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Alle radici di un’amicizia

RISK
di Gianluca Ansalone
risk n.6 - Febbraio - Maggio 2005

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risk6
Gli anni della presidenza di Jfk sono passati alla storia per una patina mitologica e leggendaria che copre molte delle iniziative politiche condotte personalmente dal presidente e dal suo agguerrito staff.
Tra queste ultime, spicca senza dubbio la celebre vicenda della Baia dei Porci e l’impegno ideologico kennedyano per la libertà e per il contenimento dell’ideologia sovietica nel mondo. Il «Frontierismo», come è conosciuta l’ideologia politica di Jfk, si applicò a diversi ambiti della vita nazionale ed internazionale degli Stati Uniti di quegli anni: dalla ricerca tecnologica alla politica estera, dalla conquista dello spazio all’allargamento dei legami strategici con i Paesi di un’area già al tempo instabile e vitale, quella del Medio Oriente.
Questo interessante volume di Warren Bass, senior fellow presso il Council on Foreign Relations e redattore tra i più apprezzati della rivista Foreign Affairs, apre un filone di ricerca storica prolifico sulla politica mediorientale di Kennedy, ed in particolare sulla nascita dell’amicizia tra Washington e lo Stato ebraico.
Il tentativo di Bass è quello di restituire dignità, nella storia diplomatica degli Stati Uniti, alla politica mediorientale di Kennedy. Molti storici, difatti, posizionano il periodo kennedyano, se visto dagli occhi del Medio Oriente, come una parentesi di passaggio tra la Crisi di Suez e la guerra dei Sei giorni, tra l’impassibilità marziale di Ike Eisenhower e il calore texano di Lyndon Johnson.
Nel mezzo c’è tutt’altro che un buco nero: c’è la nascita di una relazione speciale, quella tra Stati Uniti ed Israele, che oggi viene quasi percepita come scontata sullo scenario internazionale.
Le relazioni tra Eisenhower e Ben Gurion erano molto poco cordiali ed Israele veniva percepito a Washington come un elemento di destabilizzazione dello scacchiere mediorientale, area in cui gli Usa erano concentrati soprattutto a mantenere una relazione petrolifera privilegiata con le monarchie del Golfo e della penisola arabica. Eisenhower aveva espresso il suo disappunto per il ruolo israeliano nella crisi di Suez e per aver coinvolto Francia e Inghilterra nel conflitto. Inoltre, il range delle opzioni mediorientali degli Stati Uniti si ridusse ulteriormente a causa dei sospetti a Washington che Nasser fosse in realtà vicino all’ideologia socialista e potenzialmente incline ad essere corteggiato da Mosca.
Kennedy rilanciò con forza il frontierismo in quell’area del mondo: porte aperte e disponibilità verso tutti gli interlocutori mediorientali, pur di evitare uno slittamento di influenza verso l’Unione Sovietica.
Nasser fu incapace, legato dalle forze interne, di approfittare del nuovo corso. Ben Gurion ne fece il suo punto di forza, superando le resistenze dell’ostico contesto politico israeliano. Chaim Weizmann, primo presidente dello Stato ebraico, spingeva perché il movimento sionista guardasse al Regno Unito; il partito laburista Mapam si rivolgeva piuttosto alla Francia ed al suo possibile ruolo in Medio Oriente. Per Ben Gurion, l’America era un’aspirazione, la Francia una consolazione.
Ben Gurion capì che la disponibilità dimostrata da Kennedy poteva essere la chiave per una amicizia di rendita strategica duratura e fruttuosa. Kennedy è stato il primo a decidere la fine dell’embargo sugli armamenti a Tel Aviv. Dopo la sua presidenza, Washington si trovò a decidere quali armamenti trasferire a Israele, non se trasferirli. Il primo atto fu la vendita, nel 1962, di missili americani Hawk a Tel Aviv. Il segretario alla Difesa, McNamara, spiegò al Congresso che si trattava di una mossa strategica fondamentale per evitare un eccessivo squilibrio tattico rispetto ai vicini arabi. Le fondamenta di una tale amicizia, però, sono state anche messe da un’assoluta lungimiranza politica israeliana. Il governo di Tel Aviv si dimostrò difatti parecchio flessibile di fronte alla richiesta di Kennedy di inviare ispettori presso la centrale di Dimona, nel deserto del Negev, dove la Cia sospettava fossero condotti i primi esperimenti di arricchimento di materiale fissile per la bomba atomica. L’amicizia con gli Usa era recentissima, e Tel Aviv avrebbe potuto chiudere le porte ad una invasione di sovranità. Così non fu e la fiducia reciproca crebbe.
In sintesi, sono due i punti di novità di questo libro di Warren Bass: il primo è che la relazione tra Usa ed Israele non è da considerarsi come un dato scontato nello scenario globale. Essa ha una storia politica fatta di atteggiamenti politici, che avrebbero potuto anche determinare un corso differente degli eventi. Kennedy, infatti, doveva anche affrontare il problema di come non scontentare troppo i vicini arabi che, in qualsiasi momento, avrebbero potuto guardare a Mosca.
Il secondo dato rilevante è che la politica di Kennedy non fu unilaterale. Egli applicò il Frontierismo al Medio Oriente lanciando una politica Arabo-israeliana, di apertura ad ogni possibile amico (da qui il titolo del volume, Support Any Friend).
Gli Stati Uniti, a quel tempo, dovevano mantenere in piedi un mosaico di interessi strategici complesso: tenere aperto il Canale di Suez, evitare qualsiasi interruzione dell’approvvigionamento di petrolio verso l’Europa, tenere basso il livello di tensione tra Tel Aviv e i vicini arabi in modo da non favorire la penetrazione di Mosca nell’area, scoraggiare la proliferazione missilistica.
Questi erano i veri obiettivi di politica estera di Washington. Israele e il suo establishment politico si dimostrarono attenti ed utili rispetto a queste esigenze. Kennedy lo capì e inaugurò una stagione di rapporti sempre più solidi con lo Stato ebraico.
 

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