La cosiddetta economia sommersa è costituita, in senso stretto, dall’insieme delle attività produttive legali, svolte contravvenendo a norme fiscali e contributive, al precipuo scopo di contenere le spese di produzione, e le sue cause vanno ricercate negli aspetti istituzionali caratteristici della vita economica (regolamentazione, adempimenti burocratici e amministrativi) e sociale (clima di libertà economica, affidabilità e trasparenza delle istituzioni pubbliche, grado di effettività delle leggi). In campo internazionale, il fenomeno è noto come sommerso economico - così definito nell’ultima edizione del Sistema europeo dei conti (Sec ’95) e nello Handbook for measurement of the non-observed economy dell’Oecd – e comprende anche le attività illegali, quelle informali (ossia quelle legali svolte a bassi livelli di organizzazione e basate su occupazione occasionale, rapporti familiari, ecc.), nonché quella parte di ricchezza che non viene rilevata per deficienze del sistema statistico.
Oltre a essere causa di riduzione del gettito erariale, l’economia sommersa risulta particolarmente insidiosa nei suoi risvolti economico-sociali, prima tra tutti la distorsione delle regole di mercato: riducendo i costi di un’azienda, il sommerso influenza le condizioni di competitività a danno delle imprese che rispettano le «regole del gioco», seppur con alcune distinzioni tra le imprese operanti sui mercati internazionali e quelle che prevalentemente o esclusivamente operano sul mercato interno. Sul fronte degli scambi internazionali, infatti, il lavoro sommerso si confonde con molteplici altri fattori e, quindi, la sua attitudine a distorcere le pratiche di correttezza commerciale si riduce al modificarsi delle altre variabili che più incidono nella determinazione del prezzo finale del prodotto venduto, come tassi di cambio e costi di trasporto. A livello interno, le condizioni di competitività sono maggiormente condizionate dalle imprese che operano nel sommerso, anche se queste tendono a non lavorare completamente nel sommerso, cosicché la riduzione dei costi è proporzionale alle dimensioni delle attività effettuate «in nero».
La stima delle dimensioni dell’economia sommersa varia in funzione del metodo di misurazione adottato: alcuni studi indirizzano l’analisi sulla fetta di mercato del tutto sconosciuta all’amministrazione statale, altri focalizzano l’attenzione sulla ricchezza che sfugge a tassazione, comprendendo anche quella prodotta da soggetti che formalmente appaiono operare nell’ambito dell’economia legale. A fattor comune, le analisi confermano come il fenomeno possa assumere in alcune aree geografiche connotazioni peculiari legate a numerosi fattori, tra cui la crescita economica delle zone di riferimento, lo sviluppo delle infrastrutture e dei servizi, il grado di penetrazione della criminalità all’interno del tessuto imprenditoriale del Paese. È quindi indispensabile sviluppare adeguate iniziative volte a ricondurre nella legalità le attività operanti nel sommerso: negli ultimi anni, accanto alle tradizionali attività di contrasto, sono state introdotte misure orientate a favorire l’emersione spontanea, l’efficacia delle quali è stata condizionata dalle varie forme che assume il fenomeno in argomento:
- operatori per i quali l’attività irregolare è una scelta di convenienza per massimizzare i profitti;
- soggetti per i quali l’ingresso nel circuito economico legale comporterebbe l’accollo di oneri fiscali e amministrativi tali da rendere insostenibili gli oneri di gestione, con conseguente perdita di competitività e fuoriuscita dal mercato («imprese marginali»);
- coloro che producono e/o scambiano servizi e beni di natura lecita con mezzi illeciti o di origine illecita («economia illegale», come la pirateria audio-visiva o la produzione e commercializzazione di capi d’abbigliamento con marchi contraffatti) e coloro che svolgono attività di produzione e/o scambio di servizi e beni di natura illecita («economia criminale», quali i traffici di tabacchi lavorati esteri, di armi e di stupefacenti nonché l’immigrazione clandestina, che spesso va ad alimentare il lavoro nero e la stessa criminalità). In entrambe le forme di economia illecita, si determina una spirale di illegalità a cascata che va dalla produzione e/o importazione dei prodotti alla loro commercializzazione.
Alla prima schiera di soggetti si sono rivolti gli istituti recentemente introdotti, al fine di favorire la regolarizzazione delle posizioni sommerse. Per le imprese «marginali», il peso degli oneri fiscali e amministrativi diventa una barriera all’emersione: la legislazione sul lavoro può risultare troppo vincolante per le esigenze del mercato, inducendo imprese e lavoratori a ricercare la flessibilità nel sommerso. Anche per i soggetti che operano nell’ambito della «economia illegale», appare difficilmente ipotizzabile una tendenza a emergere: essi possono continuare a prosperare al di sotto dei livelli di equilibrio economico sostenibili dai concorrenti, in quanto sussidiati dalle sottostanti, redditizie attività criminose. Quanto all’impresa criminale, infine, essa, per definizione, non può essere legalizzata: in tale caso, l’unica valida terapia è quella repressiva. Così delineato il fenomeno, è da valutare la sua incidenza sull’economia legale e, in definitiva, sulla sicurezza stessa dello Stato, in quanto ne compromette la capacità di conseguire gli obiettivi posti per lo sviluppo ed il miglioramento delle condizioni generali di vita del Paese. Per l’Italia, le stime del sommerso variano da circa il 16% calcolato dall’Istat per il valore aggiunto dell’intera economia del 2000, al 27,3% del Pil del 1997 calcolato da Schneider in vari lavori, al 20% del Pil secondo un rapporto della Commissione europea del 1998, basato anche sugli studi di Schneider. È quindi un fenomeno imponente che – dopo le misure perdonistiche, che pure sono servite a ridurlo e contenerlo – deve trovare ora nelle attività repressive la migliore terapia per contribuire a ricondurre l’economia italiana a una seria competitività internazionale e di rispetto delle regole della concorrenza sul mercato interno. Recenti dati comunicati dall’Inail inducono a sperare: le nuove aziende assicurate, che nel 2001 ammontavano a circa 173 mila, nel 2002 e nel 2003 si sono attestate intorno alle 250 mila unità, con un incremento, rispetto alla prima annualità, pari ad oltre il 40%.