In tutto il mondo l’industria della difesa viene considerata un settore chiave perché contribuisce sia all’efficienza del sistema di sicurezza e difesa sia alla crescita tecnologica del sistema industriale. L’attenzione verso questo comparto è ulteriormente cresciuta dopo l’11 settembre, perché alle tradizionali esigenze militari si sommano le nuove esigenze legate alla sicurezza in termini di tutela della collettività e dei singoli dalla minaccia terroristica. Questo nuovo mercato della sicurezza si basa in gran parte su tecnologie di origine militare o sugli stessi apparati, soprattutto nel campo elettronico e dei trasporti e in quello della difesa aerea e Nrbc (nucleare, radiologica, batteriologica, chimica).
Non a caso, uno dei problemi che l’Europa sta cercando di risolvere è quello di assicurare una maggiore efficienza dell’industria della difesa attraverso l’integrazione del mercato europeo sul piano della domanda (Occar, Agenzia europea di difesa, Accordo quadro/Loi) e su quello dell’offerta (società transnazionali come Ams, AgustaWestland, Mbda, Eads, Thales, Eurocoptere, Airbus). La tutela della Dtib - Defense technological industrial base è perseguita ormai dalla stessa Unione europea nonostante la cautela di alcuni Stati membri che sono preoccupati o dall’inevitabile concorrenza o dall’altrettanto inevitabile perdita di autonomia nazionale. Ma ambedue questi motivi di resistenza, così come l’opposta posizione favorevole all’integrazione, hanno a fattor comune la consapevolezza dell’importanza strategica di mantenere e far crescere le capacità tecnologiche e industriali nel campo della difesa e della sicurezza.
Anche in questo l’Italia presenta una vistosa anomalia. L’industria della difesa è spesso guardata con circospezione, con sospetto o con esplicita opposizione soprattutto per quanto riguarda le esportazioni. Pochi sembrano riflettere sul fatto che il mercato italiano ha dimensioni molto ristrette, ben lontane da quelle inglesi o francesi, e che solo un adeguato livello di vendite all’estero può consentire il raggiungimento dei necessari volumi produttivi, come fanno peraltro questi due Paesi e la stessa Germania: l’unica alternativa, oltre alla chiusura, sarebbe quella di scaricare gli extra-costi sul contribuente italiano, un’ipotesi evidentemente ridicola. Vale la pena di ricordare che, fino alla seconda metà degli anni Novanta, il supporto governativo all’export restava praticamente confinato al ministero della Difesa, con scarsa attenzione da parte della stessa presidenza del Consiglio e del ministero degli Esteri, e che fu necessaria un’apposita direttiva del presidente del Consiglio Prodi per consentire la copertura assicurativa delle esportazioni di materiali di difesa da parte della Sace, sia pure entro il tetto massimo del 5% della sua attività. Solo col governo Amato fu deciso di iniziare a coordinare sistematicamente le più importanti operazioni direttamente a Palazzo Chigi.
Questa cautela permane pur in presenza di una legislazione particolarmente rigida e complessa che garantisce un duplice filtro per ogni autorizzazione e un plurimo controllo delle operazioni, così come un livello di informazioni che non ha eguali in nessun Paese sviluppato. Pesa evidentemente la presenza di movimenti pacifisti cattolici e di estrema sinistra, ma è soprattutto la loro strumentalizzazione a fini politici o economici che fa da moltiplicatore dei loro slogan. Lo si è visto chiaramente nello scorso triennio, quando alcune limitate modifiche della legge 185 che regolamenta l’export militare, necessarie per ratificare l’«Accordo quadro» fra i principali Paesi europei firmato dal governo Amato nel 2000, sono state contrastate con atteggiamenti talebani da parte dell’opposizione solo per rincorrere i voti di questi movimenti. Lo si sta vedendo in quest’ultimo anno con la ripresa della campagna «banche armate», lanciata nel 2001 da alcune organizzazioni cattoliche per ottenere che le banche non intervengano nelle operazioni di esportazione. La campagna punta a spingere gli istituti a non intervenire nelle operazioni di esportazione di equipaggiamenti militari, attribuendone a essi la presunta responsabilità. Quella che era, forse, una campagna di sensibilizzazione sulle innegabili implicazioni politiche e militari del mercato internazionale degli armamenti e sulla necessità di massima cautela della nostra politica esportativa, è diventata di fatto una campagna di «criminalizzazione» dell’industria della difesa e delle banche che intrattengono rapporti d’affari con le imprese del settore. E mentre da una parte si difende la nostra normativa e si cerca di impedirne ogni aggiornamento e adeguamento al mutato scenario sostenendo che è la migliore normativa al mondo e che deve rappresentare un modello di riferimento a livello internazionale, dall’altra si cerca di impedire ogni attività esportativa auspicandone l’embargo bancario. Quella che potrebbe essere una rispettabile scelta etica del singolo cittadino nel preferire banche o fondi di investimento etici, è diventata un sistematico tentativo di boicottaggio del sistema industriale della difesa. Questa campagna di opinione ha inevitabilmente coinvolto piccoli gruppi di cittadini/clienti e un certo numero di associazioni e organismi cattolici: la sua dimensione non sembrerebbe quindi spiegare l’impatto reale sul mondo bancario. Nell’ultimo anno, dopo l’iniziale adesione di Unicredit e Monte dei Paschi, anche Banca Intesa ha deciso di adottare «la concezione di banca non armata». Gli altri grandi istituti bancari italiani hanno, invece, assunto una posizione di cautela, riservandosi di fissare delle limitazioni soprattutto per quanto riguarda la destinazione finale delle esportazioni. Così una campagna condotta con pochissimi mezzi e l’ammirevole impegno personale dei suoi ideatori ha ottenuto un risultato che sta andando al di là di ogni ragionevole previsione: praticamente l’intero sistema bancario italiano sta cercando di non partecipare più alle attività esportative militari. Ovviamente le banche «non armate» si guardano bene dal rinunciare volontariamente alla gestione delle tesorerie delle imprese (pagamenti, stipendi, ecc.) e ancor più al ricco banchetto delle operazioni di finanziamento delle attività industriali coperte dallo Stato attraverso il meccanismo dei limiti di impegno (veri e propri mutui decennali/quindicinnali stipulati attraverso apposite convenzioni col ministero delle Attività Produttive), così come alla gestione delle filiali all’interno del ministero della Difesa. Ma per le esportazioni, le imprese italiane sono ormai costrette a rivolgersi alle filiali delle banche estere e probabilmente, in futuro, utilizzeranno direttamente banche operanti in altri Paesi europei (scelta ormai consentita sul piano giuridico dall’integrazione del mercato finanziario europeo e, sul piano tecnico-operativo, dall’informatizzazione). Per cercare di ricostruirsi un’immagine dopo aver turlupinato centinaia di migliaia di risparmiatori con gli investimenti nelle società dotcom e con le operazioni Cirio, Parmalat, Argentina, le banche italiane montano irresponsabilmente l’ondata pacifista, col risultato di favorire i loro competitori esteri e di contribuire a danneggiare le imprese della difesa e la stessa immagine del nostro Paese in termini di maturità. Partecipare all’integrazione europea su queste basi diventa una strada sempre più in salita, mentre scivolare fuori dai settori tecnologicamente avanzati diventa una strada sempre più in discesa.