L’era delle guerre mondiali moderne, durata cinque secoli dal 1494 al 1989, ebbe inizio col ciclo delle guerre dette appunto «italiane» (1494-1544). Prima che l’epicentro della conflittualità europea si trasferisse nelle Fiandre, fu proprio il Giardino delle Esperidi a forgiare - al prezzo della sua identità politica, sepolta con Giovanni delle Bande Nere da un perfido falconetto italiano - il primo linguaggio, la prima letteratura e i primi fondamenti tecnico-scientifici della moderna arte occidentale della guerra. «Chi non vuole portare le armi proprie, porta quelle altrui», ammoniva Machiavelli. La riconosciuta eccellenza dei contractors italiani non bastò a bilanciare la scomparsa politica dell’Italia. Rovinata dalla spedizione di Carlo VIII di Francia (1494-95), la reputazione militare dell’Italia non fu compensata dalla Disfida di Barletta, svoltasi nel 1503 con l’arbitrato dei veneziani e vinta da tredici cavalieri italiani che combattevano nell’esercito spagnolo di Consalvo di Cordoba contro tredici spocchiosi campioni francesi (tenuti prigionieri finché non pagarono il riscatto miliardario alla «nazionale» dell’epoca). Cinque anni dopo la Disfida, Aldo Manuzio pubblicò, dandole il titolo di Adagiorum Chiliades, la seconda edizione dell’eruditissima raccolta di «migliaia di proverbi» redatta da Erasmo da Rotterdam (1467-1536). Alla voce «Myconius calvus», Erasmo spiegava che era un ossimoro, dato che i Miconi erano proverbialmente famosi per le loro folte capigliature: sarebbe come dire, aggiungeva il dotto, «un russo colto, un italiano bellicoso, un commerciante onesto, un soldato pio o un Cartaginese affidabile» («veluti si quis Scytham dicat eruditum, Italum bellacem, negotiatorem integrum, militem pium aut Poenum fidum»; ed. 1571, p. 325). Una generazione più tardi, piccata dalle critiche rivoltele da Erasmo nel Dialogus ciceronianus, l’Accademia romana rivide le bucce anche agli Adagia e un socio dell’accademia, il curiale Pietro Corsi da Carpi, pubblicò a Roma, nel 1535, una Defensio pro Italia, dedicata al papa Paolo III e incentrata su un rosario di esempi di valore e sagacia militare degli italiani. Erasmo fece in tempo a scrivere una Responsio a Corsi (Opera omnia, tomo X, col. 1749) in cui sosteneva ovviamente che le «eccezioni non confutano, ma semmai confermano la regola»; e si appellava all’opinione di «alcuni eruditi» romani secondo cui i pochi italiani eroici erano in realtà i discendenti dei Goti e di altre barbare nazioni, mentre i veri discendenti dei Romani antichi erano «quelli piccoletti e malnati».
Riesumata nel 1833 da un quadro e da un romanzo storico (entrambi di Massimo D’Azeglio) ed entrata nel repertorio risorgimentale, la Disfida di Barletta sbiadì di nuovo col ricambio generazionale delle ultime maestre elementari patriottarde, sfumando nella filastrocca goliardica su Fanfulla da Lodi, prima di un ultimo sussulto nazional popolare di epoca craxiana (un film con Bud Spencer nel ruolo di Ettore Fieramosca, in cui gli «azzurri» preferiscono giocare in dodici pur di non ammettere in campo una bellicosa donzella, rimandata a fare la calza e a preparare il riposo del guerriero: va bene le donne soldato e prete, ma non scherziamo sul campionato). La polemica erasmiana fu invece del tutto dimenticata, al punto da essere ignorata perfino da Piero Pieri, capofila della moderna storiografia militare italiana, nel famoso saggio sulla Crisi militare italiana nel Rinascimento (1934).
L’unico autore moderno che ne abbia accennato è Santo Mazzarino, il più grande storico italiano del Novecento, il quale sostenne nel 1959 (La fine del mondo antico, rist. 1999, pp. 90-91) che Erasmo, negando le virtù guerriere degli italiani, non avrebbe voluto «offenderli», dal momento che per lui - autore di Querela pacis (Lamento della pace) - quelle virtù erano un disvalore. Del resto lo stesso Mazzarino (ibidem, p. 68) riecheggiava l’argomento «etnico» usato da Erasmo nella Responsio, sostenendo (a proposito della scelta di Attila di attaccare ad Occidente, motivata secondo Prisco dall’idea che fosse quello il fronte «più aspro» della guerra antiromana) che la temibilità dell’Occidente non era data dai resti dell’esercito romano bensì dai guerrieri goti.
In realtà la questione sollevata dalla polemica tra Corsi ed Erasmo fu ripresa e approfondita un secolo dopo da Gabriel Naudé (1600-53), il medico ateo e libertino, bibliotecario del cardinale Mazzarino, segreto ammiratore di Machiavelli (allora all’indice) e autore del primo trattato sul colpo di stato. Naudé ne tratta nella sua Syntagma de studio militari (Classificazione degli studi militari), nel capitolo quinto del primo libro (De patria Tyronis), dedicato all’esame comparato delle differenti qualità militari delle varie nazioni moderne, precisamente nel paragrafo dieci (Italis, pp. 77-80).
Si tenga presente che l’opera, scritta a Rieti, fu stampata a Roma nel 1637, due anni dopo che era terminata la costruzione, a spese del cardinale Scipione Borghese, della chiesa di Santa Maria della Vittoria dedicata alla vittoria cattolica della Montagna Bianca (1620) che aperse la guerra dei Trent’anni, allora ancora in corso. Risentendo l’enfasi guerriera della Controriforma militante, Naudé sfatava il pregiudizio negativo sugli italiani in armi, pensando a quelli che combattevano al soldo spagnolo contro i protestanti, non solo in Germania, ma anche nelle Fiandre e in Brasile (dove furono impiegati, dal 1625 al 1641, l’Escuadra de Nápoles e il tercio abruzzese del marchese di Torrecuso). Per rovesciare la tesi erasmiana dei romani «effeminati», Naudé citava Alessandro il Molosso, che aveva esaltato la propria spedizione contro i Romani, veri guerrieri, rispetto alla «passeggiata» di Alessandro Magno contro le signorine persiane.
Certo la virtù militare dei romani era svanita, ma per ragioni politiche, non etniche: le invasioni barbariche, il «distacco» (discessio) degli imperatori dai romani pontefici (rovesciando la tesi che vedeva proprio nel cristianesimo la causa della decadenza) e il pernicioso settarismo (pernicies factionum), che aveva spinto le singole città d’Italia a proclamarsi indipendenti (sui iuris). Concordava col giudizio di Leonardo Aretino (Historia de suis temporibus) secondo il quale, con la Compagnia di San Giorgio di Alberico da Barbiano (1349-1406) le armi erano tornate per alcun tempo nelle mani degli italiani», ma era «durato poco», perché con la spedizione di Carlo VIII «erano di nuovo cadute estinte, vuoi per insipienza o avidità di principi vuoi per oziosa desuetudine: infatti, come attestava Paolo Giovio, non restava più nessun generale o soldato che avesse visto una cruenta battaglia». Ciò spiegava la vittoria di Carlo VIII e «l’ignominia delle schiere italiane che l’avevano affrontato».
Malgrado ciò l’ossimoro del «Batavo» (Erasmo) era infondato (non veritus fuerit) e Naudé non riusciva a capacitarsi che un uomo tanto insigne avesse potuto con tanta leggerezza insultare così atrocemente gli italiani, considerando il valore delle Bande Nere di Giovannino de’ Medici e dei Tercios italiani in Fiandra. D’accordo, concedeva Naudé, l’inclinazione verso le armi non era distribuita uniformemente in tutte le diverse città d’Italia. «Se dobbiamo credere» alle Forcianae quaestiones (1536) del poligrafo Ortensio Lando (1512-53), i veneti sono ottimi per la flotta, bresciani e bergamaschi per la guerra di trincea, padovani e veronesi per la cavalleria, i fiorentini come esploratori; i genovesi predominano nella guerra navale ma non in quella terrestre; ferraresi e piacentini sono crudeli, i perugini strenui, i pratesi sacrileghi; bolognesi ed emiliani feroci e coraggiosi ma indisciplinati e inconsulti; i napoletani attaccano il nemico intrepidamente e resistono ostinatamente.
Naturale, perciò, che fra tante «nazioni» impegnate in continue guerre intestine, si possano pescare ottime reclute idonee alla guerra. «I tedeschi sono più adatti per la guerra terrestre, inglesi, lusitani e cantari per quella navale, ma gli italiani si illustrarono in entrambe. Tedeschi e spagnoli sono migliori nelle formazioni chiuse che nei combattimenti individuali: ma i tedeschi tengono più saldamente, mentre gli spagnoli scorrazzano dappertutto come gli italiani e, per paura o per audacia rompono le file e sono facilmente battuti. In realtà difficilmente si può trarre profitto da spagnoli e italiani se non sono ben inquadrati. I francesi combattono con tanto gusto da sembrare gladiatori nell’arena, mentre gli italiani sono assuefatti a terminare le inimicizie private colpendo da lontano, con canne più lunghe. Ma infine gli italiani, essendo d’ingegno versatile e nato per tutto, facilmente si dispongono a qualunque impresa nobile o scellerata (facinora), cosicché nulla ad essi manca di ciò che negli altri si considera eccezionale; e soprattutto eccellono quando occorre solerzia e cautela, quando si deve giocare d’astuzia o ingannare il nemico con fatti o con parole».