Alfio Caruso è un siciliano doc, innamorato della sua terra, che vorrebbe vedere più prospera e dinamica, e della sua gente, che vorrebbe vedere più libera. Avevo letto altri suoi libri e questa era l’idea che mi ero fatto della persona, anzi, del personaggio. Idea confermata quando, nell’autunno scorso, l’ho sentito parlare con pacata assertività sotto una tenda che ci riparava dalla pioggia scrosciante, mentre presentava Arrivano i nostri a un convegno di Azione giovani.
Se in Perché non possiamo non dirci mafiosi analizzava la complessa psicologia dei suoi conterranei, che accusa di non aver mai cercato, da sfruttati, di liberarsi degli sfruttatori, ma di aver tentato e di tentare ogni via per farne parte, fino a dedurne, da siciliano, che la mafia esiste perché esistono i siciliani, in quest’ultimo libro denuncia e analizza, documenti alla mano, gli intrecci e le collusioni che, prima e dopo lo sbarco alleato in Sicilia, hanno caratterizzato il rapporto tra mafia, politica e istituzioni. Intrecci e collusioni che, secondo Caruso, sono alla base di quella che poi è stata la linea di sviluppo dell’Italia del dopoguerra. Di nome in nome, di famiglia in famiglia, fino ai giorni nostri.
Mafia consapevole, quindi, come associazione a delinquere, e mafia inconsapevole, come atteggiamento mentale già acquisito da molti italiani in termini comportamentali e socio-culturali.
Se l’Europa è stata liberata dagli anglo-americani, in avanzata verso Est, e dai Sovietici, in avanzata verso Ovest, l’affrancamento del continente dalla morsa nazista è cominciato da Sud, con lo sbarco in Sicilia. I ventidue mesi di percorso ad ostacoli cominciano il 10 luglio 1943, quando gli anglo-americani mettono piede sull’isola, sbarcando tra Licata e Siracusa. In un paio di giorni prendono terra circa 80mila uomini della Settima armata americana del Generale Patton e dell’Ottava armata britannica del Generale Montgomery. Il 17 agosto cade Messina e la Sicilia è conquistata, al prezzo di 5mila morti anglo-americani, 5mila italiani e 3mila tedeschi. «Tra il tradimento di tanti e l’eroismo di pochi», dice Caruso.
Le munitissime piazzeforti di Augusta e di Pantelleria, comandate da Ammiragli, si arrendono senza sparare un colpo, ma alcune unità del nostro Esercito combattono strenuamente, strada per strada, spesso prendendo l’iniziativa. Il maggiore Cenni, alla testa del Quinto stormo Tuffatori, si immola con i suoi piloti per contrastare lo sbarco in Calabria quando il generale Castellano aveva già firmato l’armistizio sotto la tenda di Cassibile. Ma a Cenni ed ai suoi piloti nessuno si era premurato di dirlo. Il nome di Castellano ricorre spesso nell’intreccio descritto da Caruso. I tedeschi evacuano la Sardegna, verso la Corsica, l’8 settembre 1943, mentre nella notte del 3 settembre due divisioni inglesi erano già sbarcate sulla penisola, a Reggio Calabria.
Il 10 settembre è raggiunta Brindisi, il 14 Cosenza, il 15 Bari ed il 28 Foggia. Nella notte tra l’8 e il 9 settembre sette divisioni americane e britanniche, partite da basi africane, sbarcano a Salerno, e il 16, dopo sanguinosi combattimenti con i tedeschi e gravi perdite, si congiungono con gli inglesi provenienti dalla Calabria. Il Comandante in capo delle forze alleate in Italia è ora il britannico Alexander.
Tra il novembre 1943 e il settembre 1944, mentre un’aliquota di truppe alleate lascia l’Italia in vista dello sbarco in Normandia, la Quinta armata americana e l’Ottava armata britannica risalgono la penisola lungo le costiere. Si combatte sul Sangro, sul Garigliano, sul Rapido e, tra il 22 gennaio e il 4 marzo, nella testa di ponte di Nettuno. Roma è liberata il 4 giugno, e i tedeschi, ritirandosi verso la Linea gotica, cedono il terreno a caro prezzo. Dopo sette mesi Clark, nuovo Comandante in capo, riprende l’iniziativa e a partire dal 19 aprile 1945 le Armate alleate dilagano in pianura. Anche il Nord, dopo un altro anno di lutti, di guerra civile e di «pulizia etnica», finirà per ritrovare un po’ di pace.
Di tutto ciò, Arrivano i nostri si sofferma sopra tutto sugli eventi della campagna militare in Sicilia, con episodi spesso inediti, raccolti tra chi li ricorda perché vissuti, o scrupolosamente tratti dalla cospicua documentazione d’archivio italiana, inglese e statunitense. «Non dobbiamo dimenticare»- dice Caruso in un’intervista - «che l’Italia di oggi è quella che venne decisa sotto la tenda di Cassibile il giorno dell’armistizio».
È assai poco noto, per esempio, che in documenti ufficiali britannici consultati da Caruso risulta come Aimone d’Aosta, ammiraglio di rango della Marina subentrato nel titolo di duca dopo la morte in prigionia del fratello Amedeo, eroe dell’Amba Alagi, sia stato colui che ha suggerito agli inglesi lo sbarco in Italia «per far cadere il fascismo», o che il generale Castellano, emissario di Badoglio, fosse «affiliato» sia alla massoneria che alle cosche, o che don Vito Genovese, che a Palermo indossava una fiammante divisa americana, durante il governo militare alleato della Sicilia per un certo periodo avesse di fatto svolto un ruolo da vice-governatore, o come i più noti nomi delle «famiglie» che ancora oggi affliggono l’isola, emigrati dopo la «cura» del prefetto Mori, siano rientrati al seguito delle truppe americane, per poi ramificarsi in tutto il Paese.
Di estremo interesse le collusioni degli indipendentisti, da Finocchiaro Aprile ad Antonio Canepa, il capo dell’ala militare, e l’uso spregiudicato che ne è stato fatto dai servizi segreti anglo-americani, e forse anche dai nostri, fino, come dice Caruso, alla conclusione dei «giochi politici».
Arrivano i nostri è un libro che, senz’altro interessante sotto il profilo della cronistoria militare, riesce a far meditare alquanto sulla nostra identità. E, perché no, anche sulle confuse origini della nostra democrazia.