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Ci saranno le elezioni?

RISK
di Carlo Jean
risk n.5 - Ottobre - Gennaio 2005

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risk05
Il passaggio dei poteri dall’Autorità Provvisoria della Coalizione al governo ad interim iracheno è avvenuto dopo poco più di un anno di occupazione militare e di proconsolato americano. Per certi versi è avvenuto troppo tardi; per altri troppo presto...

Perché troppo tardi
Il ritardo nel trasferimento della sovranità ha facilitato la convergenza, e talvolta la cooperazione, fra nazionalisti iracheni ed estremisti islamici, sia sunniti che sciiti. Entrambi hanno trovato temi propagandistici non tanto nella religione, quanto nella mitologia nazionale irachena, basata sui ricordi della rivolta del 1920 contro l’occupazione britannica. Anch’essa aveva visto l’alleanza fra sunniti e sciiti e fra nazionalisti e xenofobi (l’islamismo radicale non aveva le caratteristiche e l’importanza che assume ai nostri giorni). La rivolta era stata riassorbita concedendo da un lato ampia autonomia alle varie tribù e grandi famiglie, in cui sono frammentati la società e il potere nelle tre regioni (o vilayet) e nelle diciotto province irachene (la diciannovesima, il Kuwait, era stata scorporata dal vilayet di Bassora perché Londra voleva mantenere il controllo diretto sulle sue risorse petrolifere). La rivolta era stata poi neutralizzata mettendo sul trono di Baghdad un re hashemita, Feysal. Dotato di un vero e proprio genio diplomatico, egli concluse accordi con le varie tribù. Era appoggiato da un nucleo di ufficiali iracheni sunniti, già dell’esercito ottomano, formati al nazionalismo dai «giovani turchi», fortemente anti-britannici e anti-colonialisti e per questo motivo allontanati dal potere dalle autorità britanniche. Per il loro tramite si consolidò il predominio dei clan sunniti sulle componenti curde e sciite al livello di potere centrale. A livello locale, tribù e famiglie mantenevano una forte autonomia. La monarchia fu spazzata via da un colpo di Stato militare nel 1958. Il successivo governo del secolare partito Ba’ath e la dittatura di Saddam Hussein non distrussero la realtà del potere locale. Esso è riemerso in tutta la sua forza con il collasso del regime di Bagdad. La gestione del post-conflitto da parte dei due proconsoli americani – il generale Garner e l’ambasciatore Bremer – è stata a dir poco disastrosa. Ora diventa difficile riportare l’ordine in Iraq e garantire un minimo livello di sicurezza che permetta la ricostruzione e anche la legittimazione del governo ad interim con elezioni, precedute dalla riunione di un’assemblea consultiva di notabili. Forse l’unica forza che potrebbe farlo senza difficoltà è rappresentata dagli esponenti del vecchio regime, che però oggi guidano la resistenza nazionalistica. La cattura di Saddam non ha modificato la loro determinazione. È stata invece vista con favore dagli islamisti locali e dai terroristi internazionali, di cui è stato eliminato un concorrente potenzialmente ancora pericoloso. Il primo grande errore americano fu quello di non intervenire subito per impedire i saccheggi seguiti all’occupazione–liberazione del Paese, anche perché la mitologia dell’hi-tech aveva indotto a ridurre il numero degli effettivi, trascurando le esigenze del post-conflitto.
Il secondo errore è consistito nella «de-ba’athificazione» e nello scioglimento dell’esercito. Il terzo, nell’alternanza tra over-reaction agli attacchi e cedimenti, che hanno consentito ai rivoltosi di cantare vittoria. Infine, un errore è stata anche la scelta poco accurata dei membri del Consiglio di governo, individuati fra esuli senza seguito politico locale e spesso disprezzati dagli iracheni. Di questi facevano parte taluni individui improbabili, designati sulla base delle «simpatie» di personalità del Pentagono e delle Cia. Inoltre, agli americani era completamente sfuggito il fatto che Saddam Hussein, dopo la sconfitta del 1991 e la rivolta curda al Nord e sciita al Sud, si era «riconvertito» all’Islam per garantire la propria sopravvivenza. La tradizionale ideologia baathista, fondata sul nazionalismo arabo-iracheno, non costituiva più la forza unificante del Paese. Il segnale più visibile di tale mutamento fu l’aggiunta della scritta «Allah è grande» sulla bandiera nazionale irachena. Stranamente, la cosa sembra essere stata sottovalutata dai responsabili americani.
Proprio sugli elementi del Partito Ba’ath e sugli ufficiali della Guardia repubblicana si sarebbero potute costruire le istituzioni più forti. Molti esponenti di rilievo del Partito Baath si erano dissociati da tale islamizzazione e si erano recati in esilio; tra questi Iyad Allawi, primo ministro e uomo forte del nuovo governo ad interim. Egli si oppose inutilmente all’ordine di «de-ba’athificazione» impartito dall’ambasciatore Bremer, e successivamente allo scioglimento dell’esercito iracheno. Sarà difficile per Allawi acquisire presso gli iracheni la credibilità e legittimità necessaria. Anche se li convincerà che sta facendo i loro interessi - non quelli degli americani – sarà destinato a rimanere ancora a lungo un generale senza truppe. Secondo taluni esperti, il ritorno della sovranità agli iracheni sarebbe una presa in giro. Al limite, potrebbe trasformarsi in una tragedia non solo per l’Iraq, ma anche per il Golfo, per gli Stati Uniti e per il mondo intero. Infatti, un fallimento potrebbe provocare una situazione simile a quella afghana o a quella somala. Al limite, l’Iraq potrebbe trasformarsi in una base terroristica, e destabilizzare gli Stati confinanti. In alternativa, potrebbe scoppiare una guerra civile, che provocherebbe inevitabilmente l’intervento diretto o indiretto dei Paesi vicini. Per inciso, altrettanto sconvolgenti sarebbero gli impatti in tutto il mondo arabo di una federalizzazione e democratizzazione dell’Iraq, cioè l’attuazione piena del programma neocons. La prima perché in tutti gli Stati arabi esistono minoranze che chiederebbero di divenire autonome. Potrebbero collassare molti Stati del Golfo, compresa l’Arabia Saudita, per la rivolta delle loro represse minoranze sciite. Anche la democratizzazione dell’Iraq (qualsiasi cosa si intenda con tale termine, data la difficoltà di creare una democrazia di tipo occidentale in Stati rimasti tribali e privi di «democratici») si trasformerebbe in una vera e propria valanga che destabilizzerebbe la regione, anziché promuovere riforme negli altri Stati arabi. Comunque, per contrastare le milizie, ormai consolidatesi, il governo ad interim dovrà fare ricorso agli americani. Il loro intervento lo delegittimerà ulteriormente agli occhi degli iracheni, mentre rafforzerà ancora i capi della resistenza. Ammesso che sopravviva fino alle elezioni, Allawi avrà difficoltà a organizzarle e gestirle in modo ragionevolmente accettabile. Per tutti questi motivi, il ritardo di un anno nella restituzione della sovranità agli iracheni è stato disastroso e ha eroso la credibilità degli Stati Uniti.

Perché troppo presto
Per altri versi, il trasferimento dei poteri è avvenuto troppo presto. La stabilità può essere fondata solo sul consolidarsi di una classe media, quindi sulla ripresa economica, la quale, a sua volta, presuppone un certo livello di sicurezza. La borghesia, o quanto rimane di essa, è terrorizzata dalle violenze, dai saccheggi e dai sequestri di persona a scopo di estorsione. La criminalità domina. Le famiglie più ricche si sono dotate di «vigilantes» o chiedono l’aiuto delle milizie. La situazione è simile a quella di uno Stato premoderno. Essa è stata facilitata dalla liberazione massiccia da parte di Saddam, prima dell’inizio del conflitto, di migliaia di criminali comuni.
Senza una rete di interessi rappresentati da associazioni di categoria, cioè senza un embrione di società civile, è difficile mantenere unito un Paese politicamente frammentato come l’Iraq. Ne sarebbe capace solo un nuovo Saddam, che impugnasse le bandiere dell’anti-americanismo e del nazionalismo arabo-iracheno e che, beninteso, disponesse della forza necessaria per imporsi. Sinora non è stato trovato. È difficile che possa esserlo il nuovo primo ministro Allawi. Nonostante la sua indubbia personalità, manca della base tribale necessaria, ha poteri limitati dal diritto di veto del presidente Ghazi al-Yawar e, anche se volesse imporre un certo ordine, non dispone della forza necessaria. Da molti iracheni è poi considerato un fantoccio al servizio degli Stati Uniti. I suoi sforzi per differenziarsi dagli americani dovrebbero indurlo a resistere o a boicottare le loro iniziative. Però non può spingersi oltre un certo limite, poiché ne ha troppo bisogno per contrastare le milizie. Tanto sarebbe valso lasciare ancora agli Stati Uniti la responsabilità dell’occupazione, fino al momento in cui la ripresa dell’economia, il conseguimento di un certo grado di sicurezza e la costituzione di forze armate e di polizia irachene efficienti, e, soprattutto, affidabili. Oggi però le forze armate e di polizia sono più legate alle loro tribù che al potere centrale. Per di più gli americani – non certi della loro fedeltà – le hanno equipaggiate con un armamento inferiore a quello dei miliziani. Allawi sta adottando l’unica soluzione pragmaticamente possibile: incorporare le milizie nell’esercito e nella polizia. Infine, il trasferimento dei poteri è avvenuto troppo presto perché i massicci aiuti stanziati dal Congresso per la ricostruzione dell’Iraq potessero stimolare l’economia irachena. Solo un ventesimo dei 18,4 miliardi di dollari è stato sinora effettivamente speso. La burocrazia americana della contabilità degli aiuti ha contribuito a tale ritardo.
L’economia irachena – nonostante la mancanza di sicurezza, gli attentati e i sabotaggi ai servizi pubblici e alla rete degli oleodotti – sta riprendendosi. Indubbiamente ciò è per la gran parte fondato sul fiorire delle economie «nera» e «grigia» che si avvantaggiano dell’assenza di un’autorità centrale. Di conseguenza, criminalità e signori della guerra locali - siano essi nazionalisti o islamisti - prosperano nel vuoto di potere esistente. La nefasta decisione del primo amministratore americano – il generale Garner – di non intervenire contro gli episodi criminali e i saccheggi nella prima fase dell’occupazione con la semplicistica motivazione che non si trattava di attentati contro le truppe Usa, non ha giustificazione. Essa ha eroso la già ridotta fiducia esistente nella popolazione irachena nei confronti degli americani, persuadendola che siano occupanti e non liberatori. Ha terrorizzato la borghesia, fondamentale in ogni progetto di stabilizzazione e di democratizzazione del Paese. Alla fine gli americani ce la faranno, ma con costi e tempi enormemente superiori a quanto sarebbe stato possibile con una migliore gestione del dopoguerra.

Saranno possibili le elezioni?
Nella situazione di caos in cui si trova l’Iraq, con il dominio delle milizie e di bande di criminali o di terroristi, non si vede come si potranno effettuare le elezioni previste per l’inizio del 2005. È addirittura realistico esprimere dubbi sulla possibilità che i membri dell’attuale governo ad interim sopravvivano fisicamente fino a quella data.
La confusione è accresciuta dal fatto che la Risoluzione 1548 ha demolito taluni pilastri portanti della Carta costituzionale, la cui approvazione nel marzo 2004 era stata presentata al mondo come uno dei maggiori successi dell’ambasciatore Bremer, soprattutto in tema di protezione delle minoranze e di federalizzazione dello Stato. Il quadro costituzionale del Paese è incerto. Profondi e inconciliabili sono i contrasti sul tipo di sistema elettorale da adottare. Troppo rilevanti sono gli interessi, mascherati spesso da dibattiti sui «massimi sistemi». Elezioni dirette favorirebbero gli sciiti, che sono la maggioranza degli elettori. Sono perciò considerate con preoccupazione dai curdi e dai sunniti, che temono il dominio sciita, anche se non sembra diffuso il timore che venga instaurato un regime di tipo khomeinista, in cui il potere politico è esercitato direttamente dal clero. La gran parte di quello sciita iracheno ha sempre rifiutato un coinvolgimento diretto al potere. Lo sciismo iracheno è diverso da quello persiano. Come si è detto, considera con orrore la possibilità che il clero assuma dirette responsabilità politiche. Uno dei motivi del fallimento dell’insurrezione degli sciiti dell’Iraq meridionale nel 1991 è stato il fatto che la loro massa era contraria al regime khomeinista degli Ayatollah, mentre i capi della rivolta erano favorevoli a un trapianto in Iraq dell’esperienza iraniana. Per le prossime elezioni sarebbe sicuramente preferibile il metodo indiretto, previsto nella Carta di Bremer, in cui il voto sarebbe espressione delle varie province e dei differenti clan. Esso salvaguarderebbe, anche a prezzo delle inefficienze provocate dai veti incrociati, le autonomie e anche i diritti delle minoranze. Si eviterebbe poi il pericolo di un’altra dittatura, questa volta sciita. D’altronde, in nessun Paese islamico è stata finora possibile un’alternanza politica, se non con la forza o con colpi di Stato. Si sono invece sempre affermati regimi politici in cui un gruppo di tribù domina gli altri e un «uomo forte» mantiene l’unità del Paese. In questo senso, pericolosissima non è solo la democrazia – come dimostrano i disastri del Libano e dell’Algeria – ma anche un altro dei caposaldi della politica americana: la privatizzazione dell’economia. Il mantenimento delle imprese e servizi pubblici sotto il controllo dello Stato consente ai governi arabi di creare la fedeltà dei loro collaboratori, con un’attenta distribuzione delle cariche societarie e relative prebende. Se l’economia venisse privatizzata e la corruzione eliminata, tali incentivi si ridurrebbero sensibilmente. Democrazia e libero mercato possono affermarsi solo in società mature. Possono evitare tensioni solo se sono soggette alle regole della legge, cioè a un potere non solo legittimo, ma anche sufficientemente forte da imporre la legge agli elementi riottosi.

Il contesto geopolitico dell’Iraq nel Golfo
Anche se gli Stati Uniti e il nuovo governo iracheno riusciranno a pacificarlo, la stabilità e l’unità del Paese rimarranno fragili per un lungo periodo. Sull’Iraq aleggerà lo spettro della guerra civile e della frammentazione. È lo scenario più pericoloso. Se si verificasse, provocherebbe l’instabilità dell’intera regione del Golfo. Infatti, saranno inevitabili le reazioni degli Stati vicini - soprattutto Turchia, Iran e Siria, in cui vivono minoranze curde - ma anche da parte di quasi tutti gli Stati del Golfo, a partire dall’Arabia Saudita. Quest’ultima ha sempre nutrito rivendicazioni su parte dell’Iraq, specie sulle province sud-occidentali. Inoltre, considera disastroso non solo per i suoi interessi geopolitici, ma anche per la sua stabilità interna, la costituzione di un’entità politica sciita autonoma nell’Iraq meridionale e, ancor più, la caduta dell’intero Iraq nelle mani degli sciiti. L’Iran si rafforzerebbe e le dinastie sunnite del Golfo diventerebbero a rischio.
Gli sciiti sono ovunque minoranze. In taluni Paesi, come il Bahrein, quest’ultimi costituiscono addirittura la maggioranza della popolazione. Gli sciiti sono ovunque oppressi dai clan sunniti che hanno il controllo del potere centrale, dell’esercito e delle ricchezze petrolifere. La situazione è simile a quella dell’Europa ai tempi delle guerre di religione oppure dei Balcani degli anni Novanta. Gli Stati appoggeranno i correligionari in rivolta nei Paesi vicini. Tutti considerano con estrema preoccupazione l’evoluzione della situazione in Iraq. Temono che un ritiro americano determini lo scoppio di una guerra civile nel Paese. Ciò li obbligherebbe a intervenire, senza sapere bene con quali risultati. Le reti terroristiche presenti nei loro territori potrebbero rafforzarsi e forse prendere il potere. I movimenti islamisti – terroristi e non – rappresentano la principale minaccia agli attuali regimi arabi. La politica che questi hanno finora seguito – repressione del fondamentalismo all’interno e sostegno diretto o indiretto a quello esterno, per il tramite delle charities islamiche – non può più tenere dopo l’11 settembre. L’affermazione di Bush «o con noi o con i terroristi» non vale solo per i Paesi europei, ma soprattutto per quelli islamici. Essi, più dei primi, dipendono dal sostegno statunitense. Non per nulla le manifestazioni contro l’attacco all’Iraq sono state molto contenute, per evidenti pressioni dei governi arabi. Nonostante la retorica, tutti i Paesi hanno mantenuto un atteggiamento molto prudente, di fatto cooperativo con gli americani.

L’Iraq e la guerra al terrorismo
Se all’inizio l’attacco all’Iraq poteva essere considerato separato dalla guerra al terrorismo, oggi certamente ne costituisce un episodio. Come tale, è interesse di tutti i Paesi – islamici, occidentali e asiatici - che venga vinta. Un’astensione dal partecipare alla stabilizzazione dell’Iraq comporterebbe comunque la marginalizzazione degli Stati che hanno l’ambizione o l’interesse o la necessità di contare sulla scena internazionale. Un intervento a fianco degli americani metterebbe però quasi tutti i governi arabi in gravi difficoltà, dato l’anti-americanismo diffuso nelle loro opinioni pubbliche e l’esistenza al loro interno di reti terroristiche pronte a intervenire. Certamente tutti sperano – senza dirlo però troppo forte – che gli Stati Uniti ci riescano. A tal riguardo, il rivale di Bush – John Kerry – sembra ancora più determinato dell’attuale presidente. L’opinione pubblica americana continua a preferire la «linea dura», ed entrambi i candidati ne devono tener conto. La tentazione di taluni governi di sottrarsi ai pericoli di attacchi terroristici con accordi più o meno palesi con i terroristi e con una politica anti-americana, poteva essere giustificata con il terrorismo palestinese degli anni Settanta. Allora fu seguita da molti Stati arabi e da quasi tutti i Paesi europei. Oggi, però, non rappresenta una soluzione praticabile per fronteggiare il terrorismo. Recenti episodi confermano che l’attenzione di bin Laden si sia rivolta all’economia occidentale e alle sue vulnerabilità. D’altronde, sia a New York che a Madrid, il terrorismo transnazionale ha dimostrato la sua abilità strategica nel concepire e condurre attacchi multipli e coordinati. A parte va considerato il rischio sugli approvvigionamenti energetici. Alcuni lo minimizzano ricordando che il Gia algerino non ha mai attaccato gasdotti e oleodotti. Al-Qaeda potrebbe invece ridurre grandemente le capacità d’esportazione saudite e degli altri Paesi del Golfo. Le potenzialità di estrazione, raffinazione e trasporto oggi esistenti sono sfruttate al massimo per l’aumento dei consumi della Cina e dell’India e per la ridotta entità degli investimenti effettuati negli anni. Un attacco massiccio agli impianti petroliferi del Golfo provocherebbe una recessione economica mondiale. Già l’aumento attuale del costo del greggio non frena solo la crescita dell’Occidente, ma sta provocando costi enormi nei Paesi non produttori del Terzo Mondo. È quindi interesse di tutti chiudere al più presto la partita irachena, tappa importante della guerra al terrorismo.
Le classi al potere negli Stati arabi si trovano di fronte a un vero e proprio dilemma rispetto al problema dell’Iraq. Infatti, anche un completo successo degli Usa e il raggiungimento degli obiettivi indicati dai neoconservatori – cioè la democratizzazione dell’Iraq per provocare, tramite un «effetto domino», una riforma politica al loro interno – minerebbe le basi del loro potere. Lo dimostrano i dibattiti sulle riforme tenuti nell’ambito della Lega Araba. Gli attuali governanti arabi sono consapevoli che, nel loro Paese, elezioni veramente libere verrebbero vinte da bin Laden e che, comunque, il loro potere assoluto potrebbe essere mantenuto solo con una repressione militare di tipo algerino. Molti però dubitano della fedeltà delle loro forze armate e temono che parte di esse si unirebbero agli islamisti, fatto che non è avvenuto in Algeria. Le difficoltà incontrate dagli americani in Iraq hanno paradossalmente avvicinato numerosi governi arabi agli Stati Uniti. Molti sono oggi più disponibili di quanto lo fossero nel passato a collaborare con questi ultimi sia nella guerra al terrorismo, sia nella stabilizzazione dell’Iraq. Taluni sembrano addirittura orientati ad adottare qualche cauta riforma al loro interno, che renda meno fragili i loro regimi, almeno nel lungo periodo. Il loro comportamento dipenderà comunque dall’andamento della situazione irachena. Gli Stati islamici non possono troppo esporsi per la stabilizzazione dell’Iraq, dato l’antiamericanismo delle loro opinioni pubbliche. Va poi tenuto conto che essi – eccetto l’Iran – sono governati da sunniti. Gli sciiti iracheni vedrebbero con sospetto il loro intervento. Rimane in essi vivo il ricordo della distruzione nel Diciannovesimo secolo della Grande Moschea di Najaf a opera dei wahhabiti e i ripetuti tentativi di annessione delle regioni occidentali dell’Iraq da parte dell’Arabia Saudita nel secolo scorso.
Se i Paesi confinanti con l’Iraq non sono parte della soluzione, essi sono però parte del problema iracheno. Se non possono concorrere direttamente alla stabilizzazione dell’Iraq, possono però sostenere fazioni secessioniste irachene o alimentare con armi, volontari e supporto politico l’azione dei rivoltosi. Forse solo la Turchia – minacciando un intervento militare in caso di costituzione di uno Stato curdo, ed anche qualora i curdi estendessero il loro territorio ai ricchi campi petroliferi di Kirkuk e di Mosul – rappresenta un elemento stabilizzante, favorevole al mantenimento dell’unità irachena. I curdi la temono. Infatti, mantengono un bassissimo profilo in attesa di vedere come evolva la situazione. Ankara si oppone a un’entità autonoma, che potrebbe appoggiare la resistenza dei curdi nell’Anatolia sud-orientale. Per questo ha sostenuto le richieste sciite di abolire, nella Risoluzione 1548, ogni accenno all’autonomia e al diritto di veto delle tre componenti dell’Iraq, nonché al diritto dei curdi di non disarmare le proprie milizie peshmerga. Nel periodo travagliato che sta attraversando l’Iraq, esse costituiscono l’unico elemento di sicurezza su cui i curdi possono fare affidamento, anche perché sono divisi in due gruppi rivali che si sono affrontati più volte con le armi. Non possono neppure fare completo affidamento sull’aiuto degli Stati Uniti, da cui peraltro hanno sempre ricevuto supporto e di cui hanno sostenuto l’azione. In caso di tentativo curdo di secessione, non è da escludere che Washington chieda addirittura l’intervento della Turchia.
L’unico aspetto positivo è paradossalmente rappresentato dal fatto che una mancata stabilizzazione dell’Iraq potrebbe portare a una vera e propria catastrofe geopolitica del Golfo, disastrosa non solo per gli iracheni, ma per tutti gli Stati della regione del «Grande Medio Oriente». Tale pericolo dissuade da guerre civili ed è uno stimolo alla stabilizzazione. Nessuno Stato confinante auspica l’implosione dell’Iraq. Tutti sono ben consci del pericolo rappresentato da tale eventualità. Non è molto, ma è sempre qualcosa che potrebbe favorire una composizione dei vari interessi e forse – caso in verità pressoché unico nel mondo islamico – l’adozione di compromessi fra le varie fazioni contrapposte. Tale paura, nonché la gestione centralizzata della produzione petrolifera, costituiscono elementi che rafforzano le prospettive di una stabilizzazione dell’Iraq e possono contribuire al mantenimento dell’unità irachena.

Gli scenari possibili
Taluni scenari circa il futuro dell’Iraq possono essere esclusi:
- la restaurazione della monarchia hashemita. Essa è stata proposta dal principe di Giordania Hassan, smentito però dalla corte di Amman. Non è mai stata considerata seriamente dal governo americano e gode in Iraq dell’appoggio di solo qualche nostalgico sunnita. Sciiti e curdi sono fortemente contrari a tale soluzione;
- una divisione pacifica del Paese nelle sue tre componenti – sciita, curda e sunnita – con trasferimento più o meno volontario delle popolazioni per realizzare una omogeneizzazione etnico-religiosa, come era stato praticato in Europa nel periodo delle guerre di religioni (cuius regio eius religio), oppure fra Turchia e Grecia nel 1923;
- sembra anche da escludersi, almeno per qualche tempo, un ritiro americano, del tipo di quello avvenuto nel Vietnam. Potrebbe verificarsi solo fra diversi anni, qualora il Paese non venga stabilizzato. Tuttavia, l’effettuazione negli Stati Uniti o in Occidente di altri attacchi terroristici, lo renderebbe del tutto improbabile. Aumenterebbe, infatti, la determinazione di farla finita con il terrorismo transnazionale.
Non resta che la strada obbligata della stabilizzazione, secondo la roadmap prevista dalla Risoluzione 1548 delle Nazioni Unite - oppure, in alternativa, la guerra civile. Quest’ultima potrebbe assumere varie configurazioni, giacchè i legami interni tra vari clan e tribù sono decisamente più saldi di quelli esistenti fra i tre grandi gruppi (sciiti, sunniti e curdi) in cui sono divisi gli iracheni. È però improbabile che si crei una situazione di tipo afghano o somalo, in quanto esistono in Iraq forti gruppi nazionalisti e, forse con l’eccezione dei curdi, una salda coscienza nazionale, confermata anche dal fatto che gli sciiti iracheni si sentono arabi e sono rimasti fedeli all’Iraq nella lunga guerra contro i loro correligionari iraniani. La stabilizzazione - nonostante le sue difficoltà - appare l’eventualità più probabile. Essa potrà verificarsi con modalità diverse e in tempi più o meno lunghi. In primo luogo, può variare dalla costituzione di uno Stato semi-federale - con un livello accettabile di legittimità e di sostegno da parte di tutte le principali componenti della società irachena - al ritorno al potere della Guardia repubblicana e al sostegno più o meno dichiarato degli Usa a un nuovo Saddam. I tempi potrebbero essere accorciati qualora gli americani lasciassero fare al governo ad interim, frenando il loro naturale attivismo e interventismo - purtroppo accompagnati finora da una scarsa comprensione delle realtà psicologiche e sociali irachene. I tempi della stabilizzazione potrebbero essere abbreviati anche con una maggiore cooperazione fra le democrazie occidentali e un loro concorso più consistente soprattutto per la ripresa economica irachena. Il secondo scenario – quello della guerra civile – potrebbe verificarsi a seguito del fallimento delle elezioni, oppure per il cedimento dell’opinione pubblica americana dopo diversi anni di costoso impegno e stillicidio di perdite, o anche da una radicalizzazione della politica curda. Il risultato delle elezioni presidenziali americane non avrà alcuna influenza al riguardo. Infatti, quale che sia, il nuovo presidente americano non potrà abbandonare l’Iraq. Vi scoppierebbe una guerra civile che provocherebbe l’intervento e, quindi, lo scontro fra gli Stati confinanti. Il problema iracheno innescherebbe una vera e propria rivoluzione geopolitica mondiale; potrebbe suggellare il declino dell’Europa (Russia compresa); la fine della globalizzazione e dell’impero americano; il ritiro degli Stati Uniti nell’ «emisfero occidentale». Già oggi molti americani ritengono che gli Usa debbano trarre dai Paesi produttori delle due sponde dell’Atlantico i rifornimenti energetici loro necessari, mediante lo sviluppo delle capacità produttive non solo del Venezuela e del Messico, ma anche della Nigeria e dell’Angola e, a più lungo termine, del Canada. Lo sostengono soprattutto coloro che propongono un ritiro americano dall’Iraq e dal Golfo, e che non ritengono una tragedia che l’Iraq cada nelle mani degli sciiti più o meno legati a Teheran. Ciò provocherà diverse rivolte sciite nei Paesi del Golfo e forse il collasso dell’Arabia Saudita, i cui giacimenti di petrolio più ricchi si trovano proprio nella regione prossima al Golfo dove vive una forte maggioranza sciita. Non è da escludere che, in tal caso, Cina ed India, dipendenti dal Golfo più degli Stati Uniti, intervengano per garantirsi i rifornimenti energetici. L’Europa non ha la volontà e forse neppure i mezzi per farlo. La sua posizione nel mondo si indebolirà quindi notevolmente. Insomma, i giochi in Iraq sono ancora aperti. Non riguardano solo quel Paese, ma gli assetti geopolitici del Ventunesimo secolo. La soluzione più probabile – e, per fortuna, anche quella più favorevole ai nostri interessi - è quella della progressiva stabilizzazione del Paese. Essa dovrebbe ricevere impulso dalla fine della campagna presidenziale americana. Quest’ultima determina sì qualche incertezza sulla durata e l’intensità dell’impegno americano - ma la realtà è che i due candidati hanno, nei riguardi dell’Iraq, programmi praticamente identici.
 

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