Ciò che mi propongo di analizzare brevemente è una interpretazione delle relazioni internazionali abbondantemente diffusa sia nel mondo accademico che in quello giornalistico e dei media. Pur modulata con diverse sfumature e varianti, la tesi corrente si può enunciare in questi termini: nell’epoca della globalizzazione, che dopo il 2001 è divenuta quella delle «guerre globali», assistiamo alla fine degli Stati nazionali e con essi del «paradigma Westfaliano» fondato sul principio di sovranità dello Stato e sui rapporti di forza tra le potenze; ciò che emerge è un nuovo paradigma di carattere universalista, postwestfaliano o postmoderno, fondato su di una nuova coscienza etica mondiale e su nuovi diritti garantiti da attori transnazionali. Questa tesi si è diffusa soprattutto dopo la caduta del Muro di Berlino, ma è stata enunciata per la prima volta dal presidente americano Woodrow Wilson (1856-1924) che, all’indomani della prima guerra mondiale, si presentò come il profeta di un nuovo ordine internazionale fondato sul principio della libertà e dell’autodeterminazione dei popoli e garantito dalla creazione di una Società mondiale delle Nazioni.
Il wilsonismo contemporaneo è però un wilsonismo postmarxista, perché trova la sua giustificazione nel crollo dell’Unione Sovietica, considerato come la fine non solo dello Stato-Moloch comunista, ma anche dell’idea stessa di uno Stato sovrano. Ciò comporterebbe la liquidazione della sovranità nazionale, «forma paranoide di sovranità», come la definisce Edgar Morin e, con essa, di ogni forma di suprema autorità sociale: la formula della governance without government esprime con linguaggio politologico la linea su cui hanno cominciato a muoversi gli studiosi di relazioni internazionali. Questa prospettiva globalista è comune ad autori molto diversi e apparentemente contrapposti. Se Francis Fukuyama, che scrive agli inizi degli anni Novanta, afferma che l’era dei grandi conflitti è terminata e la democrazia è destinata ad allargare i suoi confini, sino a comprendere il mondo nel suo dominio, Antonio Negri utilizza la metafora dell’Impero per caratterizzare il nuovo apparato di potere che sorge dalla dissoluzione degli Stati-nazione: un soggetto politico decentrato e deterritorializzante che non coincide con gli Stati Uniti di America né con alcun altro Stato moderno perché di sua natura destinato a incorporare l’intero spazio del mondo, all’interno di frontiere aperte e in perpetua espansione. La critica più lucida delle tesi «wilsoniane» è stata condotta da Kissinger, che può essere definito l’ultimo e più coerente erede del «realismo» westfaliano. La visione geopolitica di Kissinger è stata esposta in due libri fondamentali: Diplomacy, apparso nel 1994, e Does America need a Foreign Policy?, pubblicato nel 2001 e ristampato con un’appendice dopo le Twin Towers. Al paradigma dell’universalismo etico, bollato come utopistico, Kissinger contrappone una geopolitica «realista», che i suoi avversari definiscono a loro volta cinica e machiavellica. L’ eroe americano di Kissinger è il presidente Theodore Roosevelt (1858-1919), lo «statista-guerriero» che egli contrappone al «profeta messianico» Woodrow Wilson; ma i suoi veri campioni sono statisti europei, da Metternich a Bismarck; il messianismo wilsoniano è infatti per Kissinger una linea che ha sempre dominato la politica estera nord-americana, da Jefferson a Clinton, fino a George W. Bush. Gli interventi militari del presidente Bush, finalizzati a cambiamenti di regime, sfidano, secondo Kissinger, il sistema internazionale stabilito dal Trattato di Westfalia che aveva affermato il principio del non intervento negli affari interni degli Stati. La nozione di pre-emptive war contraddice inoltre il diritto internazionale, «che ammette l’uso della forza per autodifesa solo quando la minaccia è attuale, non potenziale». La critica di Kissinger, per quanto rigorosa, mi sembra insufficiente a guidare la politica mondiale del secolo Ventunesimo. Da parte mia esplorererò la possibilità di un nuovo paradigma nelle relazioni internazionali diverso sia da quello postmoderno globalista che da quello classico westfaliano.
Dai trattati di Westfalia alla prima guerra mondiale. Si può ammettere certamente, come punto di partenza delle nostre considerazioni, che il paradigma della politica moderna nasca con i trattati di Westfalia del 1648, che segnano la fine della Respublica christiana medioevale, fondata sulle autorità sopranazionali del Papato e dell’Impero. La comunità internazionale degli Stati preesiste evidentemente al 1648, ma le regole adottate a Westfalia gettano le basi di un nuovo diritto internazionale basato sull’esistenza di una pluralità di Stati nazionali e sulla negazione di un’autorità politica o morale a essi superiore; presuppone, in una parola, lo Stato moderno, superiorem non recognoscens. Nel Medioevo l’esercizio della sovranità era limitato dal diritto naturale e dalle leggi fondamentali: il re, oltre ad essere sub Deo, era anche sub lege, quia lex facit rem, secondo l’espressione del giureconsulto inglese Henri de Bracton (c. 1216-1268). Con l’avvento della moderna teoria della sovranità, la tesi di Bracton viene capovolta: sovrano è colui che fa e abroga la legge, cosicché non è limitato dalla legge. Se però la volontà del principe non è più limitata da una lex oggettiva, essa potrà esserlo solo dalla forza che, tuttavia, dovrà essere regolata, allo scopo di mantenere una certa pace ordinata: nasce così il principio della «bilancia» o dell’ «equilibrio delle potenze» (balance of power), principio che è all’origine del moderno diritto internazionale.
Il primo interprete politico, o meglio l’anticipatore, di questa visione può essere considerato il cardinale di Richelieu (1582-1642), primo ministro di Luigi XIV, che morì sei anni prima della pace di Westfalia, ma che per 18 anni (dal 1624 fino alla sua morte) fu il protagonista dello scenario politico europeo sullo sfondo della guerra dei Trent’Anni (1618-1648). Richelieu fu il primo politico europeo a utilizzare come criterio di governo quel concetto di «Ragion di Stato» secondo cui l’interesse del principe diventa il supremo criterio di giudizio e di azione politica. Nel suo importante saggio sull’idea di «Ragion di Stato» nell’epoca moderna, Friedrick Meinecke ha ben mostrato i rapporti esistenti tra la «Ragion di Stato» e il sistema di equilibrio europeo - che presuppone l’esistenza di una pluralità di Stati nazionali, sovrani e indipendenti, privi un’autorità politica o morale che li trascenda. Il paradigma westfaliano, applicato in forma moderata dall’Austria e dall’Inghilterra, trovò una delle sue più riuscite espressioni nella politica del «Concerto europeo», concepito fra il 1815 e il 1818, all’indomani del Congresso di Vienna, per trovare una soluzione negoziata e pacifica alle questioni internazionali attraverso un sistema di incontri al vertice fra le grandi potenze. La realpolitik bismarckiana, che ebbe il suo culmine nel congresso di Berlino del 1878, confermò come regola internazionale l’accordo tra i principali Stati sovrani, regolato dalla Germania, che si presentava come la più forte e la più efficiente fra le potenze continentali. All’inizio del Novecento, la pace e l’equilibrio in Europa erano ancora retti dalle regole adottate a Münster e Osnabrück nel 1648. La costituzione della Triplice Intesa per bilanciare la forza della Triplice Alleanza, costituì un’applicazione della politica westfaliana di equilibrio che, con l’ingresso degli Stati Uniti, del Giappone e quindi della Russia nel novero delle grandi potenze, tendeva a divenire mondiale. La guerra del 1915-18 sconvolse questo equilibrio internazionale. Nata come scontro tra grandi potenze, essa si trasformò in un conflitto di tipo nuovo, che la rese una «guerra civile mondiale» o, come è stata anche definita, una «guerra mondiale rivoluzionaria».
Dai Trattati di Versailles alle Twin Towers. Il paradigma universalista irruppe sulla scena internazionale nella pace di Parigi, che si propose di ridisegnare l’assetto dell’Europa dopo la prima guerra mondiale. I trattati del 1919-1920 costituirono, come osserva Furet, «più che una pace europea, una rivoluzione europea». Il presidente americano Wilson, che ne fu l’architetto, affermava che l’ordine internazionale si basava non sull’equilibrio di forze bensì sul «diritto universale» e proclamava che gli Stati Uniti si sarebbero battuti «per una sovranità del diritto universale, stabilita da un concerto fra popoli liberi, che avrebbero arrecato la pace e la sicurezza a tutte le nazioni liberando il mondo, esso stesso alla fine libero». Nel suo celebre discorso dell’8 gennaio 1918, egli annunziò «i nuovi princìpi dell’umanità», riassunti in «14 punti» che prevedevano, fra l’altro, la fondazione di una Società delle Nazioni che avrebbe garantito la pace mondiale. I princìpi di legittimità e di equilibrio, sui quali si era costruita l’Europa dopo il Congresso di Vienna, furono sostituiti da quello dell’ «autodeterminazione dei popoli». Nel «decennio di illusioni» che seguì, la guerra fu messa al bando dal patto Kellog-Briand del 1928 e venne costituita la Società delle Nazioni, che non ottenne tuttavia i risultati sperati. Il Senato americano rifiutò di ratificare il trattato di Versailles e lo statuto della Società delle Nazioni postovi in calce. Mentre gli Stati Uniti imboccavano la via dell’isolazionismo, la Società delle Nazioni, la cui direzione politica veniva affidata soprattutto all’Inghilterra e alla Francia, riconobbe come soggetti della Lega solo gli Stati giuridicamente già configurati e respinse le richieste delle popolazioni non ancora costituite come nazioni. Il primo dopoguerra vide di fatto coesistere e contrapporsi le due concezioni: quella universalistica, che pretendeva sostituire il principio di sovranità nazionale con quello di autodeterminazione dei popoli, e quella westfalica, basata sulla Realpolitik e sul primato degli Stati nazionali.
Gli «utopisti» ritenevano che la costituzione giuridica internazionale dovesse predominare sulle costituzioni degli Stati per meglio assicurare la pace internazionale. «Il concetto di sovranità - scriveva Hans Kelsen, a conclusione del suo celebre saggio del 1920 sulla sovranità - dev’essere radicalmente rimosso. È questa la rivoluzione della coscienza culturale di cui abbiamo per prima cosa bisogno». I «realisti» difendevano invece il sistema degli Stati nazionali e della politica di equilibrio nata a Westfalia; le norme regolatrici dei rapporti internazionali si fondavano per essi principalmente sulla volontà degli Stati e sull’equilibrio di potenza. La pace «realistica» di Westfalia si contrapponeva, in questa prospettiva, a quella «utopistica» di Versailles e alla politica della Società delle Nazioni. Accanto all’universalismo «etico» wilsoniano si affermò negli stessi anni una formulazione «realista» del principio universalista, quella marx-leninista. Nella sua opera Stato e Rivoluzione, Lenin (1870-1924) aveva teorizzato la «dittatura del proletariato», come tappa provvisoria per arrivare alla «soppressione dello Stato, ossia di ogni violenza organizzata e sistematica, di ogni oppressione esercitata contro gli uomini in generale». Dopo la morte di Lenin e l’ascesa al potere di Stalin si sviluppò all’interno del mondo comunista un dibattito tra i seguaci del dittatore sovietico e quelli di Trotzki, dibattito analogo e parallelo a quello che ferveva tra utopisti e realisti nel mondo liberaldemocratico. Trotzki accusava Stalin di «tradire» la Rivoluzione, realizzando un regime autoritario e in un solo Paese che rinnegava le premesse universalistiche e anarchiche del socialismo; Stalin ricordava a Trotzki che la «prassi» è il supremo criterio di verifica della Rivoluzione e che questa, per realizzarsi, non poteva fare a meno di utilizzare, sia pure temporaneamente, la macchina burocratica e dispotica dello Stato. Il nazional-socialismo si presentava negli stessi anni come un esempio di «non-Stato», che Franz Neumann identificava nella figura di Behemoth, il mostro biblico del deserto, assunto da Hobbes in contrapposizione a Leviathan, quale figura di uno Stato privo di legge, immagine di un ordine che sprofonda nel caos.
Dopo la catastrofe della seconda guerra mondiale, l’eredità «morale» della Società delle Nazioni fu raccolta dalla Organizzazione delle Nazioni Unite (Onu). La Carta di San Francisco (1945) e la Dichiarazione universale dei diritti dell’Uomo (10 dicembre 1948) proclamavano che tutti gli uomini erano uguali in dignità, che avevano tutti gli stessi diritti e che questi diritti dovevano essere promossi e protetti dagli Stati e dalla comunità internazionale. Secondo alcuni giuspubblicisti, questi atti avrebbero segnato la nascita di un nuovo diritto internazionale e la fine dell’equilibrio internazionale sorto a Westfalia, trasformando l’Onu in una vera organizzazione giuridica super-statale. In realtà, malgrado la sua ispirazione universalistica, l’Onu - che, per sua stessa definizione, si presentava come una organizzazione di Stati nazionali - continuò a essere fondata sul rispetto della sovranità degli Stati. Sul piano del diritto internazionale, la storia dell’ultimo dopoguerra può essere letta come la lunga storia dei fallimenti dell’Onu, proprio come il primo dopoguerra aveva visto il fallimento del sogno universalistico della Società delle Nazioni. Una delle cause più gravi della debolezza dell’Onu sono stati i gravi contrasti di ideali fra i suoi componenti, soprattutto fra quelli dei due «grandi»: Usa e Urss. Mentre gli Stati Uniti difendevano i valori liberali, il governo sovietico, basato sul mito della dittatura del proletariato, esportava nel mondo la sua ideologia rivoluzionaria. Così le parole impiegate da entrambe le parti - democrazia, libertà, progresso, dialogo - assumevano significati contrapposti. Nell’epoca della guerra fredda perciò, il panorama internazionale fu caratterizzato dall’antagonismo delle superpotenze, fondato ancora una volta sul sistema westfalico dell’equilibrio fra le forze, poi trasformato nell’equilibrio bilaterale del terrore, ovvero basato sull’effetto deterrente causato dalla minaccia di una distruzione reciproca totale da parte di Stati Uniti e Unione Sovietica.
Nel 1989, con la caduta del muro del Berlino e l’autodissoluzione dell’Unione Sovietica, il sistema bipolare della guerra fredda cessò di esistere. Con questa data, si chiuse un’epoca iniziata nel 1917, quella del cosiddetto «socialismo reale», coincidente con quello che è stato definito il «secolo breve», e sembrò terminare definitivamente il sistema politico internazionale fondato sull’equilibrio dei poteri. Si aprì un clima di sostanziale ottimismo, che ricorda il decennio delle illusioni degli anni Venti. Il nuovo assetto unipolare del mondo, dominato dagli Stati Uniti, registrava una concentrazione di potenza senza precedenti nelle mani di un unico attore internazionale e lasciava intravedere la possibilità di un «nuovo ordine mondiale», di una democrazia globalitaria che avrebbe finalmente realizzato, dopo due secoli, gli ideali della Rivoluzione francese, ponendo «fine alla Storia». Bill Clinton, il primo presidente del post-Cold War period, riprese la tradizione wilsoniana di rifiuto di ogni politica di equilibrio, considerata come «old think». Sotto la sua presidenza si sviluppò la dottrina dell’ «intervento umanitario», che si attuò in Somalia, Haiti, Bosnia e raggiunse il suo apice nella guerra contro la Serbia.
L’ascesa alla presidenza americana nel novembre 2000 del presidente George W. Bush e gli attentati dell’11 settembre 2001 hanno segnato però un evidente spartiacque nella politica estera americana e internazionale, rivelando al mondo non solo la vulnerabilità del territorio americano, fino ad allora mai violato, ma l’esistenza di uno «scontro di civiltà», per usare un’espressione, abusata ma non impropria, che riproponeva temi di discussione fino ad allora accantonati.
Verso un nuovo paradigma internazionale. Da una parte, quanto è accaduto dopo l’11 settembre 2001, conferma l’analisi degli osservatori realisti, secondo cui gli Stati sovrani restano gli attori principali sulla scena mondiale e i loro interessi nazionali continuano a costituire il criterio-guida delle relazioni politiche internazionali. Negli anni Novanta, il principio di sovranità nazionale sembrava tramontato e l’uso della forza militare era attribuito solo a organismi sopranazionali, in operazioni di pace o «umanitarie»; oggi le frontiere riacquistano significato e la guerra e la diplomazia ritornano a essere al servizio della sicurezza nazionale, mentre è patente la crisi di organismi come il Consiglio di Sicurezza dell’Onu, incapace di assolvere le funzioni per cui era stato creato. Il terrorismo rappresenta certamente, come osserva Richard Cooper, «il non-Stato che attacca lo Stato», rendendo con ciò asimmetrica la prospettiva di una guerra «globale» condotta trasversalmente agli Stati; ma ciò non toglie che il terrorismo abbia bisogno di basi e di complicità statuali e che il suo bersaglio sia costituito da Stati sovrani, in Occidente e in Medio Oriente.
Esistono interessi nazionali perché esistono identità nazionali, comunità di memoria e di destino che possiamo definire patrie o nazioni, a seconda che si voglia privilegiare la dimensione territoriale o quella temporale del loro aggregarsi. Esistono interessi nazionali perché esistono Stati sovrani che si uniscono, come è accaduto con il nuovo trattato costituzionale europeo, per condividere obiettivi e competenze, ma non per rinunciare alla propria sovranità. Ciò non significa che le forme della sovranità e degli Stati non possano mutare. Ma come osserva Ian Clark, è più realistico aspettarsi la costruzione di nuove forme di potere statale piuttosto che la scomparsa degli Stati. E questo perché gli Stati non sono realtà storiche, entità artificiali, ma istituzioni, come già affermava Pio XII, «di origine naturale non meno della famiglia». Lo Stato è l’unità organica e organizzatrice di un popolo, realtà necessaria come è necessario per ogni organismo sociale il principio di sovranità, ovvero un potere supremo e ordinatore della società. Un approccio meramente geopolitico rischia però di operare una «decostruzione» ideologica che può divenire sfaldamento di principi proprio nel momento in cui ci si avvia verso una situazione in cui è più che mai indispensabile richiamarsi a una Weltanschauung, a una visione del mondo, che orienti il nostro operare. Il terrorismo che minaccia l’Occidente, infatti, non ha come bersaglio solo un territorio, ma una civiltà, sia pure tendendo alla distruzione e non alla conquista di essa. Ciò non significa interpretare l’attuale situazione internazionale come uno «scontro di civiltà» tra Islam e Occidente. Sono personalmente convinto che questo scontro esista ma che a esso si sovrapponga un altro scontro, interno alla civiltà occidentale e a quella islamica. Il terrorismo è, a mio parere, una «contaminazione» della «filosofia del Corano» con la prassi rivoluzionaria marxista importata dall’Occidente; la battaglia contro di essa non può prescindere da un processo di purificazione intellettuale dall’ideologia marx-illuministica a cui risalgono le origini storiche e concettuali del «Terrore».
La realpolitik vorrebbe ridurre le ideologie a «rappresentazioni» convenzionali della realtà, essendo convinta che l’ideologia non sia che una maschera e una copertura di interessi politici. In realtà, anche chi antepone la geopolitica all’ideologia fa una scelta di campo ideologica: quella di ritenere che non esistano valori che trascendano gli interessi. In tal modo la realpolitik non solo decade nel cinismo, ma scivola nell’utopismo e la storia dimostra il suo fallimento, proprio a casa della sua mancanza di realismo. L’irrealismo della «realpolitik» nasce dal fatto di dimenticare che, accanto alla dimensione fattuale ed empirica della realtà, esiste una dimensione ideale, non meno reale dell’altra. Un esempio è rappresentato dal patto Ribbentropp-Molotov stipulato nel 1939, spesso richiamato dai «realisti» per dimostrare in Hitler e in Stalin la prevalenza degli interessi geopolitici su quelli ideologici. In realtà tale patto fu dovuto proprio alla segreta affinità e convergenza ideologica tra due apparenti nemici che erano innanzitutto affratellati dall’odio per i valori della tradizione occidentale e cristiana. Una avversione analoga unisce oggi il neo-marxismo con l’islamismo radicale. «Sono le idee, e non gl’interessi costituiti, che sono pericolose sia in bene che in male» ha osservato Keynes. Non diversamente, aprendo il suo libro dedicato a Il secolo delle idee assassine, Robert Conquest osserva che «a causare le immani catastrofi della nostra epoca sono stati esseri umani trascinati da determinate idee». L’uomo è un «animale ideologico» perché non può fare a meno di vivere senza un sistema di pensiero, senza una visione del mondo. Il suo orizzonte non può essere il pragmatismo, perché le idee muovono la storia con una intensità maggiore di quanto non la muovano gli interessi.
Sarebbe però un errore altrettanto grave rivolgersi ai globalisti neo-wilsoniani per chiedere loro di offrire una soluzione ai problemi internazionali, mediante la creazione di una nuova «coscienza etica». L’esistenza di organismi sovranazionali che possano dirimere i conflitti e contribuire a garantire la pace e l’ordine internazionale è in sé ovviamente auspicabile. Ma perché ciò avvenga non basta creare uno «strumento», occorre anche individuare un complesso di norme condivise e di principi regolatori. La Magna Charta del dopoguerra è stata, per oltre quarant’anni, la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo adottata dalle Nazioni Unite il 10 dicembre 1948. Nell’ultimo decennio del Novecento, l’Onu e la stessa Unione europea hanno abbandonato però la concezione antropocentrica dei Diritti dell’uomo per richiamarsi a «nuovi diritti», sconosciuti alla tradizione giuridica occidentale, come il diritto all’aborto, a diversi modelli di famiglia, al riconoscimento dello status degli omosessuali e, più in generale, agli «eco-diritti». Questi nuovi diritti scaturiscono dall’ideologia marx-strutturalista del gender, il cui fondamento è la negazione dell’esistenza di una natura umana in sé permanente e immutabile. Se però non esiste una natura umana stabile e permanente, non può esistere un diritto naturale oggettivo, ovvero un nucleo di leggi valide, necessarie e universali. Ma se la società è priva di questa ossatura giuridica fissa e immutabile, cade la possibilità non solo di un diritto internazionale, ma anche di una autorità internazionale o sopranazionale riconosciuta e si apre la strada verso forme di dispotismo totolitario, come quello basato sul divieto delle «discriminazioni».
Il diritto internazionale infatti, se esiste, non può che fondarsi su un nucleo di leggi oggettive e perennemente valide, le quali a loro volta devono presupporre una causa trascendente, altrettanto immutabile e universale. San Tommaso d’Aquino ha definito questa legge con una formula che non ha perduto la sua attualità: «Nihil est aliud quam participatio legis aeternae in rationali creatura»: «la legge naturale è la stessa legge eterna impressa nella creatura razionale». Per la vita sociale, come per quella individuale, il diritto naturale resta il criterio oggettivo, che ci permette di distinguere il giusto dall’ingiusto, il bene dal male, il morale dall’immorale. Questo criterio appartiene a un ordine oggettivo di valori che la mente umana scopre ma non crea nel mondo che lo circonda. I diritti umani non possono essere relativizzati secondo le diverse culture: essi sono universali, perché unica è la natura umana. In questo senso è giusto parlare di un confronto di civiltà: non si possono mettere sullo stesso piano società che praticano la schiavitù e altre che la hanno abolita; società che mortificano il ruolo della donna e altre che ne hanno riscattato la condizione. Il presidente del Senato Marcello Pera, in un discorso di notevole spessore culturale sull’attuale «stato dell’Occidente», ha ben individuato la radice della crisi culturale contemporanea in quel relativismo che fa scattare una sorta di autocensura, impedendoci di affermare, per esempio, che la democrazia occidentale sia migliore delle tirannie orientali, come quelle islamiche.
Guerra giusta e pace giusta. Alla luce di queste considerazioni, la recente politica estera americana indica a mio avviso una possibile strada da percorrere. Al di là della apparente continuità tra Bill Clinton e George W. Bush sotto il segno dell’interventismo militare, in realtà esiste una differenza di fondo tra le impostazioni che i due presidenti americani hanno dato alla loro politica estera. Questa differenza emerge con chiarezza dai diversi documenti presentati dal presidente Bush, e in particolare dal rapporto da lui inviato al Congresso degli Stati Uniti, con il titolo Strategia della Sicurezza nazionale, per spiegare come, dopo l’11 settembre, l’America sia decisa a estirpare le radici del terrorismo anche attraverso forme di guerra definita preventiva. Tale testo costituisce un indubbio cambiamento rispetto alla dottrina Monroe (1823), che escludeva tassativamente ogni intervento al di fuori dei confini americani, ma non rinnega i princìpi di fondo dei trattati di Westfalia e, tantomeno, la dottrina tradizionale cristiana sulla «guerra giusta» che riconosce il diritto alla legittima difesa, anche preventiva. «Difendiamo il popolo americano e i suoi interessi in patria e nel mondo – si legge nel rapporto – distruggendo la minaccia, dopo averla identificata, prima che raggiunga i nostri confini» colpendo «qualunque Stato terrorista o sponsor del terrorismo che tenti di ottenere o usare armi di distruzione di massa, anche se allo stato iniziale».
La guerra clintoniana del Kosovo fu condotta dalla comunità internazionale, attraverso la Nato, in nome del principio wilsoniano della «ingerenza umanitaria». In Iraq, la ragione ultima dell’intervento americano non fu la «democratizzazione» del Paese, ma la necessità di disarmare Saddam per tutelare la sicurezza interna e internazionale degli Stati Uniti. Il regime di Milosevic conculcava i diritti all’interno della Jugoslavia, ma non costituiva una minaccia per l’Occidente. Il regime talebano in Afganistan e quello saddamita in Iraq non si limitavano a violare i i diritti umani, ma rappresentavano una minaccia per gli interessi strategici degli Stati Uniti e dell’Occidente. Il presidente Bush non è intervenuto quindi per ristabilire la democrazia in Iraq, ma per spegnere un focolaio di violenza che dall’Iraq si proiettava su tutto l’orizzonte internazionale, minacciando la sicurezza nazionale degli Stati Uniti. Non si può negare che il terrorismo internazionale, a colorazione islamo-marxista, costituisca oggi un nemico globale contro il quale può essere intrapresa una «guerra giusta». Il dibattito che si è aperto negli Stati Uniti sul tema della «guerra giusta» è il segnale, a mio avviso, della possibilità di imboccare una strada che possa combinare il realismo con la riscoperta della tradizione giuridica dell’Occidente, discostandosi sia dal cinismo westfaliano che dall’utopismo wilsoniano. È questa la strada che tracciava nelle sue memorie un politico «realista» caro a Henry Kissinger, il principe di Metternich: «Mi riconosco – egli affermava – il diritto e il dovere di indicare a coloro che verranno dopo di me il mezzo, il solo mezzo per l’uomo di coscienza, di resistere alle bufere dei tempi. Questo mezzo, io lo riassumo in una formula che comprende tutte le mie convinzioni; la vera forza è il diritto. Senza il diritto, tutto è fragile».
Tra i neo-conservatori che influenzano l’amministrazione Bush, non manca chi si pone l’obiettivo «wilsoniano» di portare la democrazia al Medio Oriente, come passo fondamentale per una modernizzazione del mondo islamico. Essi, come è stato osservato, hanno il loro modello storico nella espansione della Francia rivoluzionaria e napoleonica che con le baionette diffuse i principi dell’Ottantanove, allargando allo stesso tempo i confini e la sfera di influenza dello Stato francese. Questa prospettiva è discutibile. È giusto difendere, anche preventivamente, una civiltà minacciata, non altrettanto giusto esportarla con i missili o le baionette. È però più fruttuosa un’analisi oggettiva e concreta dei risultati dell’azione di governo di George W. Bush, piuttosto che un’impervia indagine sulle intenzioni palesi od «occulte» del presidente americano e di chi ne ispirerebbe i disegni. Le guerre, e le paci, si giudicano dai risultati. Ora, se si analizzano oggettivamente, al di là delle intenzioni, i risultati, non si può negare che dopo aver smantellato il regime talebano e la dittatura di Saddam, gli Stati Uniti, pur senza aver risolto definitivamente il problema, hanno inferto un duro colpo al terrorismo internazionale e contribuito a contenere, almeno per il momento, la pressione islamica contro l’Occidente. Hans Morgenthau scrisse che Wilson «seguì la politica giusta, ma la seguì per ragioni sbagliate». Ammesso che le ragioni del presidente Bush e dei neo-conservatori siano talvolta sbagliate, sembra difficile negare che il governo americano abbia seguito, fino a oggi, la politica giusta e che questa politica possa contribuire a definire un nuovo paradigma nelle relazioni internazionali del Ventunesimo secolo.