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Il lord dei Gattopardi

RISK
di Virgilio Ilari
risk n.5 - Ottobre - Gennaio 2005

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risk5
Lord William Henry Cavendish-Bentinck (1774-1839) fu nel 1813-15 il faro dei liberali italiani. A Londra pensarono che l’energico trentenne fosse l’uomo adatto per risolvere la grana della Sicilia, dove l’isterica regina Maria Carolina d’Asburgo, sorella della decapitata Maria Antonietta di Francia e «uomo forte» della corte borbonica, sabotava l’intera strategia del Mediterraneo arrivando perfino a trescare con re Gioacchino pur di opporsi alla supremazia britannica (gli inglesi chiamavano «partito francese» la cricca di emigrati reazionari raccolti e pagati dalla regina nella speranza di poter tornare a Napoli: nel 1810 si sparse la notizia che Napoleone fosse morto; all’annuncio che il suo «peggior nemico» era morto, re Giorgio III, pazzo ma non scemo, pensò che si trattasse di Maria Carolina). Arrivato a Palermo il 23 luglio 1811 nella duplice veste di ambasciatore e comandante in capo delle truppe inglesi stanziate nell’Isola, Bentinck capì subito che per piegare la corte doveva far leva sul «braccio» baronale del secolare parlamento siciliano, simile alla Camera dei Lord, dove un nucleo di baroni in fama di liberali per precedenti relazioni coi circoli whig londinesi mercanteggiava il «sussidio» chiesto dalla corte reclamando una riforma del sistema di ripartizione (apparentemente democratica ma tendente in realtà a rimescolare la lottizzazione del latifondo), con punte di estremisti favorevoli addirittura all’abolizione dei fedecommessi. Motivato da una logica di puro potere, l’appoggio ai baroni «di sinistra» non era privo di una coloritura ideologica: dall’esperienza delle juntas spagnole Bentinck aveva tratto, come molti inglesi di tendenza whig, l’idea che per combattere Napoleone bisognava strappargli il controllo delle nazioni, ossia dare rappresentanza e potere ai ceti emergenti della nobiltà, del commercio e delle professioni. Idee del tutto analoghe a quelle prevalse in Austria con la guerra patriottica del 1809, incunabolo della grande sollevazione nazionale avvenuta in Germania nel 1813. Preso il controllo del partito liberale, dilaniato dalle fazioni personali, il 15 gennaio 1812 Bentinck costrinse re Ferdinando a promulgare la costituzione parlamentare, cedere il governo al figlio Francesco quale vicario generale e alter ego (15 gennaio 1812), epurare l’esercito e la polizia e dargli il comando delle truppe, ribattezzate «siciliane», col grado di capitano generale borbonico. Solo la regina continuò a opporsi e in ottobre Bentinck ne chiese l’esilio. Ferdinando la difese e si fece convincere da lei a sfidare il proconsole, tornando a Palermo, accolto dall’entusiasmo popolare, per riassumere il potere. Per tutta risposta, il 10 marzo 1813 ottomila soldati inglesi occuparono Palermo consegnando in caserma i 3 mila napoletani. Avendo poi cercato il re di sottrarsi al suo controllo rifugiandosi nella villa della Favorita, Bentinck riunì i ministri presso il vicario e, ottenuto il loro assenso, il 22 marzo fece circondare la villa e puntare i cannoni per costringere il re ad abdicare, ma il 29 si accontentò di una convenzione che impegnava il re a ristabilire il vicariato in tutta la sua pienezza e a esiliare la regina. E siccome lei non si decideva a partire, la costrinse a farlo il 16 giugno sotto la minaccia di 5 mila inglesi. Il 10 maggio Bentinck inviò al tenente colonnello Coffin le condizioni concordate col principe Francesco per trattare l’accordo commerciale chiesto da Murat e, partito per la Catalogna a sostituire il generale Murray, sostò brevemente nella base inglese di Ponza, dove il 5 giugno rifiutò l’autorizzazione a trattare una convenzione militare, pretendendo come condizione la consegna di Gaeta come piazza di deposito e sicurezza e il riconoscimento dei diritti delle reggenze barbaresche protette dall’Inghilterra. Battuto il 12 settembre a Ordal, lasciò la Spagna il 22 con l’autorizzazione di Wellington e sbarcato a Palermo il 3 ottobre, destituì il ministero realista formato in agosto e sciolse il parlamento paralizzato dai tonitruanti radicali (tribuni delle arti minori). In novembre autorizzò il tenente colonnello goriziano Carlo Catinelli (1780-1869) a sbarcare in Toscana con mille uomini delle Italian levies (reclutati fra i disertori e i prigionieri presi in Spagna) per sollevare gli italiani contro Napoleone, ma la spedizione abortì in pochi giorni per l’imprevista resistenza della piazza di Livorno.
Il 4 dicembre Bentinck espose al principe ereditario il progetto, poi definito da lui stesso un mero «sogno filosofico», di cedere la Sicilia all’Inghilterra in cambio della restaurazione sul trono di Napoli e di un ingrandimento territoriale a spese del papa. Implacabile avversario di Murat, nel gennaio 1814 forzò le istruzioni del suo governo rifiutandosi di accedere all’alleanza austro-napoletana e solo a malincuore si rassegnò il 3 febbraio 1814 a firmare a Napoli un mero armistizio, imponendo però al conte Neipperg e al ministro degli Esteri marchese di Gallo il suo progetto di cooperazione militare per la campagna d’Italia che limitava l’azione delle truppe napoletane alla destra del Po (fino a Piacenza e ad Alessandria) e riservava alle forze inglesi la costa tirrenica da Livorno a Genova (il che gli consentì poi di opporsi efficacemente alle mire annessioniste di Murat, sostenendo che la Toscana doveva costituire la base di operazione delle forze inglesi). Sbarcato a Livorno l’11 marzo, lanciò un improvvido appello all’insurrezione per l’indipendenza e il 16 incontrò Murat a Reggio senza riuscire a provocare la rottura. Mentre la prima divisione anglo-siciliana del generale Montresor avanzava sulla Spezia, Bentinck incontrò Gallo a Reggio, il maresciallo austriaco Bellegarde a Verona (22-27 marzo) e il papa Pio VII (in rientro dall’esilio) a Modena il 30 e a Bologna il primo aprile. Il 3 aprile, però, il suo governo lo sollevò dalla rappresentanza diplomatica a Palermo, attribuendola al console generale a Messina, il filo borbonico A’Court, e lo stesso giorno Castlereagh gli indirizzò una dura nota da Digione (quartier generale delle Alte potenze alleate). Il 17 aprile, quando Napoleone aveva già abdicato, le Italian levies e i Calabrian Free Corps attaccarono i forti a Ponente di Genova, costringendo il presidio francese alla resa. Il 24 Murat si congratulò con Bentinck inviandogli in dono la sua spada, che l’altero generale accettò solo «a titolo di curiosità», inviandola al principe reggente Giorgio. Intanto Bentinck aveva promesso ai genovesi la restaurazione della loro Repubblica e inviato il generale McFarlane a Milano per sostenere le speranze dei rivoluzionari lombardi, ma le sue promesse furono frustrate dallo sbarco a Genova del re di Sardegna e dalla decisione dell’imperatore Francesco di annettere la Lombardia. Il 25 maggio Bentinck si imbarcò a Genova per Palermo e il 31 Lord Bathurst gli vietò di fare avances alla corte di Palermo senza ordini preventivi. Il 4 luglio re Ferdinando riprese il potere e il 16 Bentinck lasciò sconfitto la Sicilia che pure aveva sinceramente amato e che – meno romantico di Lawrence con la non poi troppo diversa Arabia Saudita – aveva sognato di poter governare in nome dell’Inghilterra. Mantenne però i contatti coi liberali italiani e il 15 gennaio 1815, da Firenze, scrisse che l’Italia amava Murat e che l’Inghilterra doveva sostenere l’unità italiana per erigere una barriera tra l’Austria e la Francia onde evitare il ripetersi di un’alleanza continentale com’era avvenuto nella guerra dei sette anni. Ebbe poi bruschi colloqui a Roma col cardinale Pacca e Pio VII (21-22 gennaio) e stava per recarsi a Napoli quando un’improvvida lettera di Gallo gli fece cambiare idea. In febbraio, ricevuto dal re di Sardegna, gli chiese invano di poter insediare di nuovo il quartier generale del Mediterraneo a Genova (dove stanziavano il 14th Foot e 3 battaglioni di Italian levies), ma vi tornò il 12 marzo a seguito della crisi determinata dalla fuga di Napoleone e dalle mosse di Murat, nei cui confronti Bentinck mantenne un atteggiamento ambiguo: il 23 marzo gli inviò il colonnello Dalrymple, attese il 5 aprile per dichiarare lo stato di guerra (misura che, in base all’armistizio anglo-napoletano, dava ancora un termine di tre mesi prima dell’inizio delle ostilità) e ricevette inoltre il colonnello Macirone, inviato da Murat. Il 13 aprile Gallo gli trasmise la richiesta del re di Napoli di intavolare un negoziato per potersi conformare totalmente ai voleri dell’Inghilterra. Il 5 maggio Bentinck informò Lord Bathurst che, ritenendo ormai imminente la caduta di Murat, avrebbe sospeso l’esecuzione degli ordini di cooperare con gli austriaci. Finalmente, su richiesta di Metternich, il governo inglese lo richiamò in patria abolendo la British Army of the Mediterranean, sciolta il 24 maggio, al momento dello sbarco di MacFarlane a Napoli. Il 25 Bentinck si imbarcò a Genova e il 18 giugno, non appena arrivato a Londra, indirizzò a Bathurst un memoriale difensivo dai toni aspri e risentiti che gli valse un nuovo incarico presso Wellington, troppo tardi però per prendere parte alla gloria di Waterloo. Tornato privatamente a Napoli in settembre, fu convinto dal ministro austriaco a reimbarcarsi quale persona non grata, con grande sollievo di re Ferdinando («se a voi ha reso l’appetito – disse al ministro degli Esteri Circello – a me ha procurato una nottata tranquilla!»). Caduto in disgrazia e rimasto senza impiego fino al 1821, nel 1827 fu nominato governatore generale del Bengala, dove giunse nel luglio 1828. Nel 1833 fu il primo a ricoprire la nuova carica di governatore generale dell’India istituita con l’East India’s Company Charter. Costretto da motivi di salute, nel 1836 lasciò l’India per Parigi, dove morì nel 1839.
 

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