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Cosmopolis

RISK
di Giancarlo Montedoro
risk n.5 - Ottobre - Gennaio 2005

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risk5
C’è un proliferare di pericoli di catastrofe nella politica contemporanea che muove dall’elenco dei problemi posti dalla globalizzazione, un insieme di novità che induce a interrogarsi sugli scenari futuri della politica del pianeta, cercando vie d’uscita, riprendendo il tenue filo della razionalità, mentre tutto intorno mutano i codici costitutivi della modernità, i presupposti che hanno consentito la formazione dell’ordine politico che chiamiamo «occidentale». La modernità nasce dallo scolorire del sacro nel laboratorio dello Stato nazione, ma anche dal mercato, dalla logica dello scambio, dal diritto uguale, dall’astrazione operata dall’ordinamento, che individua i presupposti di validità del negozio giuridico e del contratto prescindendo dalle concretezze e differenze irrilevanti per il suo funzionamento; differenze di cultura, di censo, di sesso e religione. Il moderno è la diffusione uniforme e globale del diritto astratto, che cela le concretezze, le specificità culturali, le sofferenze, le diseguaglianze. Il nascondimento di tali concretezze si rivolta contro la modernità, e già costituisce l’orizzonte del mondo futuro, con la vita che pretende nuova attenzione anche con violenza, devastazione e disperazione, rivelando l’insufficienza tragica del diritto, la balbuzie della giuridicità, l’interrogativo urgente e non più rinviabile sulle condizioni di giustizia negli equilibri del pianeta. Le istituzioni del politico moderno ruotano attorno allo Stato nazione, ma il globalismo giuridico espresso dalla lex mercatoria ha superato la dimensione statale, costruendo un ordine giuridico - solo basato sul diritto privato - sganciato dall’ordine politico e legato solo alla dimensione economica della vita. Lo sganciamento del diritto dalla politica, togliendo all’astrazione giuridica ogni radice precipita il mondo nel suo caos originario, lo restituisce alla violenza fondativa dei nuovi ordini. Debole appare la prospettiva di rifondazione delle istituzioni delle relazioni internazionali, apparendo invece urgente l’adozione di una prospettiva capace di predicare il ritorno dell’ordine politico nella dimensione spaziale globale caratteristica delle nuove forme del potere economico e giuridico. Non è un seggio in più o in meno in seno ad un Consiglio di Sicurezza Onu riformato, ma la nascita di un nuovo patto democratico fra le nazioni egemoni nelle relazioni internazionali che può restituire sicurezza al globo e alle nostre vite. Una nuova Vestfalia, un sistema di politica estera e di equilibri di potenza capace di rispecchiare l’articolazione dei nuovi poteri economici e giuridici sviluppatisi con la globalizzazione.

Il dibattito sulla globalizzazione
Il dibattito sulla globalizzazione è ampio, percorre le culture, rivela una sfaccettatura di posizioni che vanno dall’apologia alla critica apocalittica. La globalizzazione ha molte accezioni, ora è considerata come fenomeno essenzialmente economico, ora appare il frutto di alcune innovazioni tecnologiche, ora è ricondotta a stili di vita, ora è presa in considerazione per i suoi effetti sull’ordine politico o su quello religioso. Il significato polisenso del termine impone di tenerne presente tutte le valenze, senza trascurarne alcuna. Secondo i cantori delle magnifiche sorti e progressive, la globalizzazione garantisce un elevato livello di benessere economico, diffonde i vantaggi dell’economia di mercato, razionalizza le attività delle pubbliche amministrazioni riducendone gli spazi di discrezionalità con il parallelo diffondersi della tecnica, migliora la gestione delle distanze con la rivoluzione informatica, universalizza i diritti dell’uomo, rende le frontiere degli Stati nazione permeabili al diritto umanitario, consente la repressione dei crimina iuris gentium dei dittatori su tutto il pianeta. Il processo è iniziato con la conquista del nuovo mondo, proseguito con il dominio delle potenze marittime ed è ora al punto di diffondere il modello occidentale di vita urbi et orbi, consentendo il superamento dell’anarchia internazionale del sistema basato sugli Stati nazione.
Ma le voci critiche sottolineano che vi è un crescente divario nella distribuzione della ricchezza, che i mercati finanziari sono in preda a irrazionalità e turbolenze senza controllo, che vi è un irrazionale sfruttamento delle risorse naturali a vantaggio dei Paesi più industrializzati, con pericoli di mutamenti climatici e di disastri ecologici, che i progressi nel campo bio-medico portano a un prolungamento senza qualità della vita (cosiddetta «iper-vita»), con il profilarsi di nuove forme di esistenza oltre l’ uomo (clonazione), che le instabilità politiche hanno determinato la nascita di terrorismi della più varia natura, che l’occidentalizzazione degli stili di vita determina la reazione delle società tradizionali, nuove forme di intolleranza religiosa e i pericoli dello scontro di civiltà. I rischi sistemici che sono innanzi alle classi dirigenti occidentali appaiono ben delineati e sono cinque:
1. rischio di scontro per le crescenti disuguaglianze di ricchezza all’interno di ogni Paese e fra Sud e Nord del mondo;
2. rischio di catastrofi ambientali ed ecologiche;
3. rischio di tecnicizzazione di ogni aspetto della vita con eclissi della politica e degli affetti;
4. rischio di violenza terroristica e insicurezza crescente;
5. predominio della economia e del mito della crescita quantitativa su ogni senso umano del limite e sulla dovuta consapevolezza della scarsezza delle fonti di energia.
Distribuzione della ricchezza, rispetto dell’ambiente, nuova bio-politica, restaurazione del monopolio della forza e della sicurezza interna delle comunità statuali e del dialogo e della tolleranza fra le diverse civiltà, governo dell’economia e delle fonti energetiche sono i temi dell’agenda della governance mondiale. Nessuno di questi temi – per quanto risulta chiaro dallo sguardo di un giurista esperto nella costruzione degli spazi decisionali pubblici - può essere affrontato tuttavia senza prima definire le nuove forme della politica adeguate alla modernità che ci sta innanzi. È evidente che la forma dello Stato nazione è per più versi in crisi e non è adeguata quale spazio di discussione ed elaborazione di culture, di decisioni pubbliche, di governo dell’economia. Tuttavia l’evoluzione politico-giuridico-istituzionale è spesso più lenta dell’evoluzione dell’economia.
L’economia-mondo richiede istituzioni politiche adeguate all’ampiezza degli spazi e alla velocità delle decisioni che il mercato globalizzato è in grado di ottenere. Fondo monetario, Banca mondiale, Organizzazione mondiale del commercio (Wto), Onu, Ue, G7, G8 ecc., sono tutti i germi di una nuova rete di spazi della politica, che, tuttavia, per divenire effettiva richiede un nuovo accordo fra le potenze industriali delle diverse aree del mondo (Europa, America, Asia) che metta al centro dell’azione politica l’azione di contrasto ai pericoli sistemici prima indicati. Il modello più interessante di risposta ai problemi posti dalla globalizzazione si ha in Europa, ove la lenta costruzione di un ordinamento giuridico plurilivello, connotato dalla crescente integrazione di sistemi giuridici, e dalla cooperazione delle burocrazie statali sta dando vita a una nuova forma di potere sopranazionale, per la quale si ritiene necessaria una «costituzione», o un nuovo trattato di rifondazione delle istituzioni, con l’adozione di un modello diverso di potere pubblico, pluralistico, diffuso, articolato fra centro e periferia, mobile come il principio di sussidiarietà che lo governa. Ma il modello europeo deve ancora dare prova di efficienza, mentre le altre istituzioni internazionali appaiono ora dominate ed egemonizzate dagli Stati Uniti, ora disinvoltamente ignorate negli snodi di crisi, con il perseguimento di politiche unilaterali tipiche di un sistema delle relazioni internazionali che non si organizza più in modo multipolare.
Ciò che deve superarsi è il cosiddetto Washington consensus, per approdare a una buona globalizzazione gestita con metodi democratici, che permetta, negli ambiti della nuova agenda politica globale, il graduale e non traumatico superamento della forma politica dello Stato nazione (da conservare e valorizzare per il resto, come garante dell’ordine affiancandola alla costruzione di altri modelli ordinatori). L’ostacolo principale è la mancanza di una vera e propria global civil society, poiché la globalizzazione cammina sulle gambe di una neo-borghesia degli affari, presente nei boards delle aziende multinazionali, ma non appare ancora aver dato luogo alla nascita dei soggetti di una nuova cittadinanza universale (il volgo anonimo di A. Negri si contrappone all’apolide istruito che approfitta delle opportunità dell’economia mondo). Né tale nuova tipologia di cittadino può nascere dall’omologazione degli stili di vita, che appare generatrice solo di disordine,violenza e resistenze, con la creazione di sacche locali di diversità che difendono in vario modo la propria identità.
Il global terrorism non richiede solo la risposta militare, ambigua e insufficiente, ma l’esercizio del soft power, l’articolazione di quelle politiche che sono al centro dell’agenda della governance mondiale, la rinascita del dibattito democratico, la democratizzazione delle istituzioni internazionali, una nuova forza della politica che si riveli capace di affrontare la questione della distribuzione della ricchezza, del saggio uso della tecnica e delle risorse naturali, della salvaguardia delle differenze culturali. Non è questione di dividersi fra ottimisti e pessimisti, ma di riprendere l’uso della ragione illuministica, consapevoli delle sue aporie, degli scacchi di cui è capace nei confronti di se stessa, dei suoi lati oscuri, del rischio totalitario che dall’origine essa comporta (sin dal regicidio rivoluzionario e dal Terrore giacobino), poiché solo questo abbiamo, l’esercizio della ragione, la consapevolezza dei suoi limiti. Certo il processo di governo politico della globalizzazione non può disgiungersi dalla diffusione della democrazia in tutte le aree del mondo, ma non imponendola con l’ambigua forza degli interventi militari, che dovrebbero essere sempre l’extrema ratio, ma dispiegando tutti gli strumenti di condizionamento, pressione e persuasione di cui le economie industriali e i Paesi che le governano sono capaci nel sistema di relazioni internazionali, al fine di emarginare e poi far collassare gli Stati che appoggiano il terrorismo, che utilizzano la violenza sistematica, ma soprattutto al fine di invertire di segno le politiche attuali, dando la percezione ai mondi in fermento delle società tradizionali che la globalizzazione è un processo umano di trasformazione sociale che può e deve essere governato, in modo equilibrato, massimizzandone i vantaggi e minimizzandone i rischi.

Il superamento dell’asimmetria fra lo statale e il globale
La enumerazione delle questioni politiche poste dalla globalizzazione rivela il ritardo della politica e del diritto , ancora organizzati nel tradizionale universo degli Stati a fronte degli sviluppi dell’economia, della scienza e della comunicazione sociale. Il punto è qui: non è possibile assistere alla dinamica di trasformazione dell’emisfero globale in assenza della politica. Il mondo deve essere ripoliticizzato. Si avrà altrimenti un’economia (globale) senza politica, e una politica (statale) senza economia. Senza la creazione dei luoghi di produzione di una nuova forma di autorità giuridica, gli Stati e le loro istituzioni tendono a operare come enti locali del sistema globale (e di ciò si potrebbero fare molti esempi, tratti dall’analisi del funzionamento dei sistemi giudiziari). Ma come arrivare alla costruzione dei nuovi luoghi della politica superando la tendenza delle sfere della vita globale e in particolare dell’economia – dimensioni della vita che hanno ignorato e continuano a ignorare i rischi sistemici prima enumerati - a prevalere sul sistema giuridico-politico?
Non v’è il rischio che le nuove istituzioni si rivelino subalterne alle esigenze dei motori dell’economia globalizzata, ossia le grandi firms multinazionali ? Il ciclo della produzione-riproduzione dei beni e dei servizi passa al di fuori della politica e del diritto, che ne sono segmenti, la privatizzazione dei servizi pubblici e il superamento del Welfare State sono i processi più interessanti per avere un’idea della subalternità del «politico» all’ «economico». Le macro decisioni o le decisioni con effetti sistemici vengono prese sempre più a livello di singole aziende globalizzate, mentre le decisioni locali continuano a essere affidate ai poteri pubblici. Le decisioni aziendali, in presenza di crisi finanziarie, diffondono i loro effetti sull’economia planetaria, mentre le politiche pubbliche statali al più interessano aree limitate dell’economia del mondo e le fasce sociali più deboli. La stessa idea di voto politico-democratico, in questa chiave assume una inconsistenza preoccupante. Ma l’idea di una società a-politica è stata sostenuta dal pensiero anarchico ottocentesco, è minoritaria nel quadro delle ideologie post-illuministiche, ed è stata probabilmente la più grande debolezza del pensiero marxiano, nella parte in cui, con slancio utopistico, ha immaginato che la società senza classi fosse in grado di superare la necessità dell’ordine giuridico e dello Stato, rovesciandosi nell’opposta forma delle dittature del proletariato. La politica, o il politico, in senso schmittiano, è una dimensione ineliminabile dell’esperienza umana, la vita reagisce all’illusione del suo tramonto, e anche i ritardi della politica, il suo procedere con lentezza e con radici nelle pulsioni più profonde della psiche e degli archetipi antropologici (il rapporto amico-nemico, l’esigenza di ordine e sicurezza) sono solo il necessario risvolto dei processi di adattamento dell’uomo alle nuove forme di vita sociale. La market society, la tecnocrazia, la dissoluzione della polis e della democrazia, le depoliticizzazione delle istituzioni pubbliche e della società civile, colonizzano il moderno. La scomparsa della politica reagisce nel corpo sociale con la rinascita della guerra, del terrorismo, della violenza, del disordine. L’asimmetria fra globale e statale è il punto di frizione. Ma per superare la transizione verso la nuova modernizzazione non basterà assicurare un nuovo spazio alla politica adeguato allo spazio globale dell’economia moderna, sarà questione anche di contenuti delle politiche, di valorizzazione delle soggettività e delle diversità culturali, di articolazione del soft power e di capacità di rispecchiamento della complessità, del livello di democrazia possibile, alla fine di tutto, nella cosmopolis che abbiamo di fronte.
 

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