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Europa/ Se il kamikaze diventa nucleare

RISK
di Luciano Bozzo
risk n.5 - Ottobre - Gennaio 2005

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risk5
La principale differenza che divide europei e americani dopo l’11 settembre è la percezione, forte negli Stati Uniti e pressoché assente in Europa, del rischio di attacco terroristico nucleare, sia con l’impiego di bombe «sporche», di facile realizzazione, che nella forma più tradizionale e devastante. La distruzione di entità quasi nucleare prodotta a Manhattan dal crollo delle torri ha mostrato con drammatica evidenza quale sarà il prossimo gradino a esser salito, in assenza di adeguate misure preventive, sulla scala della violenza. Nonostante gli attentati di Madrid gli europei non hanno compreso, o si rifiutano a torto di ammettere, visto che anch’essi sono diventati un obiettivo e molto più vulnerabile degli americani, che l’11 settembre nucleare è ormai una possibilità concreta. Quasi cinquant’anni fa un autore americano, Morton Kaplan, pubblicò un volume, che sarebbe divenuto un classico delle analisi di politica internazionale, in cui erano descritte le caratteristiche di sei sistemi internazionali, storici o possibili in futuro. Tra di essi particolarmente instabile era quello cosiddetto di unit veto: un gruppo consistente di potenze nucleari, dieci o quindici, ognuna dotata della capacità di colpire e distruggere le altre con armi di distruzione di massa, quindi titolare di un diritto di veto sull’esistenza stessa dei propri simili. Gli anni della guerra fredda dimostrarono tuttavia che una relazione stabile tra superpotenze nucleari era possibile e che il regime di non proliferazione, voluto e applicato dalle prime cinque potenze nucleari, riusciva in qualche modo a frenare l’aumento dei membri del club. Sulla base di quell’esperienza si potrebbe addirittura ritenere, contro la percezione corrente, che tutto sommato sia auspicabile una proliferazione nucleare limitata. L’assunto dell’argomento è semplice: la presenza di avversari dotati di armi di distruzione di massa indurrebbe qualsiasi potenza a muoversi con estrema cautela sulla scena internazionale, poiché nessun eventuale guadagno sarebbe sufficientemente grande da bilanciare i costi e rischi associati all’ipotesi di confronto nucleare con l’avversario. Anche chi non sia disposto a condividere questa tesi deve tuttavia riconoscere che, negli scorsi decenni, gli Stati nucleari hanno dato prova di grande razionalità e prudenza nelle relazioni reciproche, evitando il confronto diretto e il ricorso all’arma atomica. La natura della politica internazionale è tuttavia mutata. Su tre cambiamenti, in particolare, vale la pena di soffermarsi: l’erosione della sovranità dello Stato, cui si associa l’emergere sulla scena della politica internazionale di nuovi attori, gruppi e persino individui, la fine del bipolarismo e lo straordinario sviluppo scientifico e tecnologico. In un sistema internazionale in cui sono divenuti di sempre più facile accesso conoscenze e materiali atti a produrre enormi potenziali distruttivi, lo Stato perde la propria capacità di controllo, a vantaggio di organizzazioni non governative, gruppi e singoli. Dal kamikaze tradizionale si passa a quello nucleare: l’individuo, come singolo o quale componente determinante di gruppi anche minuscoli, assume la capacità di condizionare il comportamento dello Stato, sino a metterne in discussione l’esistenza. Chi dissuade e come il kamikaze nucleare? Per questo la minaccia del terrorismo nucleare è la priorità cui è destinata a conformarsi la politica estera americana dei prossimi anni. Se l’analisi è corretta è evidente che la nuova minaccia non può essere affrontata con i vecchi strumenti ereditati dalla guerra fredda, primo tra tutti il trattato di non-proliferazione, spesso oggetto delle critiche dell’amministrazione Bush. È tuttavia altrettanto evidente che tre rimangono gli interessi comuni di America ed Europa: continuare a contenere il numero delle potenze nucleari, preservare il tabù sull’impiego delle armi di distruzione di massa e, soprattutto, impedire produzione e accesso ai materiali fissili. In quest’ottica la risposta degli Stati Uniti alla sfida che ci sovrasta presenta aspetti oggettivamente paradossali. La reazione all’11 settembre ha portato alla caduta di due regimi, talebano e di Saddam, che non erano né in possesso di armi di distruzione di massa, né inclusi tra i più probabili proliferatori. Quella stessa reazione ha accelerato la ricerca e sviluppo nel campo delle armi nucleari a basso potenziale, utilizzabili sul campo di battaglia, e di quelle atte a distruggere obbiettivi particolarmente «duri», come i bunker sotterranei. Infine, più recentemente, l’amministrazione statunitense si è opposta al regime di verifiche proposto per il trattato sul taglio della produzione dei materiali fissili, uranio arricchito e plutonio. È legittimo interrogarsi, e nutrire perplessità, sull’effetto che queste iniziative hanno avuto e avranno non solo sui possibili nuovi Stati nucleari – Corea del Nord e Iran innanzitutto –, ma su gruppi terroristici e potenziali kamikaze nucleari.
 

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