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Storia di un europeo

RISK
di Kristiano Riccio
risk n.5 - Ottobre - Gennaio 2005

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La contraddizione, sottolineata dalla stampa internazionale, tra l’immagine del rivoluzionario diciottenne che dopo la rivoluzione dei garofani del 1974 militava in un partito maoista e quella del politico moderato di centro-destra, capace di incarnare la linea del compromesso, appare comprensibile e fisiologica nella lettura attenta dei profondi mutamenti che si sono verificati in Portogallo nell’arco di un trentennio e che la generazione di Durão Barroso ha vissuto in prima persona (è nato nel 1956). Il Paese contadino e patriarcale di Salazar, in cui si venerava la tradizione simbolizzata dalle tre «F» (football, fado, Fatima) si libera con la rivoluzione del 25 Aprile dai vincoli della dittatura. Inizia quel faticoso cammino basato sul consolidamento democratico, sulla decolonizzazione e sullo sviluppo che l’avrebbe portato soltanto 12 anni dopo, con l’ingresso in Europa, a guadagnarsi uno spazio di tutto rispetto nella comunità internazionale.
Negli anni in cui si consuma il crollo del regime, forse non tutto il Portogallo ma sicuramente il mondo studentesco si sposta a sinistra; l’ottimo studente Barroso, che ha visto picchiare dalla polizia politica di Salazar il suo adorato professore di diritto all’università di Lisbona, non può non familiarizzarsi con la cultura dei movimenti radicali e condividerne i sogni di rivolta. «Se non si è rivoluzionari a diciotto anni non si ha cuore, se si continua a esserlo a quaranta non si ha cervello», ha scherzosamente commentato Barroso ricordando che, del resto, nel volgere di pochi anni, in seguito alla morte del padre colpito nel 1978 da un tumore, avrebbe abbandonato gli ardori dei primi anni di militanza politica. Nel 1980, influenzato anche dalla mitica personalità dell’ex primo ministro Sa Carneiro, tragicamente scomparso in un incidente aereo le cui cause sono ancora incerte, si sarebbe iscritto al Partito socialdemocratico che, a dispetto del nome, è espressione in Portogallo del centro e della destra moderata.
Negli anni della militanza romantica, ancora studente, Barroso conosce la futura moglie, la bella e brillante Margarita Sousa Uva, appartenente a una ricca famiglia di proprietari terrieri. A dar retta alle voci diffuse nei circoli vicini all’ex primo ministro, Margarita sarebbe stata la causa della rottura verificatasi tra 1980 e il 1990 con Santana Lopes, l’attuale capo del governo, carismatico e controverso, ma anche dongiovanni, al quale Barroso é rimasto legato da una ambigua amicizia, caratterizzata da profondi conflitti ideologici e personali. Ed è proprio la moglie, riferendosi a un famoso poema di Alexandre o’Neil, a paragonare il marito a una «cernia» per l’istinto che lo porta a perseguire con ostinazione la sua strada e a realizzare, persino contro ogni aspettativa, i propri obiettivi. Rebelo de Sousa, chiamato nel Paese «il Professore», in virtù del suo riconosciuto prestigio, esponente di spicco del Partito socialdemocratico e probabile candidato alle elezioni presidenziali del 2006, sembra condividere l’acuta percezione di Margarita. Descrive infatti Barroso come un politico che gioca come carta vincente un ostentato basso profilo e rende evidenti le sue rare qualità e il suo talento solo nei momenti cruciali, come questo della nomina a presidente della Commissione, destando alla fine un gradevole stupore.
Poco fotogenico, condizionato dall’aspetto un po’ provinciale, che lo distingue dalle tante personalità carismatiche del mondo politico portoghese, a cominciare da Rebelo de Sousa e da Cavaco Silva per finire allo stesso Santana Lopes, lontano dalla politica-spettacolo e capace di solide e sistematiche strategie, Barroso vanta una carriera accademica di tutto rispetto. Nei primi anni Ottanta il master di studi europei a Ginevra gli permette di familiarizzarsi con le questioni dell’unità europea e lo introduce in un mondo di conoscenze che hanno contribuito alla sua visione aperta e cosmopolita delle relazioni internazionali. Non c’è traccia infatti in Barroso del nazionalismo tipico della destra più radicale portoghese e la sua visione equilibrata del ruolo del Portogallo nei rapporti con le ex colonie, ma soprattutto il suo convinto europeismo, hanno forse le loro radici nel soggiorno ginevrino e nelle frequentazioni accademiche del tempo.
La preparazione nel 1985 del dottorato di studi internazionali all’università di Georgetown a Washington, pone secondo molti analisti le basi dell’atlantismo di Barroso, in linea peraltro con il cosiddetto «tropismo atlantico», costante della storia portoghese, sempre in bilico tra l’alleanza con una potenza marittima (Gran Bretagna ieri, Stati Uniti oggi) contro le tendenze espansionistiche delle potenze vicine (Francia e Spagna) e l’ambizione, in qualche modo concretizzata con l’ingresso in Europa, di far parte degli equilibri continentali.
È comunque in questi primi anni Ottanta che sono gettate le basi di una carriera accademica che Barroso proseguirà anche negli anni Novanta divenendo capo del dipartimento di Relazioni internazionali dell’università di Lisbona (1995), alternandola alla brillante, parallela carriera politica. Tuttavia, rinuncia senza esitazioni al dottorato appena iniziato a Washington e diventa proprio nel 1985 membro del primo governo di Cavaco Silva, iniziando una collaborazione che l’avrebbe visto per dieci anni al fianco del carismatico leader nei ruoli di sottosegretario agli Esteri (1987- 1992) e ministro degli Esteri (1992-1995).
Consolida la reputazione di politico integro e competente, e la stima personale di Cavaco Silva si riverbera sul giovane politico che ha un particolare talento nel guadagnarsi con dedizione e lealtà la fiducia delle grandi personalità del mondo politico portoghese. In particolare come ministro degli Esteri, Barroso mostra doti di grande negoziatore, quale artefice degli accordi di pace di Bicesse in Angola, riuscendo in un lavoro tenace e cauto a spostare a favore del Mpla i delicati equilibri esistenti tra Lisbona e le due fazioni in lotta. Grazie anche ai suoi contatti a Washington, intuisce ben presto che l’Unita di Savimbi perde terreno, e modifica di conseguenza la sua strategia negoziale, dimostrando intuito politico e una capacità di manovra riconosciuta. Formato in Gran Bretagna, Cavaco Silva rompe con i tradizionali condizionamenti che, a partire dalla rivoluzione dei garofani, la politica portoghese aveva subito dalla socialdemocrazia tedesca e svedese, nonché dalla democrazia cristiana italiana, e si fa interprete di un liberalismo coraggioso in politica e in economia che gli permette per ben due volte nel 1987 e nel 1991 di guadagnare la maggioranza assoluta. La convivenza col Padre della Patria, il socialista Mario Soares, all’epoca presidente della Repubblica, risultata facile in una prima fase, comincia a creare qualche difficoltà durante il secondo mandato (1991-1996) per Cavaco Silva che, di fronte alla crisi economica manifestatasi nel 1992, viene accusato di autoritarismo e di scarsa sensibilità sociale.
Cavaco si dimette nel 1995 lasciando il giovane delfino, Barroso, erede della sua dottrina liberale e del suo progetto di ampio respiro che aveva tuttavia già dato i suoi frutti migliori.
Il pupillo di Cavaco Silva non ha le rigide convinzioni ideologiche del suo tutore e sembra applicare, come molti suoi nemici non hanno esitato a sottolineare, ora le ricette del liberalismo ora quelle della socialdemocrazia, a seconda dell’ispirazione del momento. Soprattutto non ne possiede il tratto decisionista, e la sua tendenza alla mediazione si rivela talvolta perdente. Barroso non riesce infatti a conquistare la leadership del Psd, che del resto nelle elezioni politiche del 1995 subisce una sconfitta grave, dal 50% al 34%, contro i socialisti di Guterres, che vanno al governo. Personalità aliena dagli intrighi, Barroso tuttavia mantiene l’amicizia e la stima di molti all’interno del partito e non gli è difficile conquistare nel 1999 la leadership, anche grazie a una ferma opposizione a una alleanza con i popolari, alleanza che sarebbe in contrasto con l’anima liberale, decisa a difendere nell’ambito delle tendenze diverse coesistenti nel Psd - dalla destra più nazionalista al liberalismo britannico e alla socialdemocrazia - l’identità democratica del partito contro possibili spostamenti a destra. Ironia ha voluto che nel 2002 Barroso sia poi andato al potere proprio grazie alla coalizione con i popolari, scegliendo pertanto una linea politica che aveva solo pochi anni prima così fortemente criticato: per i suoi detrattori ennesima prova del suo opportunismo. La guida di Barroso non porta tuttavia fortuna al Psd, che subisce nel 1999 due sconfitte elettorali, alle europee e alle politiche: rispettivamente soltanto il 31% e il 32% dei consensi. Infine nel 2001 il candidato socialdemocratico perde le presidenziali contro l’attuale presidente della Repubblica Sampaio, appartenente alla famiglia socialista.
Il vento è tuttavia in procinto di cambiare. Le elezioni politiche nel marzo del 2002 assicurano la vittoria con una maggioranza relativa del 40% al Partito socialdemocratico. Avendo il Partito socialista raggiunto il 38% dei consensi, l’alleanza con i Popolari è nel 2002 per Barroso una scelta obbligata. «Il nuovo governo di centro-destra eredita dai socialisti un Paese in “tanga”, in mutande» sottolinea il neo primo ministro Durão Barroso nell’aprile del 2002, nel discorso di presentazione del programma di governo al Parlamento, chiedendo alla popolazione i sacrifici necessari alla realizzazione di una politica di austerità economica. Barroso, fedele agli insegnamenti di Cavaco Silva e ispirandosi esplicitamente al programma della destra di Aznar, inaugura una politica liberale e liberista. Barroso persegue con fermezza una politica economica sulla quale ha ormai scommesso per risollevare le sorti del Paese, ma sembra mancare della flessibilità necessaria ad apportare i correttivi di natura sociale, sollecitati dal presidente Sampaio di fronte ai dati allarmanti della disoccupazione (6,4%), dell’impoverimento e della marginalizzazione di strati crescenti della popolazione. L’incapacità di prendere in tempo decisioni essenziali per il miglioramento delle condizioni dei ceti meno abbienti è punita dall’elettorato: alle europee del giugno 2004 infligge alla coalizione di destra una pesante sconfitta, dal 48% delle elezioni del 2002 al 33%.
A Barroso va dato il merito di aver saputo denunciare i mali del Paese e di aver dato inizio a un ciclo di riforme che, nonostante i risultati forse relativi conseguiti nel corso del suo mandato, hanno tuttavia indicato il cammino da percorrere. La riforma della pubblica amministrazione viene avviata con coraggio, introducendo modelli di gestione privatistici e riducendo il numero eccessivo di impiegati del settore pubblico. La riforma del mercato del lavoro e la modifica del rigido codice del lavoro, che ancora risentiva dell’influenza degli ideologismi post-rivoluzionari, sono un ulteriore fiore all’occhiello del governo Barroso. Più timidamente vengono intraprese ristrutturazioni della giustizia e dell’insegnamento, facenti parte del programma di governo. Barroso è dunque un liberale coerente, nonostante le accuse di eclettismo ideologico, dovute piuttosto alla sua disponibilità a comprendere le ragioni dell’avversario e a una sua naturale inclinazione alla tolleranza. E quale liberale convinto difende una politica di rigore monetario capace di «liberare» nuove risorse che possano permettere di attuare una politica sociale maggiormente ambiziosa.
Difensore dei diritti umani e di una società democratica e liberale, ristabilisce durante il suo governo ottimi rapporti con il premio Nobel della letteratura Saramago, che ai tempi del governo di Cavaco Silva aveva chiesto pubbliche scuse a causa di un penoso episodio di cui era stato protagonista l’allora sottosegretario alla Cultura, il quale aveva preso le distanze dal libro «il Vangelo secondo Gesù Cristo» accusandolo di essere contrario alla «morale cristiana dei portoghesi». Senza riferirsi esplicitamente all’accaduto, Barroso ha avuto modo di distinguere fra le possibili distanze politiche e ideologiche che lo separano dallo scrittore Saramago e l’indiscusso apprezzamento della sua opera. «Nella mia scala di valori, l’arte e la cultura si situano su un piano superiore rispetto alle contingenze politiche e agli interessi di partito», afferma in un apprezzato intervento pubblico, mirando a ricucire il rapporto con l’intellighenzia di sinistra.
Nelle relazioni internazionali, lontano da tentazioni nazionaliste che pure attraversano buona parte della destra portoghese, Barroso sostiene l’ideale dell’europeismo atlantista. Difende coraggiosamente il rafforzamento dell’Unione quale soggetto politico in un rapporto complementare e non antagonista con gli Stati Uniti, che sia espressione tuttavia di un partenariato reale. Da politico pragmatico si rende conto che la costituzione di una difesa europea complementare alla Nato é il primo passo per esercitare quel ruolo di stimolo e di contrappeso alla politica di Washington. Il suo realismo, se lo porta a sostenere per la costruzione europea un processo graduale ma fermo di rafforzamento del metodo comunitario, lo rende tuttavia intollerante verso fughe in avanti sia che queste riguardino l’ipotesi federalista i cui tempi sono considerati ancora immaturi, sia che si riferiscano a un velleitario antagonismo nei confronti degli Stati Uniti. In occasione del conflitto iracheno e delle divisioni createsi in Europa, Barroso non nutre dubbi sul ruolo del Portogallo. Questo non tanto - come sottolineato da tanti suoi oppositori - in quanto rincorre un posto al sole insieme ai grandi e siede con Bush, Blair e Aznar nel vertice delle Azzorre (per occuparsi del ristoro, si maligna sulla stampa locale) ma piuttosto per coerenza con una linea politica filoatlantica, che lo accomuna allo storico alleato inglese e allora al vicino iberico. Pur nella difesa di un ruolo maggiore dell’Onu in Iraq e di un rafforzamento del multilateralismo, Barroso si è mostrato un fedele e coerente alleato degli Stati Uniti e non ha mai messo in dubbio la presenza a Baghdad dei 120 uomini della Gnr anche nei momenti di maggiore impopolarità di tale linea politica e a ridosso delle elezioni europee. Nell’ambito dell’Unione europea, e con riguardo al difficile negoziato sul Trattato costituzionale, con la presidenza italiana e con quella irlandese, ha avuto un ruolo positivo, commisurando le posizioni portoghesi e la difesa degli interessi nazionali all’obiettivo considerato prioritario di pervenire a un accordo globale, non al ribasso, ma abbastanza elastico da poter porre le condizioni per nuovi futuri progressi della costruzione europea. Soltanto il principio dell’uguaglianza degli Stati é considerato da Barroso non negoziabile. Egli ha recisamente difeso pertanto le esigenze degli Stati di dimensioni minori in un’Europa allargata a 25, nella quale le tentazioni direttoriali e la legittimazione giuridica di una gerarchia tra gli Stati membri divengano un rischio reale.
È inoltre un difensore dell’integrazione iberica. «La Spagna costituisce una opportunità per il Portogallo» ripete in numerosi interventi pubblici, nell’intento di sconfiggere pregiudizi radicati nella società civile portoghese, ereditati dal trascorso storico, le cui ferite non sono state interamente dimenticate e sono alimentate nel presente dalle oggettive difficoltà di un rapporto con un vicino le cui dimensioni geopolitiche sono, come spesso avviene, una chance, ma anche una minaccia. Una politica idonea a estendersi alla promozione di interessi comuni in Europa e sulla scena internazionale, quasi una «complicità» contro il rischio della marginalizzazione della penisola iberica. Non sembra mancare dunque di una strategia coerente e di un disegno politico di ampio respiro il governo di Barroso. Eppure una debolezza nell’azione politica del governo è apparsa evidente e deve essere forse individuata nell’indecisione congenita di Barroso, che gli ha reso difficile intraprendere in modo tempestivo misure necessarie relative ai correttivi di natura sociale oppure attuare un rimpasto ministeriale, promesso nel 2003 e rinviato sine die.
Sarebbe tuttavia ingiusto descriverlo, secondo una certa stampa internazionale, come «Mister Nobody». Anzi, in un’epoca di populismo mediatico Barroso conserva rare doti di integrità morale associate a una competenza indiscussa e a una visione strategica. A riprova del suo umanesimo, si può citare l’intervento del novembre del 2003, ove volle esaltare la figura di Tommaso Moro, esempio non dimenticato per i politici che ancora credono nella weberiana «etica della convinzione».
Barroso ha una personalità complessa e alla sua oggettiva debolezza emotiva nel confronto con gli altri fa riscontro una coerenza nella visione strategica e una ostinazione nel perseguimento dei propri obiettivi. Interrogato a proposito della debolezza della sua immagine, ha voluto parafrasare Josè Maria Aznar: il carisma arriva con l’esercizio del potere. È sicuro comunque che la nomina a presidente della Commissione europea, definita da Mario Soares «un regalo avvelenato», costituisce una sfida essenziale, una sorta di prova della verità, per Barroso, il quale nel corso del suo futuro mandato avrà modo di dimostrare se la «cernia» persegua soltanto i suoi interessi personali oppure possieda la forza morale per rimanere fedele a un disegno politico e ai suoi obiettivi. I grandi d’Europa l’hanno scelto per il suo basso profilo e per la sua malleabilità. Egli ha invece oggi un’occasione preziosa: potrà lottare per una Commissione forte e indipendente, capace di incarnare il metodo comunitario in contrappeso al Consiglio, organo intergovernativo. Avrà inoltre l’opportunità di difendere un principio a lui particolarmente caro: l’uguaglianza degli Stati membri contro ogni eventuale direttorio o codificazione di supremazie gerarchiche. Non possiamo che augurargli buona fortuna.



 

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