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Balcani/ L’autodifesa dell’imputato Slobodan

RISK
di Federico Eichberg
risk n.5 - Ottobre - Gennaio 2005

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risk5
Un autunno di test elettorali (elezioni locali in tutto il Paese, elezioni politiche in Kosovo) e politici (a partire dal negoziato con l’Ue per un possibile Accordo di stabilità e associazione) ha avuto un prologo degno della tradizione serba: con l’ennesimo coup de théatre il superimputato Slobodan Milosevic ha aperto, a L’Aja, la nuova sessione del processo per genocidio e crimini di guerra, accusando l’Europa, la Germania e la Santa Sede, ammettendo il finanziamento delle milizie serbo bosniache, rifiutando l’avvocato di difesa e adducendo motivazioni di salute che costringerebbero all’infinito la liturgia processuale. Insomma un Milosevic anni Novanta che punta in buona misura a prolungare il processo per prolungare quel funesto decennio. Protrarre nel tempo gli anni Novanta, con le loro intolleranze, i loro drammi, le loro frammentazioni. Per autoassolversi, nella logica dell’endemicità degli odi e dei conflitti balcanici. Con un occhio alle reazioni a Belgrado e a Pristina. A Belgrado l’eco de L’Aja arriva sorda e debole: la nuova Serbia di Tadic sembra, finalmente, uscita dal tunnel degli anni Novanta: innanzitutto con il ridimensionamento del partito radicale serbo del leader Vojslav Seselj (anch’egli a L’Aja), trionfatore a lungo nelle tornate elettorali degli anni Novanta e invece pesantemente sconfitto nelle elezioni di giugno; un segnale di rottura rispetto al decennio degli odi è anche un’opposizione finalmente unita, con un fronte compatto dietro a Tadic che va dal premier Kostunica al vulcanico leader monarchico Draskovic al partito dell’ex leader Djindjic, tragicamente scomparso lo scorso anno. Da ultimo la Serbia esce dagli anni Novanta ponendo termine all’anacronistica conventio ad excludendum nei confronti del Partito socialista che fu di Milosevic, reo di aver prestato stendardi e strutture a un progetto distruttivo e oggi, superata l’impasse ideologica, a supporto dell’esecutivo serbo (e quindi meno tentato, il partito e, soprattutto, l’elettorato, dalle sirene dell’antico leader). Belgrado è lontana da L’Aja, quanto lo sono l’inno e lo stemma della nuova Serbia adottati il 17 agosto dal parlamento serbo che riprendono quelli del regno serbo di fine Ottocento, così lontana da Milosevic e dai suoi trafficanti di una Serbia isolata e invitta al mondo.
A Pristina, invece, l’eco de L’Aja arriva forte e chiara e gioca un ruolo, a seconda delle strumentalizzazioni, potenzialmente destabilizzante. L’Unione europea ha sposato la linea dello standards-before-status (una costante che torna anche negli accordi di Ocrida per la Macedonia e di Belgrado per l’Unione serbo-montenegrina) enfatizzando così, indirettamente, i termini della polemica sulla sicurezza, le responsabilità, i protagonisti. Da parte serba non solo si ritorna sulle note questioni della «ghettizzazione» (quando non pulizia etnica, come lo scorso 17 marzo) della ormai minima presenza serba, e sull’impossibilità di integrazione e di ritorno dei profughi; ma sempre più si amplifica la polemica de L’Aja e si ricorda che alla sbarra del Tribunale per i crimini nella ex Jugoslavia mancano all’appello numerosi leaders albanesi mentre sovrabbondano gli imputati serbi, rei di aver represso, secondo tali claimings, narcotraffico e corruzione della leadership «gangsteristica» albanese. Da parte albanese si enfatizza invece la non collaborazione del governo serbo con il tribunale de L’Aja nella caccia ai super-ricercati per i crimini in Kosovo e in Bosnia (innanzitutto Radovan Karadzic e Ratko Mladic), come «riflesso» di una non disponibilità serba a giudicare la propria storia, le proprie colpe, le proprie responsabilità. E si invoca un atteggiamento di maggiore disponibilità verso le istanze della parte albanese, innanzitutto l’autogoverno. L’impasse che si è generata rischia di bloccare il processo elettorale, per la non partecipazione della componente serba al processo elettorale e la crescente tensione nella componente albanese per il mancato passaggio di poteri dall’Unmik all’amministrazione locale, a cinque anni dalla risoluzione 1244 (mentre è il caso di ricordare che in Iraq, il passaggio è avvenuto il 30 giugno, poco più di un anno dopo la cessazione delle ostilità). Tale tensione potrebbe sfociare in atti concreti se fossero confermate le rilevazioni della commissione parlamentare serba per il Kosovo, che per voce del capo della sezione antiterrorismo dei servizi segreti Dragomir Asanin, ha affermato essere in corso un ampio riarmo da parte dei terroristi albanesi. Sarà necessario che l’Unione europea affronti con decisione e realismo le prossime incombenze, non escludendo a priori quanto Belgrado stessa in più circostanze ha ribadito, ovvero l’esigenza di un approccio «cantonale» alla provincia, che non pregiudichi lo status finale ma abbia l’apparenza (e la sostanza) di un reale decentramento amministrativo.
 

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