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Venezuela/ Il nuovo Perón di Caracas

RISK
di Riccardo Gefter Wondrich
risk n.5 - Ottobre - Gennaio 2005

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risk5
La storia di Hugo Chávez Frias, da cinque anni presidente del Venezuela, ripresenta molti degli ingredienti che hanno plasmato la politica e l’economia dell’America Latina nel secondo Novecento. Nel suo insieme, tuttavia, la situazione che si è andata creando offre notevoli elementi di novità, che rendono difficilmente esportabile la ricetta della «rivoluzione bolivariana». Il 15 agosto scorso Chávez ha trionfato con il 58% dei suffragi in un referendum convocato dalle opposizioni per rimuoverlo dalla carica, come previsto dalla Costituzione. L’appuntamento elettorale era destinato a costituire, che vincesse il presidente o le opposizioni, un elemento di svolta in un Paese profondamente polarizzato: da un lato Chávez appoggiato dalle classi povere (in cinque anni la percentuale di persone al di sotto della soglia di povertà è passata dal 57% al 70%), dall’altro un coacervo di partiti e movimenti rappresentativi dei ceti medi, del settore privato e della borghesia che aveva governato fino al 1998, il cui denominatore comune è l’avversione radicale nei confronti del presidente. Un maldestro colpo di Stato nell’aprile del 2002, quattro scioperi generali e il blocco parziale dell’industria del petrolio per tre mesi non sono bastati a fiaccare Chávez. Al contrario, questi ha dato prova di grande tenacia, accentrando sempre più potere nelle proprie mani e acquisendo il controllo del gigante pubblico del petrolio -Pdvsa- e del potere giudiziario. Quando ha capito di non poter impedire il passaggio alle urne, ha modificato il proprio discorso utilizzando toni più morbidi, e ha messo in moto una poderosa macchina elettorale in tutto il Paese. La conferma ottenuta con il referendum ne rafforza ora vigorosamente la leadership, ed è probabile che produrrà un effetto traino alle elezioni politiche e amministrative di fine settembre. A quel punto, Chávez potrà contare sulla maggioranza dei voti al Congresso, e preparare la campagna per la rielezione nel 2006. La capacità dell’opposizione di produrre per quella data una proposta di governo alternativa è tutta da dimostrare.
Buona parte dei meriti della vittoria chavista è da addebitare all’aumento del prezzo del petrolio occorso negli ultimi mesi, che ha permesso di utilizzare 750 milioni di dollari del bilancio di Pdvsa per programmi sociali di taglio marcatamente populista. Nel corto periodo si tratta di uno strumento formidabile per conquistare i voti delle classi socio-economiche più basse. Nel medio periodo, tuttavia, sono indispensabili investimenti strutturali nel settore petrolifero per poter continuare a produrre gli attuali 2,5 milioni di barili al giorno o addirittura tornare ai livelli di produzione precedenti la crisi del 2002-2003. Tali capitali possono venire solamente dalle grandi imprese multinazionali, che osservano con apprensione la direzione che prenderà il processo politico.
Fino a oggi, al di là dei fortissimi vincoli personali che legano Chávez a Fidel Castro, la cosiddetta «rivoluzione bolivariana» non ha assunto le caratteristiche proprie di un regime comunista, e i venezuelani possono godere di libertà personali che Fidel Castro non pare ancora disposto a concedere al popolo cubano. Ripensando alla storia dell’America latina, viene più naturale il paragone con Juán Domingo Perón e con l’Argentina del dopoguerra: simile la retorica nazionalista dei due ex militari; eguale il rapporto diretto tra il leader carismatico e la massa, al di fuori dei partiti tradizionali e per mezzo dei sindacati nel caso argentino e delle squadre di militanti in quello venezuelano; eguale la condanna dell’avversario politico come nemico della patria al servizio di un disegno imperialista esterno. Eguale, infine, lo strumento del successo, le entrate delle esportazioni: agroalimentari nell’Argentina di Perón, petrolifere nel Venezuela di Chávez.
Lo scenario venezuelano che si apre nel dopo-referendum può essere letto da due angolature. Dal punto di vista interno, il governo ha guadagnato una grande inerzia politica, il che lo espone al rischio di convertirsi in una sorta d’autocrazia democraticamente eletta. Sta a Chávez decidere se imprimere un’accelerazione verso una sponda più autoritaria, e il primo segnale in tal senso potrebbe essere l’approvazione di un disegno di legge volto ad aumentare il potere di controllo governativo sui mezzi di comunicazione, oggi nelle mani dell’opposizione. Il rispetto dei diritti civili e della proprietà privata sarà fondamentale per continuare ad attrarre investimenti esteri. Durante gli ultimi cinque anni l’economia è crollata del 15%, la classe media ha perso un terzo del proprio potere d’acquisto e l’inflazione è cresciuta a un ritmo annuale del 30%. Parte di questa performance negativa è attribuibile agli scioperi dell’opposizione, ma è un fatto che l’inefficienza amministrativa abbia finito per strangolare il settore privato. Senza un’opposizione forte e credibile continuerà a mancare un sistema di pesi e contrappesi all’azione di governo, ciò che mette a rischio gli investimenti.
Dal punto di vista internazionale, la delicata situazione mediorientale ha portato a correlare una vittoria di Chávez al referendum con maggiori garanzie di stabilità delle esportazioni e del prezzo del petrolio venezuelano: se Washington avrebbe gradito una sua uscita di scena, Wall Street si augurava il contrario. Il fatto poi che il processo elettorale si sia svolto in maniera sostanzialmente corretta, ha permesso a quasi tutti i partner latinoamericani di complimentarsi e sostenere pubblicamente la democrazia venezuelana. La rivoluzione chavista è assurta al ruolo di modello socioeconomico per le sinistre anti-sistema del continente, dai cocaleros in Bolivia, ai piqueteros in Argentina, ai movimenti indigenisti in Ecuador (nessuno di questi movimenti, tuttavia, spiega con quali risorse possano i rispettivi Paesi finanziare analoghe politiche pubbliche). Chávez difficilmente si convertirà nel successore di Fidel Castro nel consesso latinoamericano: il rifiuto di molti Paesi nei confronti di un’apertura al regime cubano resta netto, e solo il petrolio e il rispetto formale delle regole proprie della democrazia fanno sì che il Venezuela resti immune da critiche o ritorsioni per il legame che mantiene con Cuba. Questi due fattori, la scarsità di risorse economiche in grado di replicare l’esperienza venezuelana altrove, e la condanna della dittatura cubana espressa - tra gli altri - da Uruguay e Cile, Panama e Messico, contribuiscono a ridurre a una dimensione eminentemente politica, almeno per ora, l’influenza reale sui Paesi vicini della petrolifera Repubblica bolivariana del Venezuela.