Per uscire da una situazione di moratoria sul debito, un governo può scegliere di dare priorità alla propria reputazione di «debitore affidabile» di fronte alla comunità internazionale, oppure arroccarsi sulla difesa della sostenibilità della nuova offerta di obbligazioni. La misura del taglio del valore delle obbligazioni in moratoria dipende da questa scelta. La ristrutturazione del debito dell’Uruguay, nel 2003, è il più limpido esempio della prima opzione: in termini nominali i tagli furono praticamente nulli, e il governo mantenne ottime relazioni con il mercato e i creditori. Nel breve periodo i problemi di liquidità vennero risolti, ma oggi il valore del debito supera il 100 per cento del Pil del Paese, e minaccia i bilanci fiscali dei prossimi anni.
L’Argentina ha deciso di imboccare l’altra strada, instaurando un precedente pericoloso e seducente per tutti i Paesi altamente indebitati. Nel caso del default argentino non c’è stato alcun negoziato con i creditori: il governo ha imposto la propria linea con una forza inaspettata. Il presidente, Néstor Kirchner, e il ministro dell’Economia, Roberto Lavagna, hanno puntato tutte le loro carte sulla mancanza di volontà/capacità da parte dei Paesi più colpiti dal default - Italia in primis - di costringere l’Argentina a più generose offerte. La volontà di rimborsare un terzo del debito in trent’anni deriva dalla scelta di massimizzare la sostenibilità delle nuove obbligazioni, a inevitabile detrimento della reputazione del Paese, per lo meno nel breve termine. Salutata in patria come «la migliore negoziazione della storia del mondo», l’uscita dal default permette al governo argentino di voltare pagina.
Il paradigma della sostenibilità del debito, secondo Lavagna, si basa su tre pilastri: moneta debole, bassa inflazione e un avanzo fiscale nell’ordine del 4 per cento nei decenni a venire. Questo mix di fattori si è verificato negli ultimi due anni, grazie ad una serie di elementi congiunturali, quali la moratoria sul debito, che ha rafforzato l’avanzo fiscale; l’emissione di moneta locale da parte della Banca centrale per stimolare la competitività esterna, con un rischio inflazione sempre latente; l’alto prezzo delle commodities, che ha permesso al governo di imporre altissime tasse sulla produzione e le esportazioni cerealicole (fino al 54 per cento nel caso della soia); il recupero della produzione industriale e manifatturiera, congelata negli ultimi anni della parità monetaria con il dollaro.
Per poter garantire tassi di crescita in linea con le previsioni, all’Argentina servono ora importanti investimenti in infrastrutture e produzione industriale. Questa necessità acquisirà carattere di urgenza già nel secondo semestre di quest’anno, quando si prevede la possibilità di crisi energetiche. Il governo pone l’accento sugli effetti positivi del dopo-default, ovvero sull’opportunità di tornare sul mercato dei capitali e abbassare il costo dei prestiti per le imprese. Si scommette sulla memoria corta dei mercati, di organismi quali il Fondo monetario internazionale e delle agenzie di rating, che non avvalorano il «fattore reputazione» tanto quanto un’impresa che deve decidere dove investire.
Fondamentale è il negoziato in corso con il Fmi per rinegoziare 14 miliardi di dollari di debito. Il cuore del problema, in questo caso, è rappresentato dal congelamento dei contratti con le grandi imprese straniere di servizi pubblici. Priorità del governo è obbligare le imprese a farsi carico degli investimenti in infrastruttura previsti dai contratti. Priorità delle imprese è innanzi tutto adeguare le tariffe al nuovo contesto economico dopo la svalutazione del 2002.
Accanto alle richieste delle imprese di aumentare le tariffe dei servizi vi sono quelle dei lavoratori salariati e dei pensionati, che da mesi non ricevono aumenti in linea con l’inflazione reale.
Nella gestione della più grande moratoria sul debito della storia, Kirchner ha raccolto il plauso di quasi tutti i governi sudamericani, in particolare quello dei presidenti venezuelano, Hugo Chávez, e brasiliano, Luis Inácio Lula da Silva. Galvanizzato, il presidente argentino ha rilanciato la scommessa, sconfessando pubblicamente l’autorità del Centro internazionale per la soluzione delle controversie sugli investimenti della Banca mondiale (Icsid nell’acronimo inglese). Nel caso in cui il verdetto dell’Icsid desse ragione ad una delle imprese estere che hanno citato in giudizio il governo argentino per il mancato rispetto dei contratti, a dire di Kirchner dovrà essere la Corte suprema locale a decidere se riconoscere o no tale decisione. Come per l’uscita dalla moratoria sul debito privato, anche in questo caso, la portata di un simile precedente non è immaginabile, visto che dal 1966 nessun governo ha misconosciuto l’arbitrato dell’Icsid. Grazie alla vittoriosa battaglia sul debito e alla probabile dilazione dei pagamenti dovuti agli organismi internazionali, il presidente Kirchner si prepara a raccogliere i frutti politici dei suoi trionfi alle elezioni legislative di ottobre. Per la prima volta dal 2001, ci saranno fondi da investire in attività politicamente redditizie, utilizzando una retorica populista, che ricorda gli anni Settanta e, tesa alla massimizzazione della propria popolarità. Il matrimonio di convenienza con Lavagna dovrebbe resistere almeno fino alla scadenza elettorale, dopodichè l’astro del ministro dell’Economia potrebbe iniziare ad eclissare la figura del presidente, proiettato alle presidenziali 2007. A quel punto è possibile prevedere cambiamenti nella compagine governativa e nella gestione della politica economica. In questa corsa sul bordo del precipizio, il Paese sudamericano manca di una strategia di sviluppo economico e industriale di lungo periodo. La progressiva erosione delle sicurezze giuridiche e delle istituzioni pubbliche, intimidisce gli investitori istituzionali e le imprese europee e statunitensi, più di quanto faccia con quelle latinoamericane, evidentemente abituate a rischi ambientali maggiori. Nel frattempo, crescono gli interessi di tipo speculativo, attratti dalla positiva congiuntura del mercato azionario locale.
I prossimi difficili mesi diranno quanto il governo argentino vorrà e potrà far tesoro degli errori del passato, e impostare i lineamenti di un modello economico in grado di competere nel tempo a livello internazionale. Più difficile sarà lasciarsi alle spalle la reputazione di cattivo debitore che non rispetta le regole del gioco.