Da almeno un decennio a questa parte è frequente l’annuncio, da parte di questo o quel Paese tecnologicamente avanzato, del ritiro dal servizio attivo di sistemi d’arma principali che in teoria non sono così vecchi o logorati da richiedere un pensionamento. In qualche caso si crea un surplus perché è stato deciso un ridimensionamento dello strumento militare nazionale e forze armate più piccole hanno bisogno di un numero inferiore di mezzi. E il ragionamento non fa una grinza. In altri casi invece il ministero della Difesa di turno decide di eliminare mezzi, armamenti, velivoli e unità navali spiegando che si tratta di sistemi che non rispondono alle nuove esigenze militari e che hanno costi di esercizio e di manutenzione elevati e richiedono un forte impiego di personale, sia per la gestione diretta sia per il supporto. Rottamando tali mezzi si liberano risorse che potranno essere impiegate per finanziare l’acquisizione di sistemi di nuova genrerazione. Specialisti in queste operazioni sono i Paesi anglosassoni, con Stati Uniti in testa, seguiti da Gran Bretagna e Canada, e in qualche misura l’Olanda. L’Italia invece, avendo pochi mezzi e pochi soldi, in genere sfrutta fino in fondo i sistemi che riesce ad acquistare (ma ci sono purtroppo eccezioni). In realtà queste operazioni rappresentano uno spreco colossale di soldi e mezzi, che dovrebbe essere bloccate dai parlamenti o dall’opinione pubblica. Ma ben pochi hanno la consapevolezza di quanto accade o l’interesse a intervenire, anche di fronte a casi eclatanti: pensiamo al ritiro dei caccia britannici Sea Harrier FA2, appena ammodernati, presto seguiti dai cacciabombardieri Jaguar da poco migliorati, da diverse fregate Type 23 di recente costruzione, ds carri armati e semoventi nuovissimi. Negli Usa sono nel mirino bombardieri B-1B, diverse centinaia di caccia F-15 e F-16 e così via. È evidente il controsenso: i ministeri della Difesa piangono miseria, chiedono sempre nuovi stanziamenti, ma poi si permettono il lusso di rinunciare ai giocattoli che i contribuenti hanno pagato con la promessa che tali macchine sarebbero durate decenni e sarebbero risultate di economica e semplice gestione. Non solo, i famosi «risparmi» sui costi di vita (lyfe cycle) sono nella maggior parte dei casi pochi spiccioli. Anche quando si riesce a piazzare i mezzi ai quali si rinuncia sul mercato dell’usato si recuperano ben pochi soldi. Questi quattrini risultano insufficienti per acquistare un numero significativo dei «nuovi» mezzi, che promettono meraviglie, ma a un costo astronomico. E come sosteniamo da tempo, al di sotto di certi numeri (e in assoluto in diverse circostanze operative) la qualità non riesce affatto a compensare la quantità. Ma c’è di più: le forze armate che praticano questa sorta di autocannibalismo si privano di capacità significative proprio nel momento in cui ce n’è più bisogno, per condurre la cosiddetta lotta al terrorismo o per soddisfare le rinnovate esigenze di sicurezza interna e dei confini. I nuovi mezzi ai quali si attribuiscono fideisticamente capacità taumaturgiche non saranno disponibili prima di lustri o decadi e nel frattempo la componente operativa si troverà a funzionare con buchi spaventosi, privata del «vecchio» mentre il «nuovo» non è ancora disponibile.
Negli Usa in particolare (e la Gran Bretagna ne scimmiotta ogni mossa) si registra un formidabile accanimento contro i cosiddetti legacy systems, ai quali vengono imputati tutti i mali e che rischiano una fine prematura quando magari non sono neanche entrati in produzione e sono anzi appena giunti al termine di un lungo e costosissimo processo di sviluppo. Esempi in tal senso sono ad esempio il semovente d’artiglieria Crusader, l’elicottero Comanche e lo stesso caccia Typhoon. In realtà nessuno è in grado di dimostrare che questi sistemi siano davvero obsoleti o non siano in grado di svolgere il compito per il quale sono stati concepiti e sviluppati. Lo stesso vale per le altre piattaforme che abbiamo citato, da poco aggiornate a costi elevatissimi e che funzionano perfettamente, con soddisfazione da parte degli utenti, che poi sono quelli che vanno in battaglia a rischiare la propria pelle. Semplicemente sono quanto di meglio il complesso industriale-militare è in grado di produrre oggi. Non si venga a dire che questi sistemi non rispondono alle nuove esigenze, per due semplici motivi: da un lato che la guerra fredda fosse finita lo era capito già da un paio di lustri, se si sono spesi miliardi e miliardi di dollari ed euro in questi anni per proseguire lo sviluppo o aggiornare questi sistemi evidentemente si è valutato che fossero pienamente all’altezza delle esigenze militari. E non si parli di lotta al terrorismo, perché per combattere davvero il terrorismo non servono né il networkcentric warfare né i nuovi mezzi che oggi sono eletti a nuovi totem. In secondo luogo, questi vetuperati mezzi da ancien régime sono in grado di conquistare e mantenere una schiacciante superiorità contro qualsiasi potenziale avversario dotato di forze convenzionali. Quelli nuovi certamente aumenteranno il margine di superiorità di cui godono Usa e Occidente, la minaccia reale non giustifica uno sforzo in questa direzione. Chi propone quindi di disfarsi di legacy systems commette un sacrilegio: spreca il denaro del taxpayer e invece di accrescere il potenziale bellico delle forze armate lo diminuisce, almeno nel breve e medio termine. L’alternativa corretta, dal punto di vista etico, politico, economico e militare consiste nello sfruttare i sistemi d’arma di cui si dispone, ancorché si tratti di macchine concepite in un diverso contesto storico, fino al termine della prevista vita operativa, che si misura normalmente in 25-30 anni. Un aggiornamento di elettronica e sistemi d’arma consentirà di svolgere missioni in parte diverse o in modo più efficace a un costo che, per quanto elevato, è nulla al confronto di quanto si richiede per passare al «nuovo». Né si rischia alcuna disfatta militare procedendo su questa strada: non si tratta di continuare a costruire corazzate mentre l’avversario sforna portaerei, perché il «nemico» non dipone né delle une né delle altre.