

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