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I suicidi del pianeta

RISK
di Andrea Tani
risk n.6 - Febbraio - Maggio 2005

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risk6
Nel suo celebre best seller di qualche anno fa Armi, acciaio e malattie (Einaudi, 1998) Jared Diamond, docente di svariate discipline all’Ucla di Los Angeles e uno dei massimi teorici del determinismo storico di matrice geografico-ambientale, ha sviscerato il come e il perché le civiltà occidentali abbiano sviluppato le tecnologie e il know how che hanno permesso loro di dominare il mondo negli ultimi cinquecento anni, plasmandolo sempre più a loro immagine e somiglianza. In questo straordinario follow on, Collapse, lo stesso autore illumina uno dei più avvincenti misteri della storia: la scomparsa subitanea di alcune civiltà che ha avuto luogo nel corso dei secoli, in vari angoli di mondo, non per aggressione esterna, ma per una specie di suicidio inconsapevole. Diamond si interroga sul perché questo destino sia stato riservato ad alcuni e non ad altri, e sugli insegnamenti che i contemporanei possono trarne. Le vicende che hanno portato ai vari collassi vengono analizzate con un puntiglioso rigore scientifico e raccontate con uno stile straordinariamente coinvolgente. Sono state scelte in base al loro valore esemplare, come model case di un laboratorio transcontinentale. Alcune sono quasi sconosciute e di modesto spessore storico, come quelle che hanno riguardato alcune isole del Pacifico, Pasqua, Henderson e Pitcairn (dove si rifugiarono gli ammutinati del Bounty), due colonie vichinghe in Groenlandia, quattro tribù del Nuovo Mondo, Tiwanaku e Moche in Sud America, Anasazi e Cahokia in Nord America. Altre sono molto più note e rilevanti, come Micene e Creta nel Mediterraneo, Maya in Mesoamerica, Zimbabwe in Africa, Angorwat e Harappau Indus in Asia. Si accenna anche alle civiltà che si sono salvate, nonostante fossero incappate in analoghe difficoltà, come il Giappone, Giava, Tikopea, Tonga, l’Olanda, la Germania rinascimentale ed altre. Come in Armi, acciaio e malattie, Diamond svolge le sue tesi attraverso una molteplicità di narrazioni storiche e scientifiche, tutte riconducibili alla sua formazione multidisciplinare. La novità ed il fascino dei suoi libri risiede proprio in questa pluralità di prospettive, amalgamate da una straordinaria potenza sinergica e divulgativa.
L’autore identifica le cause principali che hanno determinato il collasso delle sue civiltà-modello, isolatamente o in combinazione fra loro: danneggiamento ambientale, modifiche radicali del clima, rapporti ostili e/o amichevoli con i vicini e la risposta delle elìte delle varie società ai predetti stimoli. Per ogni caso sono messe in evidenza le specifiche ragioni. Esse vanno dal semplice danno ambientale autoinflitto dell’isola di Pasqua, il caso più semplice, all’insieme di tutte le cause, che si esprime compiutamente nel più complesso esempio di suicidio annunciato - quello, struggente e assurdo, delle colonie vichinghe in Groenlandia. Viene presentata una quantità sconvolgente di fatti, dati e riscontri, operando una correlazione interstorica che proietta gli insegnamenti ai giorni nostri. La conclusione - inaspettata - si materializza in un drammatico allarme che riguarda i contemporanei: il metabolismo della nostra civiltà presenta tutte le patologie descritte, e queste hanno superato i livelli di allarme. Abitiamo un’unica gigantesca colonia vichinga.
I problemi ambientali che il mondo fronteggia oggi sono, infatti, gli stessi del passato, con una serie di aggiunte, peculiari della modernità: mutamento climatico indotto dalle attività umane, accumulazione dei rifiuti tossici sull’ambiente, carenza di energia, eccessivo sfruttamento della capacità di fotosintesi del pianeta. La sommatoria di queste iatture sta diventando critica, e lascia poco spazio a qualsiasi rimedio. Ad oggi, l’80 per cento delle culture agricole mondiali è stato danneggiato dal degrado ambientale, metà delle foreste originali sono scomparse, il clima si è modificato per le emissioni di Co2, le acque sono contaminate quasi dappertutto ed è in atto un’esplosione demografica incontrollata. Il progresso economico e la diffusione di un’informazione sconsiderata stanno spingendo i sei settimi dell’umanità a rincorrere spasmodicamente il livello di vita del settimo più affluente. Il sistema mondiale non è governato e sta diventando ingovernabile.
Diamond affronta i guai contemporanei con lo stesso enciclopedico rigore che ha riservato a quelli antichi, e presenta le sue sconfortanti conclusioni con la medesima chiarezza. I model case di oggi - Cina, Stato del Montana, Australia, Haiti, repubblica Dominicana, Rwanda - sono altrettanto emblematici e differenziati sul piano tipologico, geografico ed economico dei loro omologhi trascorsi. L’esempio più impressionante è quello del Rwanda. Contrariamente a quello che hanno riportato i media, il genocidio che vi è avvenuto non ha una vera ragione politica. Ha soprattutto cause ambientali, legate alla combinazione di un disastro ecologico in pieno sviluppo con la dinamica demografica più elevata dell’Africa. La miscela che si era creata all’inizio degli anni Novanta era assolutamente esplosiva e l’Olocausto nero che ne è scaturito non è stato altro che la sua folle conseguenza.
Le differenze fra i pericoli del passato e del presente sono rilevanti, ma gran parte a sfavore dei contemporanei. Le persone che calpestano il pianeta sono enormemente aumentate, le sue ricchezze no. Se e quando si verificherà la promozione dei sei settimi degli have not al rango di abbienti di prima classe, la madre terra dovrà tirar fuori quattro o cinque volte le risorse che oggi offre ai suoi figli. Anche i più ottimisti si domandano come ciò possa avvenire. Un’altra fondamentale differenza rispetto al passato è costituita dalla globalizzazione. Quando i Maya o i vichinghi della Groenlandia commettevano il loro suicidio collettivo, la vicenda si concludeva in sé stessa. Oggi le conseguenze di un fallimento si riverberano immediatamente ovunque. Gli effetti esterni sono molto concreti e altrettanto subitanei: guerre civili infinite che calamitano interventi stranieri e producono instabilità, proliferazione di armamenti, migrazioni incontrollate, malattie, terrorismo, lesione dei rapporti regionali, minacce per aree e funzioni vitali per la fisiologia del sistema internazionale.
La modernità ha anche i suoi effetti positivi, naturalmente, come il fatto di aver potuto imparare dalle esperienze degli altri e la disponibilità di strumenti tecnologici che non sono solo forieri dei disastri ecologici indirettamente procurati per conseguirli. Come Collapse mette in luce, la speranza che tali strumenti possano contribuire in modo determinante a riparare i guasti ambientali del pianeta è viva e legittima, anche se il nostro professore è abbastanza scettico (ma non Bill Gates, che difese con calore questa tesi in un recente dibattito con il medesimo).
Qualche esempio già s’intravede, come il rammendo in corso del buco nell’ozono, le energie alternative, il nucleare sicuro, gli Ogm, la rivoluzione verde, la telematica, i nuovi combustibili, il controllo delle nascite, la riforestazione, l’antincendio, ecc. Bisogna vedere se le nuove tecnologie arriveranno in tempo per scongiurare una catastrofe che secondo Diamond è imminente, e se la politica che regna su tutto saprà affrontare questa sfida, che fa impallidire ogni altra. I segnali a disposizione non sembrano un buon viatico. L’indifferenza della destra alle tematiche ambientali, e la proterva negazione dell’indispensabilità del nucleare da parte di quella sinistra che vuole salvare il genere umano - da se stesso, in particolare - costituiscono due esempi dell’inadeguatezza dell’attuale sistema culturale e decisionale ad affrontare le nuove tematiche, e non sono i soli. Sotto questo aspetto Collapse rappresenta un importante contributo al superamento di un contesto vecchio e inadeguato. Il suo valore non è tanto e solo in quello che dice, ma in quello che penserà la gente dopo averlo letto. Sopratutto se i milioni di lettori che stanno decretando lo straordinario successo del libro tradurranno le loro convinzioni in adeguate deleghe di governo.
 

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