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L’occasione perduta di Istanbul

RISK
di Stefano Silvestri
risk n.5 - Ottobre - Gennaio 2005

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risk5
I vecchi padri fondatori della Nato sarebbero a dir poco perplessi. Non si tratta solo dell’allargamento dell’Alleanza occidentale - anche se, al suo ultimo vertice di Istanbul, l’Alleanza atlantica si è ormai ufficialmente allargata a tutti i Paesi dell’ex Patto di Varsavia, inclusa la Russia (anche se, in questo caso, si è limitata a stringere un patto «separato», che non include l’unità dei comandi militari) - è anche un problema di compiti e di prospettive.
La vecchia Alleanza era stata concepita (come affermava un po’ cinicamente Lord Ismay, uno dei suoi primi segretari generali) per «mantenere gli americani dentro (l’Europa), i russi fuori (dall’Europa) e i tedeschi sotto (il controllo degli altri alleati)». Oggi nessuna di quelle tre regole è più valida, neanche la più sacrosanta di tutte, e cioé la prima. Al contrario, gli americani stanno rapidamente riducendo le loro forze armate sul continente e hanno cambiato funzione al comando strategico dell’Atlantico del Nord, che un tempo doveva garantire il pieno controllo dell’oceano per assicurare la difesa dell’Europa, trasformandolo in una sorta di servizio studi per la trasformazione delle forze militari alleate. Nessuno naturalmente parla più dei russi, che ormai non costituiscono una minaccia di rilievo e non aspirano più al dominio ideologico del mondo, e che anzi vengono caldamente invitati a partecipare alle manovre e agli impegni alleati. E la questione tedesca infine si è dissolta all’interno dell’Unione europea e, per quel che resta, presenta semmai più problemi per Washington che per gli altri europei (vedi l’asse tra Parigi, Berlino e Mosca contro la guerra irachena di George W. Bush). Questi enormi cambiamenti discendono dal maturare di una grande svolta strategica: l’Europa non è più il fulcro della sicurezza degli Stati Uniti (e la forza militare americana, per quanto importante, è meno necessaria di prima per assicurare la sicurezza dell’Europa). Non bisogna quindi meravigliarsi troppo se la Nato è cambiata. Semmai ci si dovrebbe meravigliare del fatto che essa sia sopravvissuta e si trovi anche in discrete condizioni di salute.
La cosa più sorprendente è che le imponenti forze della Nato hanno cominciato a essere effettivamente impiegate sul campo (e non come semplice strumento di dissuasione, destinato a prevenire la guerra, e non a combatterla) solo con la fine del confronto Est-Ovest e in un teatro operativo, quello dei Balcani, tradizionalmente ritenuto estraneo e «fuori area», rispetto alla sua pianificazione militare. E il processo ora si approfondisce e si complica, visto che gli impegni militari alleati escono ormai anche dall’Europa, oltre che dall’area dell’Atlantico del Nord, per estendersi all’Afghanistan e, sia pure ancora in modo più indiretto, all’Iraq. Tutto questo ha naturalmente avuto un costo, anche piuttosto pesante, soprattutto in termini politici e di solidarietà tra alleati: non esiste più quella quasi completa comunanza di interessi e di obiettivi politico-militari che negli scorsi decenni ha fatto della Nato una delle alleanze più solide della storia dell’umanità. Al contrario, dissensi che un tempo sarebbero stati appena sussurrati e comunque rapidamente riassorbiti, sono stati invece gridati sulla scena internazionale e hanno portato a profondi dissapori e divergenze di comportamento. Eppure, malgrado questa grave crisi di solidarietà e di consenso, nessuno ha mai seriamente pensato di sciogliere l’Alleanza e di rinunciare al suo strumento militare collettivo e multilaterale.
Gli europei hanno molte buone ragioni per mantenere in vita la Nato, a cominciare dal fatto che le loro forze armate nazionali sono tutte strutturate attorno a questo complesso strumento di comando, pianificazione e integrazione operativa, e incontrerebbero enormi difficoltà (oltre a doversi sobbarcare costi esorbitanti) se decidessero di farne a meno. E poi naturalmente anche perché, quali che siano le eventuali divergenze rispetto a questa o a quella scelta dell’alleato americano, l’Europa ha tutto l’interesse a mantenere in vita un legame multilaterale che in qualche modo continua a condizionare Washington e può contribuire a influenzarne le scelte. Ma anche gli americani hanno le loro buone ragioni per tenere in vita una Nato efficiente, che continua comunque a fare degli Stati Uniti una potenza europea (e mediterranea) a pieno titolo, legittimando l’interesse di Washington, e le sue possibili interferenze, nella politica continentale, che assicura loro un ricco e forte bacino di alleati ben preparati ad agire di concerto con le forze americane e che infine controlla il maggiore asse di penetrazione strategica occidentale verso l’Asia, sia quella dell’ex-Unione Sovietica che quella del Medio ed Estremo Oriente.
Per sopravvivere però la Nato deve anche funzionare, avere obiettivi strategici chiari e dimostrare di poterli perseguire con efficacia, e qui le cose si fanno decisamente più complicate. Certo, sul piano meramente organizzativo l’Alleanza ha già reagito rapidamente, eliminando un gran numero di comandi territoriali ormai anacronistici e unificando e snellendo tutta la sua struttura operativa. Così essa è ormai incentrata attorno a un solo vero comando supremo (quello che un tempo era Shape, il Comando supremo alleato delle potenze in Europa è divenuto oggi l’Aco, il Comando alleato delle operazioni) trasformando il l’Aclant (l’altro Comando supremo alleato, per l’Atlantico) nell’Act, il Comando alleato per la trasformazione, cioè il centro di studi, proposte e verifica della modernizzazione tecnologica e addestrativa delle forze alleate. I comandi subordinati all’Aco sono stati anch’essi grandemente ridotti di numero rispetto al passato, ma soprattutto sono stati ristrutturati in modo tale da potersi adattare alla proiezione delle forze fuori area e alla formazione e al comando di raggruppamenti diversi di forze (inclusa la possibilità di condurre operazioni per conto dell’Unione europea o per conto di coalizioni ad hoc di alleati e di altri Paesi amici, a seconda dello scenario politico).
In altri termini, la struttura organizzativa dell’Alleanza ha cercato di adattarsi sia alle nuove caratteristiche militari degli impegni che essa può essere chiamata a soddisfare (e che prevedono più missioni di controllo e gestione delle crisi che missioni di guerra generale e globale) sia al nuovo quadro politico internazionale, che lascia molto più spazio agli interessi a volte divergenti dei singoli alleati e che comunque deve tenere conto del crescere progressivo di importanza dell’Unione europea anche come attore di sicurezza internazionale. Tutto ciò però è avvenuto in una sorta di vuoto politico per quel che riguarda gli obiettivi di fondo dell’Alleanza, la sua ragion d’essere strategica. Abbiamo già detto come questa reticenza sia in qualche modo giustificata dall’esistenza di importanti interessi sia americani che europei a tenere comunque in vita l’Alleanza, ma questo dato di fatto non sarebbe comunque sufficiente nel lungo periodo se non venisse elaborato qualcosa di più, un interesse non solo negativo, legato al mantenimento di alcuni vantaggi acquisiti (che peraltro rischiano di ridursi con il tempo), e cioé un interesse positivo, costituito da interessi e strategie comuni di lungo periodo. L’Alleanza ha già vissuto problemi analoghi nel passato (anche se su scala minore) e ne è sempre uscita ricercando un nuovo discorso comune, l’individuazione di concetti strategici tali da poter nuovamente consolidare la solidarietà tra gli alleati attorno a un unico grande progetto che dettava anche le linee maestre dei comportamenti reciproci. Questa per esempio fu la ragione per cui l’Alleanza, nel momento in cui si delineava il passaggio dal confronto alla distensione tra Est e Ovest, si impegnò con successo nel cosiddetto «Esercizio Harmel», e più tardi, quando già si delineava il mutare del quadro strategico globale, nell’esercizio da cui uscì il cosiddetto «Nuovo concetto strategico» alleato. Il vertice di Istanbul sembrava inizialmente avere l’ambizione di aprire una prospettiva analoga, proponendo all’Alleanza il triplice compito di completare la sua trasformazione organizzativa e operativa, di perfezionare l’integrazione dei nuovi Paesi membri e soprattutto di impegnarsi in un nuovo grande progetto politico e di sicurezza in direzione del Medio Oriente «allargato» sino a comprendere l’Asia Centrale, l’Africa del Nord e buona parte dei Paesi islamici. Non si può dire però che esso abbia realmente centrato il suo obiettivo.
La cosa era complessa, soprattutto per quel che riguardava l’idea americana del Medio Oriente «allargato», anche perché è molto controverso il legame che si vorrebbe stabilire tra questa area strategica e la Nato, non tanto tra gli alleati (anche se sono note le riserve espresse da alcuni Paesi europei e dall’Ue), quanto tra i governi della regione. L’idea era quella di accompagnare la strategia di lotta al terrorismo e alla proliferazione delle armi di distruzione di massa con crescenti iniziative volte a favorire lo sviluppo della democrazia e della società civile nel mondo arabo e islamico. Una prima formulazione un po’ troppo rozza e interventista di parte americana era stata largamente rivista, già prima del vertice, alla luce della ormai quasi decennale esperienza dell’Unione europea con il suo Partenariato euro-mediterraneo. A Istanbul era oramai chiaro che non si trattava di destabilizzare e rovesciare molti governi della regione, ma di appoggiare processi lunghi di sviluppo culturale e politico che sono già in atto nelle società civili e che potrebbero utilmente essere incoraggiati. Sono restati però irrisolti alcuni interrogativi chiave.
In primo luogo perché la Nato? A prima vista non sembrerebbe proprio l’organizzazione più adatta, dato il suo prevalente (anche se non esclusivo) carattere militare. La vera risposta è che in realtà la Nato ha il raro vantaggio di avere al suo interno sia gli Usa che l’Europa, e permette quindi un approccio congiunto, altrimenti difficile se non impossibile. Ma resta il fatto che questo strumento ha caratteristiche essenzialmente militari, mentre il grosso delle problematiche da affrontare sono politiche, economiche, culturali e di sicurezza. In secondo luogo, i Paesi arabi e islamici operano un collegamento forte tra lo sviluppo pacifico delle loro società e la fine delle crisi e delle guerre aperte, a cominciare da quella tra Israele e palestinesi. Questo è un punto spinoso, dove americani ed europei erano attesi al varco, per verificare quanto fosse realistico il rilancio della road map e quale fosse il loro impegno per la ripresa dei negoziati di pace. Le difficoltà crescenti del processo di pace, le iniziative del governo Sharon e molte delle posizioni assunte in questi mesi da Washington non sono state condivise da una parte consistente (a volte maggioritaria) dei Paesi alleati, e il risultato complessivo non ha certo contribuito a far mutare parere ai Paesi arabi interessati. Inoltre c’era in sottofondo il timore di molti occidentali che ogni mutamento politico in Medio Oriente finisca per favorire i movimenti islamisti. È difficile superare un tale preconcetto, anche se sarebbe sbagliato affermare che tutto l’Islam è anti-democratico, anche quando punta all’applicazione della «legge islamica». Non dimentichiamo in proposito che il vertice si svolgeva in un Paese insieme laico, islamico e con forti caratteristiche democratiche, come la Turchia.
Infine (e questo forse è stato l’ostacolo più difficile) si è chiaramente compreso che la sostanza politica del piano per il Medio Oriente allargato consisteva nel desiderio americano di coinvolgere e guidare gli alleati europei in un loro disegno strategico di lungo periodo per il Medio Oriente che però restava chiaramente a guida americana e comportava l’accettazione implicita di tutte le scelte compiute nel frattempo da Washington. Questa ambizione americana si scontrava però con la realtà dei rapporti economici e politici dell’Europa in questa regione del mondo, troppo importanti (anche dal punto di vista strategico: basti pensare al petrolio) per poter essere improvvisamente abbandonati o trasformati da cima a fondo. In altri termini, il piano avrebbe anche potuto divenire la nuova ragion d’essere politica dell’Alleanza, a condizione però di trasformare gli equilibri politici esistenti all’interno della Nato, sminuendo il ruolo della leadership americana e accrescendo l’importanza del ruolo europeo. Gli Usa cioè avrebbero dovuto accettare di condizionare la loro politica mediorientale alle esigenze e alle priorità europee. Ma ciò era chiaramente inaccettabile per Washington, e in particolare per questa amministrazione. Il risultato di questo scontro sotterraneo non è stato naturalmente una nuova rottura, che avrebbe urtato gli interessi di tutti i partecipanti e messo in pericolo l’Alleanza, ma un sottile e piuttosto insipido compromesso diplomatico che consentirà probabilmente anche qualche piccolo passo avanti (per esempio sulla collaborazione alleata in Iraq), ma non servirà certamente a dare alla Nato una nuova ragion d’essere strategica. Questa occasione, a Istanbul, è stata perduta. Dovremo aspettare tempi migliori.
 

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