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La geo-governance

RISK
di Paolo Savona
risk n.5 - Ottobre - Gennaio 2005

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Nelle discipline del management e nel lessico giuridico si è affermato sempre più il termine governance, che nella lingua italiana può essere tradotto solo con una allocuzione verbale: regole di governo. Anche se il termine ha un uso assai ampio, esso si riferisce di norma alle regole utili per un soddisfacente funzionamento di singole imprese e di mercati. Nel processo di globalizzazione queste regole sono oggi del tutto insufficienti e insoddisfacenti. Si parla infatti di «vuoto politico» colmato dalla «prassi», il cui rispetto dei contenuti è però affidato alla volontà degli operatori o, più esattamente, al loro interesse ad adeguarvisi. Non mancano tuttavia direttive di azione provenienti da organismi internazionali validati da trattati internazionali, come quelle contenute negli statuti delle numerose agenzie e affiliate dell’Onu, o da regole di vera e propria governance incorporate in statuti approvati in sede sopranazionale, come quelle del Wto e dell’Imf; manca tuttavia una copertura sufficientemente ampia dei problemi aperti a livello globale e le previsioni di una cogenza nel loro rispetto munita di sanzione tipica dei sistemi giuridici «perfetti». Le norme che regolano l’attività internazionale si possono infatti catalogare tra quelle minus quam perfectae, nonostante l’esistenza di corti supreme con competenza globale o stanze di conciliazione internazionali. I meccanismi di rispetto delle regole in caso di loro violazione sono quelli noti nelle relazioni internazionali: si fa quel che si può e chi più può, più fa. La «certezza» dei rapporti economici è lungi dall’affermarsi nel contesto globale.
I sistemi nazionali di governance hanno registrato grandi progressi in questi ultimi decenni, ma i vincoli derivanti dal funzionamento del mercato globale hanno attenuato, se non proprio neutralizzato, il potere regolatorio degli Stati-nazione senza che esso venisse affidato ad autorità sovranazionali. Secondo quanto lamentato dai giuristi, è sempre più evidente che nella graduatoria delle norme, quelle internazionali – pattuite tra Stati od operanti di fatto – si affermano su quelle nazionali. Si sente sempre più l’esigenza di uno stretto coordinamento tra Stati-nazione per la soluzione di problemi non risolvibili a livello nazionale nelle materie più disparate: dalla lotta alla criminalità organizzata, ai reati finanziari, alle crisi sistemiche (ossia che si diffondono nell’economia mondiale partendo da un qualsiasi punto del sistema) e al libero funzionamento degli scambi globali e, secondo taluni, alla stessa creazione monetaria o dei surrogati (come i derivati). Si afferma pertanto sempre più l’esigenza di definire forme di governance globale più esaurienti e inevitabilmente più complesse o, sulla scia dei termini affermatisi di geopolitica e geoeconomia, di «geogovernance».
L’esigenza di uno schema soddisfacente di geogovernance che abbracci le principali istanze globali non si manifesta solo a livello di regole internazionali che si sostituiscano a quelle nazionali divenute meno o per nulla efficaci (come nel caso delle politiche di indebitamento degli Stati o di fissazione dei tassi dell’interesse), ma anche a livello dei nuovi problemi insorti a seguito dell’integrazione crescente dei mercati reali e finanziari (come le soluzioni da dare alle già ricordate crisi sistemiche globali e alla criminalità organizzata). Nonostante ciò vi è una persistente indisponibilità degli Stati-nazione a delegare ai consessi internazionali il compito di elaborare e di proporre alla loro approvazione regole di buon funzionamento dei mercati o di lotta agli abusi e alle disfunzioni degli stessi, a causa di un approccio ideologico contrario in generale alle regole (il neoliberismo) o di uno avverso allo stesso processo di globalizzazione (il «no-globalismo»). Vi è inoltre una crescente pressione delle organizzazioni sovranazionali per impossessarsi di questo potere regolatorio, senza che esse dispongano delle basi politiche per esercitarlo indipendentemente dalla volontà dei paesi leader e delle basi economiche per garantire una migliore performance del mercato globale. L’ordine mondiale infatti è ancora basato sugli Stati-nazione ed è su di essi che occorre ancora fare assegnamento per l’emanazione di regole e il loro rispetto.
Un esempio di approccio ideologico si è avuto negli anni Sessanta del secolo scorso, quando si è consentita una libera espressione dell’attività del mercato dell’eurodollaro che ha portato nel 1971 al crollo del sistema di Bretton Woods. Esso aveva una matrice metaeconomica, cioè non propriamente razionale, di cui si è fatta portatrice la Banca dei regolamenti internazionali di Basilea, che sosteneva la tesi dell’esistenza di eccessivi regolamenti nazionali e, di conseguenza, la necessità che sopravvivesse un’area di mercato avente le caratteristiche volontaristiche di spazio per il libero esercizio dell’iniziativa individuale, ritenendolo propizio a un sano sviluppo competitivo su basi globali. Il crollo del regime di Bretton Woods, che aveva dato al mondo occidentale un diffuso benessere e una relativa pace, ha avuto nella creazione incontrollata di eurodollari una conferma dell’inadeguatezza del neoliberismo a fronteggiare i problemi dell’integrazione economica e monetaria del pianeta. Salvo che non si voglia sostenere, con facile dietrologia, che questo sbocco era nelle intenzioni degli Stati Uniti per liberarsi di un vincolo monetario per loro troppo stretto.
Qualcosa di analogo va accadendo per il mercato globale dei derivati, mitizzato, come fu per quello dell’eurodollaro, dai neoliberisti per i suoi contenuti di libera iniziativa e per la sua carica di sviluppo «per tutti», senza però tenere conto dell’effetto-boomerang sul processo di globalizzazione e sull’accettabilità del modello sociale meritocratico basato sulla libera competizione tra Stati-nazione e tra operatori di mercato che esso propugna. Occorre gettare un ponte tra esigenze dell’economia ed esigenze della socialità, ed esso può essere trovato in un buono schema di geogovernance. Qualsiasi sia però la matrice della mancata fissazione di un sistema di regole globali, la realtà è che la lacuna viene usata per contestare il processo stesso, considerandola un’ennesima espressione del «capitalismo selvaggio» (cioè non regolato), inaccetabile da parte della gran parte degli abitanti del pianeta e condannato severamente dai più raffinati propugnatori dello stesso liberismo.

Globalizzazione: ostacoli ideologici e pratici
Nei no-global, e in genere nei critici del processo di globalizzazione, vi è una certa confusione tra il concetto di mercato e quello di capitalismo. Essi ignorano – o fingono di ignorare – che il mercato nelle sue forme competitive è il modo di produzione e di distribuzione dei beni e dei redditi che garantisce la migliore allocazione delle risorse del pianeta; mentre il capitalismo è una forma di organizzazione delle società e di «filosofia di vita» che pone l’accumulazione di ricchezza al vertice della scala dei valori sociali. Il mercato è uno strumento, il capitalismo un fine. Il problema insorge per il legame inscindibile tra i due, che può essere attenuato con un insieme di regole che, per dirla con il nostro Poggio Bracciolini e con Bernard de Mandeville, concilia i vizi privati con le pubbliche virtù. Parafrasando la celebre frase di Churchill sulla democrazia, il mercato capitalistico è la forma peggiore di organizzazione economica, ove si escludano tutte le altre forme conosciute! Oggi abbiamo un mercato globale dove si afferma un capitalismo non mitigato, come in numerosi Stati-nazione, da un minimo di regole di convivenza sociale, dall’esistenza di forme di protezione del consumatore e del risparmiatore e dalla presenza di uno schema di solidarietà sociale almeno nei confronti dei cittadini svantaggiati (se non proprio di tutti).
Sul piano strettamente economico, il mercato globale è competitivo solo in apparenza per due principali motivi: il ritmo crescente delle innovazioni tecnologiche e la dimensione delle imprese. Le nuove invenzioni attribuiscono, di fatto o di diritto, agli imprenditori innovatori un monopolio o quasi-monopolio di prodotto, che si riflette in un certo grado di potere di stabilire il prezzo. Sono cioè price maker (fanno il prezzo) e non solo taker (prenditori dello stesso dal mercato), come vorrebbe la teoria della competizione «pura». La dimensione è condizione importante per essere operatore globale, ma è anche un modo per «fare mercato», ossia fissare o influenzare il prezzo. Innovazioni e dimensioni sono indispensabili per una rapida crescita, ma se esse snaturano la forma di mercato, togliendo a essa la caratteristica competitiva, per definizione l’allocazione delle risorse globali non è ottimale e il processo perde validità etica e, perciò stesso, appetibilità sociale. Uno schema di geogovernance deve trovare la conciliazione tra le diverse istanze sociali ed economiche. Esso non ha quindi una sola soluzione e dipende perciò dal modello culturale che lo deve accettare. Occorre riconoscere che vi sono materie in cui lo stato di cordinamento-cooperazione internazionale è molto avanzato. Il commercio internazionale, «governato» dal World trade organization, è certamente la materia che ha avuto la più incisiva e corretta regolamentazione. Incisiva, perché chi aderisce alle regole del Wto accetta di liberalizzare i propri scambi con l’estero nei confronti di chi accetta le stesse regole. Corretta perché chiunque negozia un privilegio per se stesso accetta di estenderlo a tutti gli altri, secondo il principio della nazione più favorita. Incisiva e corretta perché non espropria le sovranità nazionali, come rivendicato da altre organizzazione sovranazionali, ma si limita a migliorare la sua professionalità nelle materie trattate, mettendola al servizio delle negoziazioni internazionali di libero scambio e vigilando sui Paesi che hanno aderito volontariamente alle sue regole. Questo sembra lo schema ideale per conciliare l’ordine mondiale basato sugli Stati-nazione con il processo di globalizzazione che riduce le loro capacità regolatorie. Carlo Pelanda e Paolo Savona l’hanno battezzata «principio delle sovranità bilanciate», suggerendo che questa deve essere la caratteristica di tutte le organizzazioni sovranazionali «dedicate» alla soluzione di singoli problemi per stabilire la base del «nuovo ordine globale», ossia dello schema di geogovernance qui auspicato, dove il governo mondiale viene sostituito da una stretta cooperazione tra Stati che si integrano economicamente e si danno regole di comportamento da rispettare. L’attuazione di siffatto disegno sarebbe la realizzazione del «sogno democratico» di non far governare gli uomini da altri uomini, ma da regole da essi stessi approvate secondo procedure che essi stessi stabiliscono. Ciò che si deve ricercare a livello globale è la conciliazione tra mercato e capitalismo, ossia tra mezzo e fine, dando una risposta alle obiezioni mosse ai loro modi di funzionamento a livello nazionale e internazionale. Per far ciò occorre ricercare un nuovo ordine mondiale in un sistema ancora caratterizzato dall’esercizio della sovranità da parte degli Stati-nazione, solo in minima parte integrato dai loro raggruppamenti, come quello dell’Unione europea, del North America free trade area, del Mercosur ecc. La fissazione di uno schema di geogovernance potrebbe agevolare la delega di sovranità alle organizzazioni sovranazionali, che oggi la rivendicano senza garanzie di saper fare meglio degli Stati-nazione, perché è pur sempre a questi che spetta il compito di garantire il rispetto delle regole di governo dei problemi da essi fissate nei consessi internazionali. Se si delegasse la sovranità nazionale alle organizzazioni sovranazionali, agli Stati-nazione rimarrebbe il solo compito di gendarme, dato che la magistratura finirebbe con l’essere anch’essa esercitata a livelli superiori a quelli nazionali.

Conclusioni
In questo nota si è insistito sulla necessità di tenere ben presente che il mercato non è una creatura spontanea, ma un prodotto dell’organizzazione umana che, per buon funzionare, deve rispondere a regole di suo governo tendenti a stabilire soprattutto che nessun operatore possa influenzare il prezzo, principio base della corretta competizione. Se il mercato raggiunge una soddisfacente forma competitiva, esso è in condizione di garantire il miglior uso delle risorse e creare una società fondata su basi meritocratiche, dato che consente ai migliori gestori di affermarsi, escludendo i peggiori. Il motore dello sviluppo è il desiderio dell’uomo di affermarsi economicamente, cioè appropriarsi della quantità maggiore possibile di ricchezza e reddito. Se questo istinto diventa però il valore al vertice della scala sociale, il sistema assume le connotazioni tipiche del capitalismo. I moderni e più civilizzati Stati-nazione hanno sviluppato forme di governo delle risorse che mitigano le indicate tendenze spontanee dell’individuo e affidano a norme votate secondo regole democratiche (normalmente a maggioranza) il compito di riequilibrare la distribuzione dei redditi e della ricchezza e di scoraggiare il formarsi di posizioni dominanti sul mercato. L’insieme di queste norme e regole prendono il nome di governance; il termine è nato per definire le regole alle quali devono sottostare gli operatori di mercato, ma esso viene sempre più usato per indicare le regole di convivenza nazionale e globale, non solo economica. Nel processo di globalizzazione queste regole, pur non essendo assenti, sono però tuttora carenti e alimentano le obiezioni di chi è contrario, per motivi ideologici, al mercato competitivo, oltre che al capitalismo. Per attenuare queste obiezioni e far emergere la carica di sviluppo per tutti insita nel processo di integrazione economica si rende necessario, come già accaduto per il sistemi nazionali, elaborare uno schema di governance globale, o geogovernance, che concili mercato e capitalismo, moderi l’accumulo di ricchezza, combatta la fame e la povertà e solleciti una maggiore giustizia sociale senza sacrificare la libera iniziativa.
Si è usato il verbo conciliare, in quanto la presenza di incessanti innovazioni tecnologiche e la ricerca di dimensioni di impresa sempre più grandi per competere, pur presentando vantaggi per lo sviluppo dell’umanità, ostacolano il formarsi di un vero e proprio mercato competitivo; ossia non si raggiunge, almeno per questo verso, la migliore gestione delle risorse del pianeta. In ogni caso le innovazioni tecnologiche servono gli interessi dell’umanità e la dimensione abbassa i costi generali e consente di destinare risorse a soddisfare il bisogno di innovazioni tecnologiche. Il problema che deve trovare soluzione in uno schema di geogovernance è quindi «di misura», ossia di equilibrio tra istanze, come per qualsiasi altro problema sociale ed economico incontrato a livello nazionale. È stato apertamente affermato che non esiste un’unica soluzione al problema della geogovernance, poiché i contenuti delle regole e la loro accettazione molto dipendono dal modello culturale di chi le deve accettare e rispettare. Questo modello è tuttora piuttosto diversificato nel pianeta e risulta difficile ricondurlo a uno schema unitario. Per avvicinarsi a questo obiettivo occorre innanzitutto che i responsabili dell’ordine mondiale inviino il messaggio – e diano dimostrazione di volerlo attuare in pratica – che hanno a cuore le sorti di tutti e non solo delle rispettive popolazioni. Occorre perciò passare da un ordine globale basato sulla competizione tra Stati-nazione a uno basato su una cooperazione internazionale sempre più stretta tra gli stessi. Solo in questo modo sarà possibile trovare, almeno per la materia economica, un «minimo comune denominatore», rispettando le biodiversità, tutelando la ricchezza delle culture nazionali e consentendo la libera espressione delle religioni. Occorre che la popolazione del pianeta raggiunga la coscienza che, anno dopo anno, la sorte degli uni è legata sempre più a quella degli altri e solo la cooperazione internazionale può tentare di dare una soluzione ai problemi comuni che si manifestano su scala globale, come l’educazione, la formazione, lo sviluppo, la rete di protezione sociale, la criminalità, le malattie, la povertà e l’ambiente. Occorre infine creare i presupposti per l’emergere di leader politici globali che si pongano al servizio dell’umanità e dedichino la propria vita a perseguire gli obiettivi indicati al solo scopo di raccogliere il rispetto degli «uomini di buona volontà», ma che siano anche pronti a tollerare l’ingratitudine umana.
 

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