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Otto progetti contro Al Qaeda

RISK
di Giancarlo Grasso
risk n.5 - Ottobre - Gennaio 2005

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risk5
La fine della guerra fredda ha lasciato spazio a innumerevoli previsioni su quello che avrebbe potuto essere il sistema internazionale emerso dalle macerie del blocco sovietico. Benché alla sopravvivenza della Nato si sia sempre cercato di applicare il «sofisma dell’unica alternativa», va riconosciuto che essa, fin dal 1989, ha cercato di ripensare se stessa, i suoi fini, le sue strategie per adattarle alla nuova situazione politico-militare post 1989. Nei primi anni di vita, l’organizzazione ha acquisito crescente legittimità grazie alla sua capacità di assicurare effettivamente, innanzitutto, la sicurezza dei Paesi membri, ma anche di garantire un soddisfacente livello di governance per un gruppo di Paesi che, guidati dagli Stati Uniti e legati dalla comunanza di valori e istituzioni politiche, hanno tratto reciproco vantaggio dalla condivisione della medesima minaccia. Il testo dell’articolo 5 del trattato, relativo alla mutua assistenza in caso di attacco contro uno dei membri, ha limitato le contrapposizioni e garantito lunga e inedita stabilità in Europa. Nel corso della guerra fredda la Nato ha potuto garantire coesione perché esclusiva detentrice della capacità di second strike nucleare nei confronti dell’Urss; il possesso dell’arma determinante in quel contesto politico-militare ha fatto sì che l’Alleanza riuscisse ad assicurarsi non solo la piena adesione dei membri ma anche la leadership incontrastata nella tutela della sicurezza del territorio nazionale dei singoli Paesi. È palese il mutamento di missione che la Nato ha compiuto negli anni delle guerre nei Balcani: da blocco politico-militare per la difesa dalla minaccia sovietica a organizzazione che, sulla scia dell’interventismo americano degli anni Novanta, si è incaricata di missioni di peace-keeping e peace-enfocement a «tutela degli interessi occidentali e della sicurezza dei suoi membri contro minacce e rischi da chiunque e comunque portati». Ora, il nuovo rischio e la nuova minaccia sono rappresentati dalla diffusione del terrorismo internazionale che attraverso un’infinità di forme e con diversi gradi di intensità può colpire uno spettro tale di obiettivi da rendere necessario un ripensamento della strategia di difesa e sicurezza contro un nemico che non è più «tangibile» o chiaramente identificabile. L’Unione europea da sola non sembra poter garantire, in questa fase, risposte pronte e adeguate: il trade-off tra allargamento e coesione ha impedito il realizzarsi compiuto di una strategia unitaria di difesa, e la mancanza di fondi esclude, per ora, un soddisfacente livello di capacità. Benché la nascita dell’Agenzia europea degli armamenti rappresenti un buon punto di partenza, al momento la Pesd non decolla e i fondi destinati dall’Ue alla sicurezza appaiono largamente insufficienti. Il tutto non giova alla necessità di un’urgente ed efficace risposta alla domanda di sicurezza che proviene dai cittadini europei.
Nello scenario strategico internazionale, sembra che solo la Nato abbia le conoscenze, la legittimità e l’adeguato livello di istituzionalizzazione per rispondere efficacemente alla minaccia del terrorismo che, seppur percepita diversamente sulle due sponde dell’Atlantico, può rappresentare l’elemento imprescindibile di coesione per portare avanti seri progetti di difesa comune. La Nato, come già successo nella sua storia passata, si dimostra viva e vitale nel percepire il mutamento in corso nello scacchiere politico-militare internazionale, e la sua capacità di adattamento comporta la nascita di alcune iniziative che potrebbero risultare determinanti. Di fronte a una membership così estesa e all’urgenza di adattarsi al nuovo contesto, la sua vitalità si connota di una duplice e simultanea esigenza: procedere alla rivisitazione tecnologica attraverso l’innalzamento del rango di capacità di cui è già in possesso, senza escludere la possibilità di un allargamento a strumenti più adeguati alle nuove esigenze. Al fine di fornire una risposta unitaria alla nuova sfida terroristica, il 6 e il 7 maggio 2004, nel corso dell’incontro della Conferenza dei direttori nazionali degli armamenti della Nato (Cnad), è stato presentato il Programma di lavoro per la difesa contro il terrorismo (Dat). Tale programma consiste di otto progetti prioritari (le seguenti informazioni sono reperibili sul sito ufficiale della Nato: www.nato.int):
1. Riduzione della vulnerabilità di aerei di grandi dimensioni nei confronti di missili terra-aria;
2. Protezione di navi e porti da attacchi sottomarini e di superficie;
3. Riduzione della vulnerabilità degli elicotteri da attacchi provenienti da terra;
4. Protezione da attacchi condotti con esplosivi confezionati artigianalmente;
5. Sviluppo di nuove tecnologie per incrementare la precisione dei sistemi d’arma in dota-
zione alle forze speciali;
6. Individuazione, protezione e distruzione delle armi chimiche, biologiche, radiologiche e
nucleari (Nbcr);
7. Sviluppo di nuove tecnologie per l’intelligence e il monitoraggio delle attività terroristiche;
8. Sviluppo di un sistema di consequence management in situazioni di emergenza.
Tali progetti, una volta realizzati, consentiranno all’Alleanza di contrastare efficacemente reali e specifiche minacce quali l’attacco con armi chimiche, batteriologiche e nucleari e l’attacco contro infrastrutture e mezzi di trasporto civili e militari; tra le otto priorità rientra anche quella dello studio di tecnologie più avanzate di intelligence per prevenire eventuali attacchi e per rispondere con prontezza e in maniera organizzata a situazioni di emergenza. A seguito della nascita di questo programma, il Nato industrial advisory group (Niag) che raggruppa le industrie della difesa dei Paesi membri, in collaborazione con i Main armaments groups (Mag), è stato incaricato di «tradurre» le otto specifiche minacce individuate dal Cnad in puntuali proposte di programmi industriali. Scopo di queste proposte è quello di giungere a una rivisitazione tecnologica in chiave di sicurezza più che di difesa, al superamento della linea di demarcazione tra civile e militare, con una compenetrazione di tecnologie civili che si adattano a scopi militari o che possono essere utilizzate al fine di contrastare la minaccia asimmetrica del terrorismo. L’evoluzione della minaccia e la necessità di raccogliere tempestivamente il maggior numero di informazioni possibili, determina una nuova centralità delle tecnologie civili che servono scopi di sicurezza: il sistema di scansione delle targhe basato sulla tecnologia O2CR (Outdoor optical character recognition), per esempio, può essere utilizzato per una molteplicità di applicazioni nell’ambito della sorveglianza del territorio, sistemi di natura civile come il Vessel traffic system (Vts) e l’Air traffic control (Atc) vanno oltre la loro missione originaria per garantire la sicurezza delle infrastrutture portuali e aeroportuali, la difesa aerea e navale, la sorveglianza dei mezzi commerciali in un’ottica duale; i laser realizzati per l’osservazione dell’atmosfera si pensa possano essere impiegati per l’individuazione di agenti nucleari, chimici, radiologici e batteriologici (Nbcr).
Anche le tecnologie sviluppate in campo militare si trasformano per adeguarsi all’evoluzione della domanda: alla rete del terrore pare porsi come unico strumento efficace la rete dei sistemi network–centric, tra cui si annoverano i sistemi di comando e controllo, che consente, quale punto di sintesi, l’integrazione delle architetture tecnologiche per la sicurezza nazionale (prospettiva difensiva) e, contemporaneamente, il dominio del campo di battaglia (prospettiva offensiva); così come gli strumenti studiati per la cosiddetta guerra subacquea trovano, invece, applicazione nel nuovo disegno di sicurezza dei porti. Il concetto di difesa di un mezzo civile e militare si modifica: una piattaforma elicotteristica, oltre alla protezione da sistemi d’arma tradizionali, deve necessariamente contemplare anche la protezione passiva; un elicottero potrà essere, inoltre, anche dotato di una serie di sensori per la localizzazione di Nbcr e per garantire una pronta evacuazione senza esporre le squadre di soccorso. Di fronte alla minaccia che emerge dalle otto macro-aree prospettate dal Cnad, è il continuo investimento in ricerca tecnologica che consente di assecondare l’evoluzione della domanda. Il superamento della concezione di un sistema di difesa nazionale comporta la necessità tecnica dell’interoperabilità tra diversi sistemi e i diversi attori impegnati nell’ambito della sicurezza. Il fertile rapporto instauratosi tra un organismo tecnico-politico come il Cnad e le realtà industriali rappresentate al Niag, può determinare un percorso parallelo tra la percezione della minaccia da parte dell’ente politico-militare e la risposta tecnologica e produttiva delle aziende impegnate nella realizzazione di strumenti di difesa e sicurezza.
L’Italia e l’industria italiana della difesa, da tempo profondamente coinvolta in una molteplicità di programmi Nato (si pensi al radar Alenia terrestre Rat-31, all’Air command and control system - Accs, all’Alliance ground surveillance - Ags) è fin da adesso in possesso delle capacità tecnologiche e industriali per rispondere alle nuove sfide. Inoltre, la spiccata vocazione internazionale dell’industria della difesa italiana, la rende particolarmente capace di interagire in un contesto di multilateralismo. Il programma varato in ambito Nato sembra il tentativo più incisivo in questo senso: la Nato ha già assolto i compiti di sicurezza in passato; è passata, pressoché indenne, attraverso modifiche sostanziali del suo ruolo internazionale; detiene una capacità tecnologica elevatissima ed è l’organizzazione che, in Europa, può contare, al momento, sulla membership più estesa e su un’effettiva uguaglianza di status tra tutti i suoi membri. La Nato, in particolare, può assumersi l’onere di fornire un sistema di difesa tale che non solo sia in grado di rispondere alle minacce attuali ma che, grazie ad un processo di monitoraggio costante e di sostegno allo sviluppo tecnologico, consenta di prevenire e accompagnare l’evoluzione della domanda di sicurezza che emerge di fronte a un nemico intangibile che, continuamente, muta tattiche e strategia. L’industria, parallelamente, deve proseguire in un percorso di ricerca e innovazione tecnologica costante, in modo da dare risposte sempre immediate alle domande che provengono dagli organi politico-militari dell’organizzazione. L’industria italiana, in particolare, deve proseguire su questa strada per continuare a essere partner del proprio governo e allo stesso tempo proporsi per una leadership industriale e tecnologica nei confronti dei nuovi Paesi membri, individuando le sfide peculiari e valorizzando le capacità delle industrie locali di quei Paesi all’interno di una struttura organizzativa, la Nato, che per tradizione e procedure decisionali, resta un attore «in attivo» nel campo della sicurezza.



 

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