In Cina, l’etnia han è maggioritaria (92% della popolazione), ma vi sono 55 nazionalità minoritarie; ben 30 sono rappresentate nelle 12 regioni pastorali e/o province autonome, e fra queste le più popolose e rappresentative sono i mongoli, gli hui, i tibetani, i coreani, i manciù, i miao, gli yi, i tujia, gli zhuang, i kazaki e gli uiguri. Dal un punto di vista formale, in Cina le minoranze sono molto più tutelate e protette che in altri Paesi. Dal 1949, infatti, il governo centrale ha promosso le autonomie, incoraggiato la rappresentanza delle varie nazionalità e stimolato lo sviluppo per le aree autonome. Restano comunque alcuni gruppi, soprattutto quelli che vivono nelle più lontane regioni pastorali, come per esempio gli uiguri, che rifiutano l’integrazione. Gli uiguri vivono nella regione autonoma uigura dello Xinjiang (Xuar), che per estensione (1,6 milioni di chilometri quadrati) rappresenta un sesto dell’intero territorio nazionale. Lo Xinjiang è scarsamente popolato, perché le sue carattistiche geografiche (tre catene montuose e due deserti) e un clima povero di precipitazioni rendono la regione assai inospitale. Le terre adibite al pascolo sono invece abbondanti, essendo circa il 50% dell’intera area dello Xinjiang. Situato a Nord-Ovest della Cina, lo Xinjiang confina con Pakistan, Afghanistan, Tajikistan, Kyrgyzistan, Kazakistan, Russia e Mongolia. Per questo ha svolto da sempre una funzione di cuscinetto per attutire l’instabilità delle regioni vicine.
Il sottosuolo dello Xinjiang è molto ricco di risorse minerali: il 75% dell’intero patrimonio minerario nazionale, circa un terzo di quello di carbone e soprattutto un quarto delle riserve petrolifere nazionali. Pechino ha investito ingenti quantità di risorse finanziarie per lo sfruttamento delle riserve minerali dello Xinjiang. Sono stati fino a oggi scoperti ben 122 tipi di minerali, dei quali 76 presentano delle riserve considerevoli. Le riserve di alcuni minerali, come per esempio il berillio, l’argilla, la bentonite, sono le più grandi in Cina. Per quanto riguarda il petrolio, l’area sfruttabile dello Xinjiang è circa un quinto del territorio sfruttabile totale cinese. Le riserve stimate dei bacini del Tarim e dello Zungaria sono approssimativamente dai 30 ai 50 miliardi di tonnellate. Anche il carbone è abbondantemente presente nello Xinjiang: sono stimate riserve per 219 miliardi di tonnellate, che contano per circa il 40% del totale cinese.
La Cina ha sempre cercato di mantenere il controllo dello Xinjiang e la minoranza uiguri ha sempre portato avanti istanze secessioniste a partire dai secoli passati fino ai giorni nostri. Il controllo della Cina è durato, in modo intermittente per cinque secoli, anche se la pubblicistica ufficiale tende a far risalire il controllo della provincia a molto prima, a partire circa dalla dinastia Han del 206 a.c. Durante il regno dei Ching, la provincia fu scossa da numerose rivolte guidate da leader musulmani quali Yusuf Katta Tora, Jahangir, Walli Khan Tora e Yacub Beg. Nel 1864, Yakub Beg guidò gli uiguri alla rivolta e arrivò, anche con il sostegno di Russia e Gran Bretagna, alla dichiarazione di indipendenza della Repubblica del Turkestan Orientale. In seguito, nel 1877, il nuovo Stato fu brutalmente sconfitto con feroci repressioni che costrinsero numerosi musulmani a emigrare nei vicini Paesi dell’Asia centrale. Il 1884 segna il definitivo inquadramento dello Xinjiang nella struttura amministrativa dell’impero. Gli uiguri sono una popolazione d’etnia turca stanziata prevalentemente nello Xinjiang che si differenzia molto dai cinesi d’etnia han, non condividendo con essi né tratti somatici, né lingua né religione. Gli uiguri parlano infatti una lingua turco-tartara e professano il credo islamico, di confessione musulmana sunnita. Quello di «uiguri» è un etnonimo che era caduto nel dimenticatoio, non veniva infatti più usato dal Quindicesimo secolo. Fu proprio l’Unione Sovietica a spingere fortemente per la creazione di un’identità etnica con lo scopo di rafforzarne lo spirito secessionista per poter arrivare a esercitare un’influenza sulla regione. Nel 1921 Mosca appoggiò una conferenza dei rappresentanti del Turkestan Orientale nella quale venne accettata la proposta di un etnologo russo di riprendere a usare l’etnonimo «uiguri».
Con l’avvento al potere dei comunisti nel 1949, la regione venne sistematicamente invasa da immigrazioni massicce di popolazione han. Le proteste degli uiguri esplosero nel 1980 ad Aksu, dove centinaia d’immigrati han furono feriti e le loro fabbriche danneggiate. Nel 1981 vi furono altri scontri nei quali vennero aggrediti non solo civili ma anche militari cinesi. La situazione era degenerata a tal punto che fu necessario l’intervento diretto di Deng Xiaoping, il quale, durante una visita nella regione, nominò al posto di Wang Feng, ritenuto in parte responsabile dei disordini in quanto incapace di mantenere il controllo, Wang Emnao. Nel 1985 si ebbero nuovi disordini: dalle manifestazioni studentesche ai sabotaggi del 1986 contro la centrale nucleare sul Lop Nor, alle manifestazioni contro la politica di controllo delle nascite del 1988. Negli anni Novanta, il carattere della protesta è cambiato nettamente, prendendo connotazioni separatiste. Nel 1993, gli uiguri sono giunti a fare attentati dinamitardi sia a Pechino sia contro strutture del governo. A seguito degli attentati si sono svolti cinquemila processi contro 7900 imputati e di questi ben 6480 sono stati condannati. Pare che i terroristi uiguri venissero addestrati dai talebani in Afghanistan e nel dicembre del 2000 si era tenuto un incontro a Pechino con un rappresentante dei talebani per chiedere che gli uiguri non fossero più addestrati nei campi militari afghani.
In questo contesto va letta l’immediata adesione cinese alla lotta contro il terrorismo internazionale, dopo l’attacco all’America dell’11 settembre, che ha aperto un nuovo corso diplomatico tra Washington e Pechino ed è probabilmente motivata anche dalla preoccupazione cinese per la crescente attività terroristica del movimento indipendentista degli uiguri. D’altra parte, il fatto che la Cina abbia cercato di inserire il caso degli uiguri nella lotta globale al terrorismo, ha fatto sì che le voci di dissenso nella regione si mitigassero grandemente. Oggi a Pechino non si parla più di repressione, ma si pubblicizzano molto i mille chilometri di gasdotti già in construzione che trasporteranno i gas naturali dell’Asia Centrale.