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La Libia nonostante tutto

RISK
di Ludovico Incisa di Camerana
risk n.6 - Febbraio - Maggio 2005

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risk6
Una guerra che non si doveva fare: la conquista militare di uno scatolone di sabbia senza nessuna prospettiva, allora, di ricchezza. La conquista di una terra che avrebbe dovuto assorbire la nostra emigrazione, che dopo il 1911 invece continuerà raggiungendo i sei milioni e mezzo d’individui contro poco più di centomila, solo in parte coloni, insediati in una falsa terra promessa. Una conquista che non accresceva il peso strategico dell’Italia in un Mediterraneo centrale, dominato da una parte dalla base britannica di Malta e dall’altra dalla base francese di Biserta in Tunisia, anzi lo indeboliva, disperdendo le nostre forze armate, esponendole, data la precarietà delle comunicazioni marittime, alla sconfitta, come accadrà durante la Seconda Guerra mondiale.
L’impresa danneggia gli stessi interessi italiani: si contrappone infatti alla politica di lenta e pacifica penetrazione commerciale nell’impero ottomano, avviata dalle nostre repubbliche marinare e proseguita dai governi nazionali, blocca la fornitura di navi da guerra alla marina turca da parte dei nostri cantieri (si giunge perfino da parte della nostra marina ad affondare a Beirut una cannoniera turca allestita in Italia). Si mette a rischio l’attività dei 70mila italiani, residenti nell’impero turco, colpiti da un provvedimento di espulsione. L’Italia, inoltre, si muove controcorrente rispetto alle altre grandi potenze che hanno terminato più o meno brutalmente il ciclo delle operazioni coloniali e non ostacolano i movimenti pacifisti in corso nel primo decennio del Novecento: le conferenze dell’Aja, i premi Nobel per la pace, di cui uno toccherà all’italiano Teodoro Moneta. Infine l’Italia, sia pure involontariamente, risveglia il nido di vipere balcanico che sfrutta l’occasione per saltare addosso all’impero ottomano. Il nostro Paese dovrà accelerare in modo precipitoso i negoziati di pace con la Sublime Porta per evitare di trovarsi impigliata nella guerra balcanica, che sta per cominciare, procurandosi l’antipatia di quei Paesi che contavano sull’alleanza italiana. Un pace frettolosa che non toglierà comunque all’Italia, in un sistema europeo basato su equilibri calcolati e soppesati, la fama di potenza «destabilizzante».
In un saggio come sempre acuto e brillante, Sergio Romano, dopo aver enumerato tutti i motivi che sconsigliavano l’intervento, così li riassume: «Non è vero che la Libia fosse ricca, non è vero che fosse in grado di assorbire la disoccupazione italiana e non è vero che fosse un obbiettivo dell’imperialismo economico italiano». Eppure Romano riconosce l’inevitabilità della guerra, non tanto come operazione esterna, ma come strategia di politica interna. E così che concepisce la spedizione in Libia uno statista cauto e prudente come Giovanni Giolitti, il primo ministro dell’epoca. Il Paese è in uno stato febbrile, risente ancora dell’onta di Adua. La geografia è travisata dall’entusiasmo: una sponda mediterranea opposta e relativamente distante diventa la quarta sponda italiana, viene ribattezzata con il nome romano, Libia. Tuttavia non si tratta di una predestinazione geopolitica, perché semmai, tali potevano esserlo la Tunisia e l’Albania, ma di una predestinazione morale, obbligatoria, la rivincita della «grande proletaria delle nazioni» di Pascoli, di un Paese rimasto con un patrimonio coloniale irrisorio (la sola Eritrea e qualche avamposto in Somalia).
Si farà la guerra, respingendo le proposte turche di avviare un negoziato. La marina italiana comincerà la guerra con entusiasmo: «Il cosmopolitismo - scrive Romano - la rendeva bellicosa e temeraria, negli anni in cui le platee italiane risuonavano delle grida di Marco Gratico nella Nave di d’Annunzio, i giovani ufficiali della marina vivevano in chiave di supremazia marittima e di gloria sui mari la febbre nazionalistica di cui era pervaso il Paese. La guerra italo-turca era la grande occasione che essi attendevano». In una guerra di movimento porteranno la loro offensiva nel Mediterraneo orientale, fino alle isole dell’Egeo e ai Dardanelli e inizieranno le operazioni terrestri con lo sbarco a Tripoli, sempre inseguiti da una scia di poemi epici di Gabriele d’Annunzio. Entusiasti saranno anche gli aviatori. Come ricorderà uno storico svedese Sven Lindqvist, «tutto ciò che facevano era stupendamente nuovo. Uno di loro montò un apparecchio fotografico nel suo velivolo e scattò le prime fotografie aeree. Un altro fece il primo bombardamento notturno, un terzo sganciò la prima bomba incendiaria, un quarto fu il primo ad essere abbattuto. Qualsiasi cosa facessero, erano dei pionieri».
L’esercito, composto da coscritti e non da soldati di professione come l’Indian Army britannica, l’Infanterie coloniale e la Legione straniera francese, si mosse con pesantezza arroccandosi in via generale nelle piazzeforti costiere. Nemmeno il trattato di pace con l’impero ottomano comporterà la fine delle ostilità. Si passerà da una guerra vera e propria ad una guerriglia, che verrà duramente repressa negli anni Trenta dal generale Graziani. Solo allora comincerà un principio di colonizzazione italiana in alcune aree.
Al testo sulle vicende belliche e sul loro retroscena interno e internazionale Romano ha aggiunto un’analisi del regime libico e del suo leader Muammar el Gheddafi, al potere ormai da trentasei anni. Durante questo periodo Gheddafi ha tentato di fare della Libia, come ebbe a dire espressamente, «il Piemonte» dell’unità araba. Non riuscendo a far avanzare questo progetto, Gheddafi annuncerà un’unione totale con l’Egitto prima e poi con la Tunisia. «Nessuno di questi matrimoni avrebbe avuto luogo - commenta Romano - se la piccola Libia non avesse promesso di portare in dote le sue ricchezze petrolifere. Ma nessuno di essi venne consumato». Il petrolio giustifica anche la pazienza dimostrata verso la Libia da Paesi consumatori come l’Italia, indotta a una politica remissiva di fronte a certi attacchi del leader libico, che peraltro, ultimamente, dopo gli eventi iracheni, sembra orientato verso una linea occidentalista.
 

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