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Stati Uniti/ Nuove alleanze con India e Nepal

RISK
di David J. Smith
risk n.6 - Febbraio - Maggio 2005

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risk6
Dopo il via libera del Senato di fine gennaio, Condoleeza Rice aveva solamente una settimana di tempo per preparare il suo viaggio in Europa e Medio Oriente. Una missione atta a segnalare, se non un cambiamento di rotta, almeno un tono diverso nella politica estera di «Bush-2». Non bastasse, la Rice in quei giorni avrebbe dovuto cominciare a muoversi in quel gigantesco universo burocratico che è divenato il dipartimento di Stato con i suoi uffici sparsi per il mondo. E naturalmente aggiornarsi sui report d’area come quelli della Corea del Nord, Iran, Siria e molti altri ancora.
A latere di questa situazione a dir poco impegnativa, si svolgeva l’incontro con una delegazione dell’ambasciata statunitense di Kathmandu: il Re Gyanendra, il primo febbraio, aveva posto in essere una specie di golpe contro il governo di Sher Bahadur Deuba, nominato da lui stesso l’anno prima. Politici, giornalisti ed attivisti di diritti umani erano stati arrestati, rinchiusi in casa o costretti alla fuga. Telefoni fissi, cellulari e accesso ad internet interrotti. Ecco perché Natwar Singh, il suo corrispondente indiano, chiedeva insistentemente un colloquio.
Nel frattempo l’Economist usciva con la notizia che Gyanendra aveva nominato un governo composto da elementi eterogenei a lui legati da rapporti personali. Tra questi, il nuovo ministro delle Comunicazioni Tanka Dhakal, pronto a dichiarare: «la stampa deve essere disciplinata». Conseguenza immediata di ciò il divieto di cronaca politica e di ogni critica rivolta alle forze armate, tanto da indurre un giornalista del Times of India a pargonare questa situazione all’Emergency di Indira Ghandi nell’India di trent’anni fa. Nel pieno di questo stato di crisi, facevano eco le parole del re che affermava di voler restaurare la democrazia in tre anni. Le critiche di Gyanendra contro il governo «uscente» erano due. La prima, di non essere riuscito a preparare le elezioni previste entro l’aprile di quest’anno. La seconda, di non aver ripreso i negoziati con i ribelli maoisti protagonisti di un conflitto che, dal 1996 ad oggi, ha provocato 11mila morti. In realtà, il problema è l’incompetenza e la corruzione di una successione di governi nepalesi incapaci di controllare il Paese al di fuori della capitale. Inoltre, Gyanendra, a suo tempo salito sul trono dopo il bizzarro assassinio di suo fratello, il re Birendra, per mano del figlio, non è mai stato popolare.
L’azione del re, dunque, anziché risolvere i problemi ha provocato un’affaire internazionale. Una riunione della South asian association for regional cooperation, è stata posticipata per evitare che Manmohan Singh, Primo ministro indiano, si trovasse a dover stringere la mano al suo nuovo corrispondente nepalese. Stati Uniti, Regno Unito ed India - principali benfattori del Nepal - hanno tagliato gli aiuti militari. E sempre Usa e Regno Unito, insieme alla Francia, hanno ritirato i loro ambasciatori da Kathmandu. Il turismo - componente fondamentale dell’economia Nepalese - è diminuito nel solo mese di febbraio del 43 per cento. In Nepal il leader maoista Pushp Kamal Dahal, detto Prachanda o «il feroce», ha definito la repressione come «l’ultimo spasmo di un’autocrazia feudale» e ha organizzato un blocco stradale con fossati, veicoli incendiati e mine. Un cosidetto bandh durato due settimane - tempo sufficiente per rendere difficile la vita ai locali e sottolineare chi comanda in nelle campagne - ma non abbastanza lungo per alienargli tutto il popolo. In questo scopo, a riuscire è stato Gyanendra.
Secondo quanto dichirato al Washington Post da Sushil Pyakurel della Commissione nepalese per i diritti umani, la repressione potrebbe indurli a sostenere i maoisti o almeno ad ignorare le loro azioni brutali. Le sanzioni internazionali, inoltre, rendono assai improbabile che l’Esercito reale del Nepal riesca a sconfiggere l’insurrezione maoista. Diciamolo: grazie al suo re, il Nepal è veramente precipitato nel caos. «Re Gyanendra ha fatto male i suoi calcoli», si legge sul Times of India.
Ma detto questo, a parte la naturale preoccupazione per la democrazia dovunque essa sia in pericolo, per quale ragione la Rice avrebbe dovuto interrompere il suo lavoro per occuparsi di un piccolo Paese sul tetto del mondo? Natwar Singh lo ha chiarito senza esitazioni, precisando che l’India teme un successo maoista in Nepal in grado di incoraggiare i suoi uomini, i cosidetti naxalite, sul proprio territorio. Il caos che ne deriverebbe potrebbe favorire i trafficanti di droga, armi e persone. L’elemento più importante è che l’India, afflitta dalla piaga del terrorismo, vuole evitare la degenerazione della situazione perché essa potrebbe far diventare il Nepal una base ideale per molti gruppi terroristici.
Ecco perché Stati Uniti, Regno Unito e tutto l’Occidente hanno interessi in comune con l’India. Per carità, né i maoisti del Nepal né quelli indiani hanno molto in comune con Al Qaeda o con i terroristi islamici che affliggono l’India. Ma i terroristi, pur appartenendo ai gruppi più disparati, formano facilmente reti di mutuo soccorso. E il Nepal è separato dal Bangladesh - sempre piu islamista e rifugio per tali gruppi - da soli pochi chilometri. In breve, tutti abbiamo un interesse nell’assicurare che l’incompetenza di un re himalaiano non conduca alla creazione di un altro Afghanistan.
La soluzione non è a portata di mano e la situazione politica in Sud Asia è complicata quanto quella Mediorientale. Inoltre, gli Usa sono fortemente impegnati altrove. Ecco perché si rende necessaria una cooperazione con l’India, un grande Paese democratico e il suo vicino di casa, il Nepal. Basta un’occhiata superficiale al mappamondo per far comprendere agli esperti di strategia che la cooperazione con l’India è fondamentale per le nostre relazioni in Sud Asia e per la lotta contro il terrorismo. Questo non significa che l’India diventerà un alleato degli Stati Uniti. I suoi interessi non sempre convergono con quelli di Washington, basti pensare all’Iran e al Myanmar. Ma su alcune issue come il terrorismo, l’Asia centrale, la non-proliferazione e la libertà dei mari tra il Golfo Persico e lo Stretto di Malacca, una convergenza di intenti c’è di sicuro.
La politica internazionale del dopo 11 settembre non sarà mai chiara quanto quella della Guerra fredda. Nel suo primo mandato presidenziale Bush ha gettato le basi di questa nuova era anti-terrorismo. Adesso dovrà perfezionarla e renderla effettiva. Per avere successo dovrà rafforzare le alleanze tradizionali e costruire una rete di nuovi amici. L’India è uno dei piu importanti. Ci auguriamo che le consultazioni tra Washington e New Delhi sul Nepal contribusicano a questo scopo.
 

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