Non v’è dubbio alcuno che la spinta morale che portò a creare le Nazioni Unite fosse intessuta della vergogna, dello stupore, dell’ansia per le sorti del genere umano, causati dall’Olocausto. La Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948, laddove parla di superare «la violazione e il disprezzo per i diritti umani» che «si sono palesati in atti barbarici che hanno oltraggiato la coscienza del genere umano» fa chiaramente riferimento al tentativo di genocidio dei nazisti. È quindi tanto più paradossale il fatto che, nata sulle ceneri di sei milioni di ebrei, l’Onu abbia non solo evitato quasi ogni possibile riferimento al termine «antisemitimo», ma sia anche diventata un motore attivo della sua clamorosa esplosione negli ultimi anni.
Nel 1959, per la prima volta, l’Onu riunì sul tema la Commissione dei diritti umani, dopo che in 40 Paesi si erano verificati 2 mila episodi di antisemitismo. Fu stilata una risoluzione dal titolo «Manifestazioni di antisemitismo e altre forme di pregiudizio razziale e di intolleranza religiosa di natura simile». Prima di raggiungere l’Assemblea generale, però, il termine «antisemitismo» era stato cancellato. Questa scelta non fu casuale. La tendenza a disprezzare e obliterare l’argomento è strutturale per il modo in cui la natura stessa dell’Onu come «governo mondiale» è andata definendosi. Con il raddoppio degli Stati membri, compiutosi a pieno alla metà degli anni Sessanta, dei 67 nuovi Stati ammessi nell’organizzazione l’80% entrò a far parte del «gruppo dei 77», il nuovo comitato formato dalle ex colonie europee; ai cinque Stati membri arabi fondatori se ne aggiunsero sedici. Fa notare Anne Bayefsky, esperta del rapporto fra Onu ed ebrei, che la porta dell’antisemitismo fu aperta dalla superesaltazione del concetto di autodeterminazione, «intesa non come principio generale, ma come strumento degli oppressi contro gli oppressori». In questo caso, «coloro che rifiutarono la partizione dell’Onu del 1947 furono definiti oppressi, mentre le vittime ebree dalla Palestina all’Europa furono caratterizzate come oppressori. Da ciò discende il fatto che l’Onu, pur avendola fondata, non ha mai accettato la preservazione dell’identità ebraica e la sua moderna indipendenza nello Stato ebraico, ma l’ha discriminata rispetto a ogni altro tipo di autodeterminazione.
E agli ebrei l’Onu ha applicato ogni formula che potesse relegare lo Stato ebraico nel disprezzo. Quando si è uno Stato «razzista» che alza «un muro di apartheid» o un «muro di Berlino» e fa dei territori palestinesi «un Bantustan», si è destinati a sparire come l’indegno soggetto politico cui si fa riferimento - il Sud Africa. La delegittimazione di Israele ha trovato una serie di realizzazioni pratiche molto efficaci: Israele non è ammesso nel gruppo regionale di appartenenza (l’Asia) e quindi in tutte le commissioni cui essere parte di un gruppo dà diritto; le sue Ong sono trattate come appestate (come la «Stella di David Rossa» che non è ammessa nell’organizzazione internazionale che fa capo alla Croce Rossa); altre organizzazioni sono vilipese e maltrattate fino alla minaccia fisica nelle assemblee mondiali, come è accaduto a Durban, dove gli esponenti delle Ong israeliane furono picchiati ed estromessi con la violenza; la risoluzione del 1975 «sionismo eguale razzismo» è stata prima abrogata e poi ripresa, fino all’invenzione del processo celebrato dal Tribunale internazionale per condannare il «muro», che è in realtà un recinto di difesa dal terrorismo; centinaia, se non migliaia di pagine di accuse, di maledizioni senza discriminazione contro i governi israeliani. Rabin o Sharon, non fa differenza. Il 30% delle risoluzioni passate dalla commissione per i diritti umani dell’Onu per condannare Stati specifici è stato diretto contro Israele; su dieci sedute speciali di emergenza riunite nella storia, sei si sono focalizzate sulle supposte violazioni dei diritti umani da parte israeliana; la decima sessione, riunita originariamente nel 1977, si è trasformata in un foro permanente per difendere i palestinesi; Israele è l’unico Paese con un gruppo interstatale dedito al suo monitoraggio, il cosiddetto «comitato speciale per investigare le pratiche che colpiscono i diritti umani dei palestinesi e degli altri arabi nei territori occupati»; nel 1975, l’Onu ha stabilito anche il gruppo per «i diritti inalienabili del popolo palestinese». Inutile sottolineare che una delle cure più evidenti di questi gruppi è stata di evitare ogni condanna del terrorismo. Invece, tutti i rappresentanti dell’Onu hanno ripetutamente coperto Israele di biasimo per vicende recepite soltanto nella versione palestinese - come quella di Jenin, che Terje Larsen, responsabile dell’Onu in Medio Oriente, classificò come «orripilante oltre il credibile» e Peter Hansen , commissario generale dell’Unrwa, «una catastrofe umana con pochi precedenti nella storia recente». Una versione dettata dal puro pregiudizio: la battaglia di Jenin poche ore dopo si è rivelata per quello che era, uno scontro durissimo in cui le truppe israeliane avevano perso 23 uomini a fronte di 51 palestinesi, quasi tutti armati, nella città madre di centinaia di attacchi terroristi suicidi, minata e difesa casa per casa con kalashnikov e tritolo. Riporta Anne Bajefsky che nel 2003 lo Stato ebraico ha ricevuto non meno di 18 risoluzioni di condanna. Nello stesso periodo sono state votate soltanto quattro le risoluzioni destinate a Paesi. Intanto, il Pakistan a nome della Conferenza Islamica si opponeva a una risoluzione che condannasse la pena di morte, applicata dal codice sudanese, tramite crocifissione e amputazione incrociata, mano sinistra e piede destro o viceversa: «Una condanna sarebbe un’offesa a tutti i Paesi musulmani», disse il rappresentante pakistano, e la risoluzione non fu neppure votata.
L’Onu ha sempre negato a Israele il diritto all’autodifesa, stabilendo persino, tramite la mostruosa sentenza della Corte nazionale dell’Aja sul recinto, che non è utilizzabile in questo caso l’articolo 51 della Carta, che dà a qualsiasi Stato il diritto all’autodifesa: i giudici hanno sostenuto che Israele, aggredito dai terroristi, non è aggredito da un’altro Stato. Israele non risulta così investito dalla marea di odio vestito di terminologia nazista (blood libel, teoria della cospirazione, comparazione di Israele alla Germania nazista e di Sharon a Hitler, diffusione nei Paesi arabi dei «Protocolli dei Savi di Sion», trasmissione sulle reti arabe di puntate di criminalizzazione degli ebrei, uso della stampa dei Paesi arabi, e delle moschee, per incitare a uccidere ebrei). L’Onu si è nascosta dietro le parole, e mentre inventata un intero nuovo vocabolario di disprezzo per Israele, a ogni tentativo di condannare il terrorismo chiedeva per converso si condannasse «l’occupazione» o si cancellasse il referente palestinese come attore e quello israeliano come vittima. Una risoluzione in difesa dei bambini israeliani dopo un ennesimo attacco terroristico non è stata neppure presentata per l’opposizione della Siria, perchè certo, diceva il suo rappresentante, occorre difendere i bambini, ma tutti quanti - che bisogno c’è di mettere la parola «Israele»?.