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L’armata slava degli Asburgo

RISK
di Ludovico Incisa di Camerana
risk n.5 - Ottobre - Gennaio 2005

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risk5
Il ricordo che si ha in Italia della prima guerra mondiale, è ambiguo: soggetto tuttora alla celebrazione e alla deplorazione. La celebrazione sottolinea l’aspetto epico dello sforzo straordinario compiuto da un Paese, che non aveva ancora assimilato l’unità nazionale; la deplorazione insiste sullo spaventoso costo umano del nostro intervento e ne contesta l’utilità e l’ispirazione morale. A causa di questo contrasto mancano vuoi una valutazione approfondita sulla conduzione italiana di quella guerra, vuoi una riflessione serena sul rapporto tra il Paese e la guerra in genere, rapporto che si ritiene volgarmente basato su una vocazione popolare radicalmente pacifista, peraltro smentita nei fatti da una tendenza costante degli italiani all’interventismo e dalla capacità da essi dimostrata sia nell’epoca unitaria sia in quella preunitaria, sia a livello di massa sia a livello di élites, di accettare la guerra come un fatto della vita.
Il superamento di queste remore negative, prevalentemente ideologiche, non era stato agevolato da una storiografia straniera, che ha trattato la guerra sul fronte italiano come un episodio marginale, ravvisando poi nella nostra infelice partecipazione alla seconda guerra mondiale la conferma di un Paese senza spirito militare, sul piano bellico molle e fiacco. Ultimamente, soprattutto all’estero, si è invece delineata una certa revisione di questi giudizi: si rivalutano le aspre difficoltà superate dai soldati italiani nella guerra di montagna, nella «guerra più alta del mondo». Si scopre, mentre si rievocano i grandi macelli del fronte principale, quello francese, a Verdun e la Somme, che il settore principale della nostra guerra, l’Isonzo, ha comportato in undici offensive italiane eccidi non minori: 1.100 mila italiani tra morti e feriti, e 650 mila vittime tra i difensori austriaci, numeri tali da giustificare il sottotitolo del saggio dedicato recentemente a queste battaglie da John Schindler: «il massacro dimenticato della grande guerra». Un massacro sopportato, come osserva Schindler, da un esercito di soldati contadini, mal pagati, i peggio pagati d’Europa, con gli stessi pochi centesimi del tempo di pace, separati da famiglie lasciate a se stesse, esercito impegnato in continui, sanguinosi assalti frontali, quasi sempre inutili, mai decisivi.
Lo storico americano rischiara, con una ricerca accurata, altre modalità della guerra italiana: secondo i dati da lui rilevati sulla composizione delle forze contrapposte alle truppe italiane, solo impropriamente si usa definire la guerra 1915-1918 «italo-austriaca» - sarebbe più giusto chiamarla «italo-slava». Almeno sul fronte dell’Isonzo prevalevano nell’esercito asburgico i reggimenti sloveni, croati, dalmati, bosniaci, cechi, polacchi, ucraini. Alla minoranza serba in Croazia apparteneva il generale Svetozar Boroevic, comandante dell’Armata e poi del gruppo di Armate che contese, metro per metro, Gorizia e il Carso, le porte della Slovenia austriaca. L’entrata in guerra dell’Italia venne accolta con entusiasmo dagli slavi del Sud: per essi la guerra contro l’Italia era una guerra difensiva contro un invasore straniero o addirittura, per chi ricordava l’egemonia veneta nell’Adriatico, una guerra preventiva contro un immaginario imperialismo italiano, contro l’ipotesi della sostituzione nella regione balcanica dell’egemonia italiana a quella austriaca. Se per gli italiani la rivendicazione del litorale triestino e dalmata significava il completamento dell’unità etnica, per gli slavi significava, viceversa, una chiara candidatura all’egemonia sul retroterra. La classe dirigente italiana, politica e militare, addebitava a una sorta di ammirevole lealismo verso l’aquila bicipite imperiale la strenua resistenza dell’avversario, i suoi ostinati contrattacchi. C’era, indubbiamente, un forte senso di fedeltà alla dinastia nell’esercito asburgico: senso di fedeltà rafforzato dal rispetto per le differenze etniche e linguistiche, vivo fino all’ultimo anche tra i soldati etnicamente italiani (tra i prigionieri della battaglia finale, Vittorio Veneto, ve ne saranno 7 mila di lingua italiana). Ma contava ben di più, negli ufficiali e nei soldati slavi, il timore della riduzione dell’area a sfera d’influenza italiana, timore condiviso dai nostri stessi alleati, dalla Serbia e dalla Romania, che evitarono di sincronizzare le proprie operazioni militari con quelle italiane, dalla Francia e dall’Inghilterra, che cercarono di tener lontane le forze italiane dal fronte balcanico principale, Salonicco, con la complicità involontaria dal comandante italiano, il generale Cadorna, ossessionato da un sogno, la marcia su Vienna, ridotta sul fronte dell’Isonzo ad avanzate di poche centinaia di metri. Cadorna, tra l’altro, rifiutò la proposta della nostra Marina di sbarchi sul retrofronte, una proposta che tuttavia richiedeva un chiaro progetto balcanico dell’Italia, non necessariamente imperiale, di tipo piuttosto mercantile secondo una strategia tradizionalmente riuscita, quella veneziana. Certamente l’assenza di un tentativo italiano di un rapporto organico, proficuo e localmente accettabile con il mondo balcanico si farà sentire in tutto il periodo tra le due guerre, e peggio ancora durante la seconda guerra mondiale.
Schindler riconosce anche successi italiani come la pianificazione delle risorse produttive disposta dal generale Alfredo Dallolio. Come sottosegretario per le armi e le munizioni prima, e poi come presidente del Comitato supremo per la mobilitazione industriale, Dallolio farà compiere un decisivo balzo in avanti al sistema industriale italiano, che reagisce con sorprendente energia. «L’opera di Dallolio – scrive Schindler – aveva cominciato a dare i suoi frutti appena nell’ottobre del 1915, ma egli aveva gettato le fondamenta per la vittoria finale italiana nella prima guerra mondiale». A questo e ad altri riconoscimenti Schindler aggiunge una riserva: «L’Italia non difettava di uomini e di cannoni, bensì di idee per utilizzarli in modo efficace». Una lezione valida ancora oggi: le recriminazioni postume e i compianti retroattivi ostacolano al pari delle esaltazioni immotivate l’elaborazione della grandi idee e dei grandi programmi. Una revisione della storia delle nostre guerre di ieri e dei loro risultati può aiutarci, per esempio, a trovare idee utili per i compiti politici e militari che siamo chiamati a svolgere proprio nel mondo balcanico.

John R. Schindler
Isonzo, il massacro dimenticato della grande guerra
Libreria Editrice Goriziana
538 pagine, 12 euro
 

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