La vittoria schiacciante di Alu Alkhanov alle elezioni in Cecenia ha confermato ciò che tutti si attendevano. Uomo del Cremlino, Alkhanov è un veterano del ministero degli Interni, legato al presidente assassinato, Akhmad Kadyrov, e al «tejp» Benoj, uno dei più influenti clan ceceni. Il compito principale che attende Alkhanov - la pacificazione e la normalizzazione della repubblica caucasica – oggi più che mai appare arduo, e una soluzione del conflitto non è all’orizzonte.
La situazione politica in Cecenia è complessa e turbolenta. In primo luogo v’è il problema della successione al presidente Kadyrov, ucciso in un attentato terroristico. La sua morte avrebbe dovuto aprire la presidenza al figlio, Ramzan, come è consuetudine nel sistema tribale della regione. Ma Ramzan, 27 anni, è giovane – troppo giovane per la Costituzione cecena, che prevede la soglia minima dei 30 anni per accedere alla carica. Ed è stato lo stesso Putin a rifiutare quella che appariva come la soluzione più immediata: piegare la Costituzione per permettere a Ramzan di occupare il posto lasciato vacante dal padre. Si profila dunque la possibilità di uno scontro per il potere tra Alkhanov e Ramzan. Per quanto inesperto, quest’ultimo non è certo uno sprovveduto. Capo delle forze armate cecene, filo-governative e filo-russe, il delfino Kadyrov è stato in passato strumento indispensabile all’opera di pacificazione svolta dal padre-presidente (operazione alquanto spregiudicata - uno dei metodi di maggior successo utilizzati da Kadyrov per sconfiggere i ribelli ceceni consisteva nell’individuare i tejp cui essi appartenevano, sequestrarne amici e parenti in gran numero, e minacciarne l’esecuzione se i guerriglieri non avessero deposto le armi). Il ruolo di primo piano di Ramzan è testimoniato dal fatto che nel corso della sua visita a Grozny, Putin lo ha incontrato come ha fatto con Alkhanov. Se le prospettive politiche cecene sono fosche, a Mosca non esiste alcun progetto organico per la repubblica. L’unica misura concreta adottata dal governo russo sinora è stata la decisione di lasciare in loco i proventi della produzione e del trasporto del petrolio. Ma questo è ben poco. Il futuro promette una recrudescenza del terribile terrorismo che è tornato a insanguinare la Russia. D’altra parte, la leadership di Putin è troppo legata alla guerra cecena perché il presidente possa permettersi di fare quello che ormai da anni, secondo i sociologi, una maggioranza dei due terzi dei russi vorrebbe: ritirare l’esercito, concedere l’indipendenza e separare definitivamente i destini della Russia da quelli della Cecenia. Due sono oggi gli aspetti più interessanti degli sviluppi della crisi in Cecenia. Il primo è l’internazionalizzazione della questione cecena. Essa è dovuta ai legami tra i guerriglieri ceceni e il terrorismo internazionale, compresa Al Qaeda. La Cecenia si è trasformata in un bubbone infetto che rischia di contagiare tutto il Caucaso e il ventre molle dell’ex Unione Sovietica, le repubbliche musulmane dell’Asia Centrale, come l’Uzbekistan. Una eventuale soluzione della crisi cecena dipende, ormai, dalla sconfitta del terrorismo transnazionale.
L’altro risvolto che dà un risalto geopolitico globale alle vicende cecene è il rapporto con la crisi della Georgia. Per la prima volta nella transizione post-sovietica, il Paese si ritrova un presidente filo-americano, ragionevole, che punta a creare una identificazione «civica» che sostituisca quella prevalentemente etnica che caratterizza la repubblica. La Georgia ha infatti una situazione interna particolarmente difficile, con quattro nazionalità tutte rilevanti (georgiani, abhazi, osseti e adjari). La continua tensione con la Russia dipende dalla strategia di Mosca, che usa i movimenti separatisti, soprattutto quelli di Abhazia e Ossezia del Sud, per indebolire il governo centrale georgiano e minare l’unità del Paese. E ha buon gioco in questo: almeno il 50% dei cittadini abhazi, per esempio, hanno la doppia cittadinanza, georgiana e russa. Il messaggio di nuovi Erodi, i terroristi ceceni che hanno sterminato alcune centinaia di bambini a Beslan è duplice. Avendo scelto come bersaglio non i bambini russi ma quelli osseti, i terroristi hanno sottolineato l’obiettivo di provocare lo scontro tra le civiltà islamiche e cristiana. A livello regionale lo scopo è unire le poppolazioni musulmane del Caucaso e scatenare una guerra interetnica tra ceceni, ingushi, abhazi e agiari da una parte, osseti e georgiani dall’altra.
In questo scacchiere cerca un suo spazio di manovra proprio Ramzan, che ha proclamato di essere pronto a inviare truppe cecene in appoggio ai separatisti dell’Ossezia del Sud.