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Come nel 1945: riscriviamo l’ordine globale

RISK
di José Maria Aznar
risk n.5 - Ottobre - Gennaio 2005

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risk5
Oggi stiamo vivendo non soltanto un momento turbolento delle relazioni internazionali, ma probabilmente addirittura il punto di passaggio da un ordine a un altro, in cui ciò che è caduco stenta a morire, e il nuovo ancora non ha acquisito tutta la sua forza. Per questo motivo riflettere e discutere del significato e della realizzazione dei cambiamenti avvenuti dai tempi di Yalta mi appare un esercizio non soltanto lodevole, ma addirittura necessario. Nei momenti particolarmente duri come quelli che stiamo vivendo, soprattutto coloro che come noi hanno scommesso sul fatto che la credibilità delle Nazioni Unite fosse in gioco di fronte a Saddam Hussein e hanno creduto che il cambiamento di regime in Iraq fosse la porta per un futuro migliore, di libertà e prosperità, e non soltanto per gli iracheni ma per l’intera area mediorientale, non possono che plaudire al fatto di poter constatare che esistono Paesi e governi che rimangono saldi in questi ideali. Gli italiani per esempio hanno sofferto attacchi e perdite numerose in Iraq, ma al contempo hanno saputo essere all’altezza delle circostanze, e sono convinto che i loro sforzi e sacrifici saranno riconosciuti.
Io ho creduto in una Spagna attiva e costruttiva nel gioco mondiale, e ho fatto quanto era in mio potere nel corso degli otto anni a capo dei miei governi perché così fosse. Credo di averlo in parte realizzato. Allo stesso modo, ho creduto che il legame transatlantico fosse la colonna vertebrale della nostra sicurezza e prosperità, e ho fatto ciò che ho potuto per rinforzarlo. Pochi giorni fa ho letto una frase del grande filosofo spagnolo Juliàn Marìas, con cui non potrei essere più d’accordo. Il filosofo diceva che «è un errore parlare di Europa come qualcosa di separato». E aggiungeva che «l’Europa non esiste se non come parte dell’Occidente, che è l’Europa più l’America. Se vivessero staccate l’una dall’altra, sarebbero come mutilate», concludeva Marìas. Credo che questa sia una grande verità. Americani ed europei conserviamo i medesimi principi democratici e politici, condividiamo le manifestazioni della cultura, e affrontiamo con uguale decisione le nuove sfide che la storia ci presenta. Per questo, di fronte alle minacce ai nostri valori e alle nostre libertà è logico cercare risposte congiunte. Allo stesso modo, di fronte alle domande di progresso e sviluppo economico delle nostre società, è necessario che entrambe le sponde dell’Occidente lavorino in maniera coordinata. Dal mio punto di vista, sono molti i campi in cui dobbiamo cooperare e fondere le nostre politiche, europea e americana, in un’unica politica occidentale. Inizierò quindi facendo riferimento ai valori più preziosi che abbiamo in comune: la democrazia, la libertà e la sicurezza. La vecchia pelle dell’Europa mostra ancora alcune cicatrici di ciò che fu la seconda guerra mondiale. Paradossalmente, quei fatti drammatici significarono anche l’unica speranza di libertà per milioni di uomini. Roosvelt e Churchill, due leader “visionari”, furono coloro i quali, con la formulazione della Carta Atlantica, posero nella difesa della libertà il valore supremo che costituiva il cardine degli interessi americani ed europei. Pochi mesi fa abbiamo commemorato il sessantesimo anniversario della Normandia, in cui le forze anglo-americane sbarcarono in Europa la bandiera della libertà che il nazismo mirava a distruggere. Quell’episodio sarebbe stato anche un primo freno alle pretese di un altro pericoloso totalitarismo, quello comunista, le cui ferite, sotto la forma della dittatura, non cessano di cicatrizzarsi in diverse regioni del mondo.
Tuttavia, oggi so bene che la battaglia per la libertà è sempre una battaglia incompiuta: che i nemici della società aperta non sono scomparsi. E che disgraziatamente la storia mette alla prova le nazioni e i loro leader, nel dilemma se difendere la libertà e la democrazia o se voltare stupidamente lo sguardo dall’altro lato. Nel mio caso, mi è stato sempre chiaro. I fatti lo dimostrano. La Spagna in cui credo è un Paese con una vocazione atlantica chiara e permanente. Una nazione che si assume le proprie responsabilità internazionali in Europa e nel mondo. Una democrazia occidentale che condivide gli sforzi e i sacrifici con amici e alleati nella difesa delle libertà. Konrad Adenauer. Jean Monnet, Robert Schumann, Alcide De Gasperi, e un’intera generazione di politici e pensatori europei (tra i quali includo anche lo spagnolo Salvador de Madariaga) hanno dedicato la loro vita all’azione politica e alla riflessione intellettuale sull’Europa. Azione e riflessione che resero possibile il progetto di pace, libertà e unità che oggi è l’Unione europea. I padri fondatori sapevano che la costruzione dell’Europa unita passava non soltanto per i trattati economici, ma per il rafforzamento imprescindibile dell’Alleanza atlantica e la protezione dei valori comuni. Per questo hanno dedicato le loro migliori energie al consolidamento del legame transatlantico che garantiva la tanto necessaria pace europea. I pericoli che oggi minacciano le nostre democrazie occidentali sono diversi per natura e portata da quelli che incombevano sui Paesi che nel 1949 firmarono la propria adesione, a Washington, al Patto atlantico. Però sappiamo anche che i nostri nemici attuali mirano senza dubbio a qualcosa di simile: mettere fine alla nostra convivenza pacifica, distruggere le nostre democrazie, paralizzare il nostro progresso. In definitiva, a toglierci la nostra libertà. E per tentare di raggiungere i loro obiettivi, ricorrono a un’arma vecchia e ben nota, il ricatto terrorista.

Bin Laden e i suoi seguaci di Al Qaeda, radicati nel loro fanatismo, hanno dichiarato il «jihad», la guerra santa, alle nazioni occidentali, di cui essi attaccano la civiltà, la cultura, i sistemi di valore, perché li considerano contrari alla loro fede e alla loro visione dell’essere umano. Il terrorismo islamico si mostra così come un prolungamento del terrorismo anarchico che piagò l’Europa della fine del Diciannovesimo secolo o del terrorismo di stampo nazionalista del Ventesimo, che ancora sopravvive disgraziatamente in alcune delle nostre nazioni. Tuttavia, spogliati dei loro aggettivi, tutti i terrorismi sono uguali: ricattano lo Stato, e perseguono obiettivi identici: la distruzione delle libertà. L’11 settembre del 2001 i terroristi di Al Qaeda colpirono sanguinosamente le Torri gemelle di New York, come simbolo della civiltà occidentale, ma dobbiamo menzionare il fatto che questo non fu né il primo né l’ultimo attentato contro nazioni occidentali. La Spagna ricorda con dolore i tragici successi terroristici dell’11 marzo. La rete terroristica di Bin Laden uccide credendo che le decadenti democrazie occidentali si piegheranno davanti al terrore dei suoi atti indiscriminati, che i loro deboli governi cederanno al ricatto dei corpi mutilati e le loro fragili società crolleranno come castelli di carte. I nostri cittadini tuttavia non devono lasciarsi ingannare: sono loro, il loro modus vivendi, la loro etica, i loro valori, i loro diritti individuali, la loro vita, a costituire il primo obiettivo del terrorismo. A mio modo di vedere, è un grave errore dividersi e indebolirsi. Le nazioni occidentali devono lavorare coordinatamente e senza fratture affinché la nostra reazione sconfigga il terrorismo. Senza chiaroscuri, preservare la nostra libertà e la nostra sicurezza presuppone a volte l’affrontare il terrorismo lì dove esso germina. Mi pare, pertanto, una necessità quella di contribuire al consolidamento del nuovo governo iracheno e di aiutare la ricostruzione politica ed economica dell’Iraq. L’Europa deve fare ogni sforzo per sveltire la lotta al terrorismo. Riconoscerlo come la nostra principale minaccia non è sufficiente. L’Unione europea deve approvare nuove iniziative che rinforzino concretamente la sicurezza di tutti gli europei. La Spagna diede impulso alla definizione dell’atto terroristico, all’ordinamento europeo di detenzione e consegna, così come alla compilazione della lista delle organizzazioni e dei membri terroristi. In questa lotta, europei e americani dobbiamo lavorare congiuntamente e la cooperazione di tutti i Paesi occidentali deve essere la peggior notizia che i terroristi possano ricevere. Perché soltanto da una medesima fermezza di convinzioni, da una costante collaborazione politica internazionale, e dall’esigenza morale di appartenenza a una medesima realtà comune, quella dell’Occidente, potremo combattere la peggiore delle piaghe che oggi minacciano i nostri diritti e le nostre libertà. Far fronte alla provocazioni terroriste con costanza e sacrificio farà in modo che le nostre società siano più libere e sicure. Fuggire la battaglia ci renderà, al contrario, più deboli.

Ho detto all’inizio che viviamo non solo momenti turbolenti, ma un grande cambiamento, un cambiamento profondo da un ordine internazionale e strategico a qualcosa di nuovo, ancora in buona sostanza da definire. Ci troviamo di nuovo «al momento della creazione», ma sessanta anni più tardi. I leader del 1945, con la loro particolare esperienza degli anni di guerra, pensarono che la pace e la prosperità del mondo sarebbero state meglio servite dalla fortezza nazionale e da una complessa trama istituzionale multilaterale. L’Onu e la Nato ne sono due buoni esempi. Il confronto Est-Ovest impedì che l’Onu potesse realizzare il suo sogno di servire da governo universale e qui, con l’eccezione della guerra del Golfo del 1991, il multilateralismo ha sofferto più rovesci e frustrazioni che avanzamenti e successi. Nel campo occidentale, al contrario, la Nato, a fianco di altre istituzioni, ha prodotto procedure e maniere di affrontare i problemi essenzialmente multilaterali. Si poteva essere multilaterali, confidare in soluzioni multilaterali, perché le istituzioni funzionavano. Il problema oggi è che abbiamo le stesse istituzioni che nacquero nel dopoguerra (e sto parlando della seconda guerra mondiale) e tutti gli sforzi che abbiamo realizzato dal 1989 per adattarle al nuovo scenario strategico sono molto lontani dal poter essere considerati dei successi. Il caso delle Nazioni Unite è evidente. Come ha ben segnalato il presidente Bush all’Assemblea generale dell’Onu nel settembre 2002, ciò che ne stava minando la credibilità era la sua inazione di fronte alle continue violazioni delle sue risoluzioni, e tornare a essere un organismo internazionale serio e rispettato costituiva la sfida per l’Organizzazione. Come abbiamo visto nel corso di tutta la crisi dell’Iraq, questo alla fine non è stato possibile. E sebbene fossero stati fatti passi in avanti con la risoluzione 1441, nel Consiglio di Sicurezza, come sempre, prevalsero le posizioni nazionali sugli interessi generali. Anche l’Alleanza ha sofferto nel corso della crisi con l’Iraq. Basti ricordare la paralisi del Consiglio atlantico sull’autorizzazione per avviare i piani contingenti per difendere la Turchia in caso di guerra, che si potè risolvere solo con lo stratagemma di abbassare il foro decisionale dal Consigli atlantico al livello del Comitato dei piani di difesa. Ma un anno e mezzo più tardi, quando si pensava che le ferite fossero sulla buona strada per la guarigione, al vertice di Istanbul sono tornate differenze apparentemente inconciliabili. La decisione della Francia e dell’attuale governo spagnolo di porre il veto all’invio in Afghanistan della Forza di risposta rapida della Nato, per non parlare delle divergenze sul possibile ruolo nella ricostruzione dell’Iraq, dicono molto poco della visione comune e della necessaria unità di criterio e attuazione che sono la base di ogni alleanza difensiva. Si suole dire che uno è multilaterale quando può, e unilaterale quando non esistono altre vie. Con quello che continuiamo a vedere nei fori internazionali, dovremo dire che uno è multilaterale quando glielo consentono, e unilaterale quando può. Io credo però che lo spirito dei leader del 1945 vada preservato. È possibile che le istituzioni che abbiamo, o i loro meccanismi decisionali, siano del tutto inadeguati. Questo però non equivale ad affermare che siamo tornati a un mondo senza regole dove trionfa il più forte come nell’antico e selvaggio West. Il mondo sarà più facilmente gestibile e tutti noi ne beneficeremo se lavoriamo insieme, nella misura del possibile, per la sicurezza e il benessere futuri. La chiave, senza dubbio, è proprio nella misura del possibile. L’Iraq ha presupposto almeno due conflitti simultanei: il primo, della morale internazionale contro Saddam, e l’altro, di alcuni Paesi preoccupati più di essere un contrappeso alla democrazia americana che di combattere le reali minacce al mondo libero. Io credo che entrambe le questioni vadano affrontate. I mezzi per avviare definitivamente il futuro libero e costituzionale dell’Iraq sono chiari, particolarmente attraverso il trasferimento di sovranità dello scorso 28 giugno. La formula per vincere la seconda, disgraziatamente, non è tanto chiara. Potrebbe essere il momento di riscoprire la Carta Atlantica, cui ho fatto cenno in precedenza, e riscriverla alla luce delle nuove circostanze. Forse è arrivata l’ora di pensare un’Alleanza per la libertà e la prosperità che riunisca i Paesi desiderosi di promuovere entrambi gli obiettivi allo stesso modo. Quando Roosvelt e Churchill, sul medesimo Oceano Atlantico, firmarono la Carta Atlantica il 14 agosto 1941, essi firmarono qualcosa di più di una dichiarazione in difesa della libertà di commercio e navigazione, a favore dei governi eletti liberamente e contro la tirannia che attanagliava l’Europa. Con quella dichiarazione, che in seguito avrebbe ispirato la Carta fondamentale dell’Organizzazione della Nazioni Unite, veniva stabilito che la libertà della persona e i suoi diritti individuali erano valori superiori condivisi dall’Occidente. Senza dubbio questi principi e valori vigono oggi più che mai. Dobbiamo renderci conto del fatto che condividere dei valori significa anche condividere la responsabilità di difenderli, e l’anelito a svilupparli. Significa sapersi impegnare, e non fuggire di corsa. Significa, in sintesi, il coraggio di confrontarsi con i problemi, chiamarli col loro nome e fare tutto il possibile per cercare di risolverli, piuttosto che conviverci malamente.

(Traduzione dallo spagnolo di Mario Rimini)
 

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