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Africa/ Analisi del report di Blair

RISK
di Egizia Gattamorta
risk n.6 - Febbraio - Maggio 2005

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risk6
Quante volte nell’ultimo ventennio sono state lanciate iniziative da economisti e politici del mondo occidentale per salvare l’Africa da un futuro fatto di guerre, di malattie, di povertà, di corruzione, di analfabetismo? Basti ricordare la Commissione Brandt ed i Programmi di aggiustamento strutturale degli anni Ottanta, Live Aid (1985), la Campagna del debito in occasione del Giubileo (2000), il Summit di Monterrey su «Finanza e sviluppo» (2002) ed il Summit di Johannesburg sullo Sviluppo sostenibile (2002). In ognuna di queste occasioni è stata richiamata l’attenzione sui problemi del Terzo mondo, ma non sono poi seguite azioni coerenti da parte dei Paesi ricchi.
Grandi speranze aveva suscitato la creazione nel febbraio 2004 di una nuova Commissione ad hoc, voluta dal Primo ministro britannico, Tony Blair, quale organo tecnico consultivo a supporto del Piano d’azione per l’Africa del G8, nonché delle iniziative varate in ambito europeo. Dopo la presentazione lo scorso 11 marzo del poderoso documento finale (oltre 450 pagine), è lecito domandarsi, anche in questo caso, se si sia dato adito a una nuova illusione. Tre incontri ufficiali e numerose conferenze settoriali a latere con esponenti del mondo della finanza e della società civile africana hanno permesso ai diciassette commissari di preparare un rapporto, che sarà sottoposto all’attenzione dei grandi leader occidentali nell’incontro del prossimo luglio di Gleneagles e in ambito Nazioni unite a settembre, in occasione della revisione del Millennium development goals. Tra le tante zone d’ombra riscontrate dagli esperti, appaiono chiari solo tre elementi: la percezione di un cambiamento in atto nel continente, il richiamo alla responsabilità locale ed a una migliore governance, un ampliamento di impegno finanziario da parte dei Paesi ricchi. Indubbiamente il continente è avviato su un cambio di rotta. Ne sono prova il minor numero di conflitti rispetto agli anni Ottanta e Novanta, il maggior numero di governi eletti democraticamente, il tasso di crescita superiore del quattro per cento raggiunto da almeno quindici Paesi, la volontà di promuovere uno sviluppo basato su ownership e partnership, la trasformazione dell’Organizzazione per l’unità africana (Oua) in Unione africana (Ua) con strutture più attente alle necessità dei popoli africani e adeguate ai tempi post-guerra fredda.
Nonostante tale trasformazione in fieri, restano i drammi del Darfur e dell’Ituri, la violazione sistematica dei diritti dell’uomo, della libertà di pensiero e di espressione in alcuni Paesi africani, un insufficiente sviluppo del sistema sanitario incapace di reagire davanti alla pandemia dell’Hiv/Aids ed imbelle nei confronti di altre malattie (ebola e malaria ad esempio) da tempo già debellate altrove, un apparato educativo arretrato e non ancora completamente usufruibile da parte della giovane popolazione africana. Ecco allora la necessità di una presa di coscienza locale per uno sviluppo completo ed armonico, parallela ad un impegno rafforzato dei Paesi ricchi volto ad aumentare le risorse destinate in assistenza allo sviluppo (con una variazione dall’attuale 0,25 allo 0,7 per cento del Pil). Al di là di tali osservazioni, che potrebbero apparire anche banali, o comunque sulla scia di quanto già proposto dagli stessi africani con il New partnership for Africa’s development (Nepad), c’è il vuoto più totale.
Come si può promettere un rapporto «onesto», quando poi si dimentica l’azione poco trasparente di diverse compagnie britanniche nell’Africa sub-sahariana? In quale modo può concretizzarsi un aiuto straordinario di 25 miliardi di dollari l’anno entro il 2015 quando i maggiori donatori internazionali (Usa e Canada) si ritraggono in anticipo di fronte all’ennesima richiesta di aiuto, perché già coinvolti in determinate iniziative nazionali? Che senso può avere la proposta dello smantellamento delle barriere tariffarie e non tariffarie, o la soppressione del sostegno all’agricoltura occidentale quando Francia e Stati Uniti si negano da subito a tale richiamo? A cosa serve accusare i corrotti e non i corruttori? Pur supportando un incremento finanziario nell’aiuto, quando potrebbe effettivamente sradicarsi la povertà dall’Africa?
La percezione globale è che ancora una volta siano stati evidenziati i mali dell’Africa, ma non si siano esaminate le vere cause di essi e non siano state date risposte concrete. Il documento induce a credere che la costituzione della Commissione Blair sia stata solo un gesto di realpolitik - l’estremo, forse - di un leader che vuole riguadagnare consensi all’interno del partito laburista dopo la guerra in Iraq e che comunque rappresenti una mossa chiara nei confronti dell’Amministrazione americana, un segnale per indicare una divisione di sfere di competenza (secondo tale ipotesi, il Grande Medio Oriente sarebbe preso sotto l’ala protettrice di Washington, mentre l’Africa passerebbe sotto la copertura di Londra). Tuttavia fa pensare la presa di posizione di alcuni docenti universitari africani, tra cui Sam Moyo dello Zimbabwe, secondo il quale, per quanto possano essere necessarie delle strategie esterne, sono più che altro indispensabili precisi piani endogeni e sostenibili sul lungo periodo.
Se il rapporto ha saputo sviluppare una simile reazione ha comunque già raggiunto un risultato ragguardevole.
Non importa che sia l’ultima chance da cogliere per i beneficiari (incapaci nel passato di sfruttare a pieno le opportunità, coinvolti troppo spesso in fenomeni allucinanti di cleptocrazia e corruzione), o l’ennesima promessa fatta da un mondo ricco e distante, oppure un gesto fatto da uno scaltro Primo ministro che si è impegnato per il 2005 ad aumentare fino a un miliardo di sterline il contributo bilaterale al continente africano e ad annullare del cento per cento il debito dei Paesi più poveri. Quello che conta è che ci sia una società civile disposta a comprendere le difficoltà e pronta ad affrontarle. Come recita un proverbio africano igbo «non conoscere è male, ma è peggio non voler conoscere».
 

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