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Europa/ Il paradosso dell'Alleanza atlantica |
RISK di Giovanni Gasparini risk n.6 - Febbraio - Maggio 2005
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I diversi tentativi di rilancio del rapporto transatlantico, ben rappresentati dalle numerose visite in Europa dei massimi livelli della neo-insediata amministrazione G. W. Bush II, se da un lato stanno contribuendo alla definizione di obiettivi comuni, dall’altro hanno messo in evidenza il problema posto dalla progressiva assunzione di responsabilità globali da parte europea. La questione si sposa con la ripresa del dibattito sulla riforma della Nato, il cui tentativo di sopravvivere ai mutamenti esterni tramite l’adozione di nuovi concetti strategici non sembra sufficiente, tanto da spingere diversi responsabili politici europei a considerare una radicale modifica del suo assetto istituzionale a favore di un maggior coinvolgimento dell’Ue, mentre da parte americana acquisiscono sempre più peso le voci di chi desidera marginalizzare l’Alleanza atlantica sino all’estinzione, o al più lasciarla in vita per svolgere una funzione di contraltare alle autonome iniziative europee. Qual è (o potrebbe essere) il valore aggiunto dell’Unione Europea in questo processo? Difficile rispondere, in modo certo, data la situazione paradossale in cui si trova l’Ue. Di fronte ai limiti dell’azione degli Stati nazionali, lo sviluppo di una dimensione comune di sicurezza e difesa si mostra sempre più necessaria, pena la perdita progressiva di rilevanza a livello mondiale. Tale visione viene genericamente supportata dai cittadini dell’Ue, che, quantomeno nei sondaggi, si dimostrano più favorevoli al processo di integrazione rispetto ai loro rappresentati politici. A questa crescente richiesta di Europa si oppongono però diverse forze; l’Ue infatti vive un momento di crisi di crescita, in cui il processo di allargamento, che ne ha incrementato la diversità interna, deve ancora essere normalizzato, mentre il dibattito sul nuovo Trattato-Costituzione giunge nel vivo del processo di ratifica nazionale. A ciò si accompagna l’essenza di personalità politiche di rilievo che rilancino l’idea di Europa, troppo spesso vista come un ostacolo ai vizi nazionali, piuttosto che come richiamo alla virtù. Eppure, nonostante le difficoltà esposte, vi sono già diversi casi in cui l’azione europea nell’arena internazionale ha mostrato la propria importanza. Ne sono esempio l’ingaggio diplomatico dell’Iran, finalizzato al contrasto alla proliferazione delle armi di distruzioni di massa, ma anche la questione della fine dell’embargo sugli armamenti alla Cina. Quest’ultimo caso in particolare ha nuovamente mostrato come l’attuale assenza di una regolamentazione comune europea nel settore della difesa e la conseguente prevalenza delle legislazioni nazionali in un settore tanto importante, finiscano per impattare negativamente sull’azione esterna europea nel suo complesso. I responsabili nazionali e coloro che operano a Bruxelles hanno ora un compito difficile, ma essenziale: dimostrare, non solo a parole, alle loro controparti americane che la crescita di una Ue forte, capace di svolgere ancora quel ruolo di stabilizzazione che l’ha caratterizzata sinora, non è solo una necessità interna: è ultimamente anche nell’interesse della sicurezza degli Stati Uniti.
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