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La bussola del Brasile

RISK
di Ludovico Incisa di Camerana
risk n.6 - Febbraio - Maggio 2005

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Se in qualcosa si sono trovati d’accordo Stati Uniti ed Europa nel periodo iracheno del primo mandato di Bush junior è stato nel dimenticarsi dell’America Latina. Il Medio Oriente ha invaso di prepotenza con la guerra dell’Iraq il palcoscenico internazionale non lasciando posto ad altri attori. L’atteggiamento tutt’altro che solidale verso gli Stati Uniti, assunto dai due Paesi latinoamericani membri temporanei del Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite, il Messico e il Cile, non ha incoraggiato il duetto di punta dell’antiamericanismo europeo, il binomio franco-tedesco, a premere su Bruxelles per accelerare i negoziati con le organizzazioni regionali e subregionali latinoamericane e giungere, dopo un fiume di chiacchiere annose ormai inaridito, ad una partnership concreta.
Per l’Europa, l’America Latina non è, tuttora, «un’urgenza», seconda la realistica diagnosi di un autorevole esponente degli ambienti economici regionali, José Luís Machinea, ex ministro dell’Economia argentino, attualmente segretario esecutivo della Commissione economica per l’America Latina e i Caraibi. «L’Unione Europea - ha osservato Machinea in un’intervista a El País (6 marzo 2005) - si preoccupa della fame, dell’irruzione della Cina nell’economia e della propria espansione verso l’Est (l’Europa ex comunista) ». L’America Latina, invece, «non presenta problemi di fame pressanti, non ha il sex appeal della Cina, non è vicina (geograficamente) all’Unione Europea». Per ora, dunque, non è un’urgenza, ma avverte Machinea «se ce ne dimentichiamo potrebbe diventarlo».
Certamente il dialogo con l’Unione Europea non è stato facilitato dai modelli d’integrazione scelti dall’America Latina. Nonostante un decollo con appena quattro anni di differenza (il primo trattato di Roma che istituisce la Cee è seguito appena quattro anni dopo, nel 1961, dal trattato di Montevideo che crea l’Alalc l’Associazione latinoamericana di libero commercio). Ad allontanare le due esperienze ha indubbiamente contribuito la priorità accordata in America Latina alla liberalizzazione dei traffici, anziché all’allestimento di un impianto istituzionale, ispirato al principio della sopranazionalità e caratterizzato da un approccio organicamente e tecnicamente sempre più articolato, come è accaduto in Europa. L’insufficienza dei collegamenti tra i diversi Stati nazionali ha rallentato il processo d’integrazione del continente latinoamericano: l’Alalc si è trasformata in Aladi (Associazione latino americana per lo sviluppo e l’integrazione), un’entità che si limita a incoraggiare accordi subregionali, multilaterali o bilaterali. Peraltro in una prima fase diversi Paesi latinoamericani, invece di preoccuparsi dell’integrazione regionale, hanno scommesso - per risolvere il problema del proprio sviluppo - sull’evoluzione del rapporto intercontinentale Nord-Sud, e quindi sull’adesione al Movimento dei non allineati nonché su un’intensa partecipazione alle agenzie specializzate delle Nazioni unite. Venne adottata, insomma, una strategia ispirata al terzomondismo, cioè diretta a ritagliarsi tutti i vantaggi possibili che potevano derivare dalla Guerra fredda, dall’antagonismo tra i due blocchi.
La caduta del muro di Berlino metterà fuori corso uno schema politico, che non aveva comportato nessun vantaggio per l’America Latina, ma che comunque era ormai privo di supporto. Dopo la passeggiata nel Terzo mondo, l’America Latina da un lato rilancia il processo d’integrazione interno sempre a livello subregionale, con la Can (Comunità andina di nazioni), il Mercosud, il Sica, (Sistema integrato centro-americano), dall’altro si ritrova nel Primo mondo ossia nel mondo occidentale, da cui peraltro non si era mai allontanata seriamente. Un effetto significativo, in proposito, è costituito dall’uscita dal contesto geopolitico latinoamericano del Messico, che firma con gli Stati Uniti e il Canada l’accordo nordamericano di libero traffico (Nafta, secondo la versione inglese della sigla), un modello per l’integrazione emisferica, il progetto di Bush padre. Ma si tratta, all’epoca del secondo mandato di Bush junior, di un disegno ancora valido? La risposta a questa domanda si trova all’incrocio fra tre strategie: quella degli Stati Uniti, quella dell’Unione Europea e quella dei maggiori Paesi latinoamericani.
Ci sono tre cicli fondamentali nella politica latinoamericana degli Stati Uniti, dopo che con la vittoria nella Seconda guerra mondiale, hanno assunto la guida dell’Occidente. Il primo, avviato dalla firma nel 1948 dell’accordo che istituisce l’Organizzazione degli stati americani, completato dal trattato di Rio de Janeiro, la versione locale del Patto atlantico, inquadra i Paesi latinoamericani nella strategia del containment contro la minaccia sovietica. Non si prevede peraltro un sostegno economico analogo al Piano Marshall, sostegno che sopravverrà tardivamente nel 1961, dopo che una serie di errori ha spinto Cuba nel campo dell’Est. L’Alleanza per il progresso, lanciata nel clima generoso ed euforico della presidenza Kennedy, fallisce praticamente dati gli obbiettivi più sociali che economici che si proponeva e la priorità poi accordata dalla presidenza Johnson all’impegno nel Vietnam edalla crisi interna che ne deriva.
In un secondo ciclo con la presidenza Nixon subentra una politica di disimpegno, che verrà definita di benign neglect, mentre in America Latina prevalgono regimi militari con un forte contenuto tecnocratico e una certa vocazione di sviluppo, ma con una dura carica repressiva, che provocherà durante la presidenza Carter i primi interventi in favore del rispetto dei diritti umani e il ripudio delle tirannie più inveterate e brutali come quella in Nicaragua di Somoza, che sarà rovesciato da una ribellione vittoriosa.
Il terzo ciclo coincide con un periodo decisivo per il mondo occidentale: il presidente Reagan riesce a respingere l’ultima offensiva dell’Urss, ancora aggressiva ma incapace ormai di governare sé stessa. Nello stesso modo aperto Reagan affronta i focolai rivoluzionari centroamericani opponendo guerriglia a guerriglia, ma si lascia sottrarre la gestione della pacificazione dai governi locali appoggiati dalla Comunità europea. La poca importanza attribuita da Reagan all’America Latina traspare nel 1982 da una netta presa di posizione a favore dell’Inghilterra nella piccola guerra delle Malvine-Falklands, che vedrà schierarsi a favore dell’Argentina la maggioranza dei Paesi latinoamericani, democratici o meno. La stessa noncuranza emerge l’anno seguente nell’intervento armato nell’isola di Grenada contro un governo provvisorio, che aveva permesso l’insediamento di una base cubana. Nondimeno durante il doppio mandato di Reagan (1981-1989) lungo il decennio degli anni Ottanta, in America Latina i militari rientrano nelle caserme e si realizza il ripristino generale del potere civile.
Con la fine della guerra fredda Bush senior, successore di Reagan, proporrà il 27 giugno 1990 l’Enterprise of the Americas Initiative, un progetto basato sulla creazione a livello emisferico di una zona di libero scambio, aperta anche a partecipazioni esterne. Ripreso dal presidente Clinton sotto la forma di Area di libero commercio delle Americhe (Alca nella versione spagnola, Ftaa nella versione inglese) affronterà diverse peripezie incontrando un deciso ostruzionismo da parte della maggiore potenza latinoamericana, il Brasile, che punta invece sulla previa costituzione di un’area di libero scambio dell’America meridionale. Il Brasile, ossia, preconizza l’estensione del Mercosud, che include Brasile, Argentina, Paraguay, Uruguay (più l’associazione del Cile e della Bolivia), ai Paesi andini. In tal modo presentandosi unita, l’America meridionale potrebbe ottenere condizioni migliori nel negoziato con gli Stati Uniti, che intanto procedono bilateralmente con il Messico: il Nafta entra in vigore il primo gennaio 1994.
Queste schermaglie e la dichiarazione di guerra del terrorismo l’11 settembre 2001 con l’attacco alle Torri gemelle hanno ovviamente posto in secondo piano i rapporti tra Stati Uniti e America Latina. Esempi tipici di un distacco degli Stati Uniti dai problemi della maggioranza dei Paesi latino americani sono offerti sul piano finanziario dalla severa applicazione ai loro governi, direttamente o per mezzo del Fondo monetario, di regole ferree nella gestione del debito estero e dello stesso modo di governare interno, con una scarsa sensibilità per le riforme sociali. Non si è tenuto conto dei contraccolpi della globalizzazione: solamente il Messico viene salvato nel 1995 da una gravissima crisi finanziaria. Scarso è stato l’appoggio accordato al Brasile nel gennaio 1999 in una crisi di grado inferiore, ma tale da rallentare lo sviluppo locale. Incomprensibile la passività dimostrata di fronte alla crisi argentina del 2002, crisi che ha comportato uno sconvolgimento politico grave ed effetti profondi anche nei Paesi vicini, favorendo uno spostamento a sinistra del quadro politico locale.
Ma anche all’inizio del nuovo millennio la politica estera dei Paesi latinoamericani continua a definirsi in modo positivo o in modo negativo nelle relazioni con gli Stati Uniti e solo in uno stato di aspettativa decrescente rispetto all’Europa.
Un pregiudizio complica la politica europea verso l’America Latina. A Bruxelles si è sempre ritenuto che prima o poi il successo del proprio sviluppo istituzionale avrebbe indotto i Paesi latinoamericani ad imitarlo. Non si è preso atto dell’inesistenza in America Latina dei tre elementi costitutivi della Comunità europea: l’omogeneità democratica, la rimozione delle rivalità preesistenti, l’esistenza di poli propulsivi comuni (la valle del Reno, il sistema subalpino). Solo a partire dalla seconda metà degli anni Ottanta del secolo scorso questi tre elementi cominciano ad emergere nell’America Latina. Ed è proprio in questo periodo che l’Europa sembra sul punto di diventare un riferimento fisso e fondamentale per l’America Latina.
Accade che di fronte alla guerriglia che imperversa nel Salvador e alla controguerriglia (i contra) alimentata dagli Stati Uniti contro il governo sandinista e procubano in Nicaragua, di fronte ai fermenti rivoluzionari latenti negli altri Paesi dell’area, di fronte alle rivalità storiche esistenti tra un Paese e l’altro, per nulla spente (nel 1969 una partita di calcio causa un breve conflitto tra Salvador e Honduras), e di fronte al rischio di una guerra regionale nel Centro America, quattro Paesi adiacenti (Messico, Venezuela, Colombia, Panama), riuniti nel cosiddetto Gruppo di Contadora, più tardi affiancati da un gruppo di appoggio formato da Brasile, Argentina, Perù, Uruguay, prendono l’iniziativa di un negoziato di pace e ottengono nella loro opera di mediazione il sostegno della Comunità Europea. In effetti il 28 e il 29 settembre 1984 si incontrano a San José di Costa Rica i ministri degli esteri dei Paesi della Comunità europea con i colleghi del Gruppo di Contadora: si avvia così un dialogo che l’anno dopo, in una seconda riunione a Lussemburgo, si conclude con una risoluzione comune che propone una soluzione pacifica basata sul rafforzamento del modello democratico rappresentativo e condanna, con una poco nascosta allusione all’interferenza degli Stati Uniti, ogni intervento esterno negli affari interni dei singoli Stati.
Con tale documento si mandano in soffitta la dottrina Monroe, che escludeva un’interferenza europea nei rapporti emisferici, e il «corollario Roosevelt» con il quale nel 1904 l’allora presidente americano avocava agli Stati Uniti l’esercizio di un diritto di polizia nell’emisfero occidentale. Il Ministro degli esteri della Colombia sintetizzerà così questo evento storico: «Le riunioni di San José e Lussemburgo segnalano la decadenza della dottrina Monroe, intesa come affermazione dell’isolamento del continente americano e della sua sottomissione alle decisioni di una sola potenza». Quella che un esperto americano Abraham Lowenthal definisce la egemonic presumption degli Stati Uniti nelle Americhe rischia di disfarsi e un altro esperto americano, Gaddis Smith, dedicherà successivamente un saggio storico agli ultimi anni della dottrina Monroe.
È un momento di grazia per la Comunità europea a cui si dischiude la possibilità di esercitare una positiva influenza sul futuro dell’America Latina. In effetti il dialogo si estenderà al Gruppo di sostegno che, ulteriormente allargato, diventerà uno strumento di collegamento con i Paesi dell’America meridionale. Tuttavia il risultato positivo ottenuto anche a vantaggio degli Stati Uniti evitando la trasformazione del Nicaragua in un’altra Cuba e promuovendo il ritorno dell’intera America centrale nell’ambito della legalità democratica, non sarà la base di un collegamento più stretto tra Europa e America Latina. Il dialogo si disperderà in accordi bilaterali sia della Comunità nel suo insieme sia dei singoli Paesi europei con determinati Paesi latinoamericani. Un rilievo internazionale avrà semmai il trattato, che istituiva una relazione associativa tra l’Italia e l’Argentina (firmato a Roma il 9 dicembre 1987) perché includerà per primo la «clausola democratica»: si subordinava la validità dell’accordo al mantenimento delle istituzioni democratiche. Tale clausola verrà inserita in tutti i successivi accordi della Comunità europea con i singoli Paesi latinoamericani, i cosiddetti accordi di terza generazione.
L’approccio euro-latinoamericano, incanalato in riunioni a ritmo sempre più lento e rarefatto, verrà rianimato solo formalmente da riunioni periodiche al massimo livello, capi di Stato e di governo, a partire dal vertice euro-latinoamericano di Rio nel 1999, seguito dai vertici di Madrid (2002) e di Guadalajara (2004). Ma non vi saranno svolte programmatiche decisive. Anche il trattato di Madrid (1995) che prevedeva la costituzione tre l’Ue e il Mercosud di una zona di libero scambio a dieci anni dalla firma sarà soggetto nei negoziati per l’applicazione a continui rinvii.
La progressiva disattenzione dell’Europa comunitaria verrà accentuata dalla difesa ad oltranza da parte della Francia dei propri interessi - e di quelli delle sue ex colonie - in campo agricolo nonché dalla priorità data al ricupero della gemella ex comunista dalla Germania, già impegnata al primo posto nelle relazioni commerciali e industriali dei Paesi europei con i maggiori Paesi dell’America meridionale. Si è così lasciato spazio a iniziative unilaterali come i vertici annuali iberoamericani promossi dalla Spagna e dal Portogallo, in via indipendente dell’Unione Europea, nel quadro di un vigoroso, esclusivo, quasi imperiale, rilancio. Una negligenza benigna nelle intenzioni ma maligna nei risultati, pienamente condivisa da Stati Uniti ed Europa, ha sciupato l’occasione offerta da una restaurazione democratica latinoamericana che come fenomeno non trova paragoni né nel tanto decantato mondo asiatico, né nel mondo arabo, né nella povera, stremata Africa.
Gli anni della restaurazione, il decennio degli Ottanta, segnano il ritorno alla legalità democratica nel 1983 dell’Argentina, nel 1985 del Brasile, nel 1989 del Paraguay con la deposizione, dopo trentaquattro anni di dittatura del generale Stroessner, del Cile con la sconfitta elettorale del generale Pinochet e l’elezione del candidato dell’opposizione Patricio Aylwin, e culminano l’anno seguente con l’analoga disfatta in Nicaragua del movimento rivoluzionario sandinista. Nonostante la democratizzazione lo stesso decennio passerà alla storia come la decada perdida, perduta, perché si è presentato alle rinnovate democrazie il conto di un debito estero creato dal credito facile, concesso nel decennio precedente dal sistema bancario internazionale grazie ai petrodollari degli sceicchi.
Il decennio seguente, gli anni Novanta, ha visto la trionfale imposizione del consenso di Washington sound money, free markets e il suo fragoroso fallimento: l’eccesso delle importazioni ha falcidiato il parco industriale di diversi Paesi, le privatizzazioni dei servizi pubblici non hanno provocato un flusso di investimenti per la modernizzazione degli impianti. Un capitale volante ha approfittato degli alti saggi d’interessi esistenti nell’America Latina per operazioni speculative.
I primi anni del Duemila hanno mutato profondamente il panorama politico interno. In situazioni di crisi non sono emerse come in altri tempi soluzioni autoritarie militari, ma si è accelerata la crisi dei partiti governativi tradizionali, incapaci di attuare un’equa ridistribuzione dei redditi. Non ci si è resi conto della maturazione di fenomeni di per sé non negativi, ma tali da provocare un ripensamento dei nostri abituali criteri di valutazione. Questi fenomeni sul piano interno sono costituti dalla comparsa di modelli politici populisti, in regola sotto il profilo della legittimità elettorale ma imprevedibili nell’impostazione sia del modo di opporsi ai governanti esistenti, sia del modo di governare una volta conquistato correttamente il potere. In alcuni di questi modelli hanno tuttora un ruolo fondamentale leader di estrazione militare, che peraltro non sono espressione degli alti comandi bensì di quell’ufficialità intermedia che ha il comando diretto delle truppa. È il caso di due presidenti, Chávez del Venezuela e Gutiérrez dell’Ecuador, falliti nel tentativo di prendere militarmente il potere, vittoriosi quando hanno scelto la via elettorale.
Il populismo non è un movimento nuovo nell’America Latina ed è sempre stato alimentato da un fenomeno storico: l’emarginazione di settori sociali o etnici minoritari, che a causa di un’esplosione demografica senza parallelo nelle altre parti del mondo occidentale sono diventati maggioranze. Negli anni tra i Trenta e i Cinquanta del secolo scorso personaggi come Perón in Argentina e Vargas riescono, a ridurre la preponderanza delle oligarchie tradizionali, che non hanno accettato fino a non molti anni fa il principio del suffragio universale, e ad offrire alle masse popolari un senso di partecipazione almeno parziale, ma non definitivo.
D’altra parte occorre tener presente in via generale che se lo sviluppo economico è stato accompagnato in Paesi come l’Italia e successivamente la Spagna da un corrispondente costante miglioramento dei livelli retributivi e quindi del tenore di vita, non si è verificato altrettanto nei Paesi latinoamericani compresi quelli più industrializzati. Assumendo come parametro la teoria degli stadi di sviluppo, esposta da Walt W. Rostow, in un celebre saggio pubblicato nel 1960, le tre potenze industriali latinoamericane, il Brasile, il Messico, l’Argentina, hanno realizzato le diverse fasi dello sviluppo, dal decollo alla crescita autosostenuta (self-sustained growth), ma non hanno raggiunto lo stadio finale: la società dei consumi di massa. A tale traguardo sono arrivate alcune regioni di tali Paesi ma non l’insieme e anche nelle regioni più avanzate, i redditi dello sviluppo sono accaparrati dall’alta e dalla media borghesia imprenditoriale e tecnica.
La reazione delle maggioranze emarginate, escluse dalla società dei consumi, ma mobilitate dalle possibilità esistenziali diffuse dai mass media, trova due sbocchi: l’emigrazione o il populismo. Sotto il primo profilo l’America Latina, per secoli meta dell’emigrazione europea, è divenuta zona d’emigrazione, pur contenendo a livello interno poli d’attrazione per la manodopera dei Paesi vicini: è il caso delle migrazioni verso l’Argentina dal Cile e dai Paesi andini in genere, dalla Colombia verso il Venezuela. Ma la maggioranza degli emigranti, soprattutto dal Messico e dal Centro America si dirige verso gli Stati Uniti, meta altresì di un’emigrazione più selezionata proveniente dal Brasile e dall’Argentina. Più recentemente anche l’Italia e la Spagna sono entrati nelle mire degli emigranti latinoamericani. Il quadro populista latinoamericano non include soltanto i Paesi come il Venezuela e l’Ecuador che hanno leader provenienti dall’esercito e appoggiati dall’esercito anche se regolarmente eletti. Si parla di populismo a proposito della presidenza di Luiz Inacio Lula da Silva, in Brasile, di Nestor Kirchner in Argentina, di Tabaré Vázquez in Uruguay. Peraltro le possibilità del populismo dipendono dalle risorse disponibili sul piano nazionale. Avvantaggiato è un Paese petrolifero come il Venezuela, maggiori difficoltà troverebbero i Paesi andini in alcuni dei quali una risorsa occulta, la droga, ha un peso troppo pericoloso.
Il populismo scoraggia gli Stati Uniti divisi fra la tendenza del lasciar fare e l’interventismo, tra la politica del big stick del primo Roosevelt (Theodore) e la politica di buon vicinato del secondo Roosevelt (Franklin). Bush padre non ha esitato, prima di impartire una lezione a Sadam Hussein, a impugnare il grosso bastone in un’incursione militare per catturare l’uomo forte del Panama, il militare Noriega, accusato di compiacenza verso il narcotraffico. Si è trattato di una piccola guerra di breve durata (20 dicembre 1989 - 3 gennaio 1990), che avrebbe potuto aprire un nuovo fronte internazionale, la drug war. La spedizione contro Noriega, peraltro, rimarrà un caso a sé stante. La precedenza nel decennio dei Novanta passerà a teatri di guerra regionali nei quali l’America Latina avrà una partecipazione secondaria.
Ma non saranno soltanto le guerre balcaniche, la guerra del terrore, la seconda guerra dell’Irak a indurre Bush nel suo primo mandato a gestire senza slancio i rapporti con l’America Latina. Un risultato è stato raggiunto: l’associazione con il Messico realizza pienamente un progetto strategico che ha dominato l’espansionismo continentale degli Stati Uniti, il manifest destiny. Le pretese emisferiche, già preannunciate nella denominazione del Paese (Stati Uniti d’America e non del Nord America) soddisfatte con la guerra contro l’unico possibile rivale, il Messico, costretto a cedere con il trattato di Guadalupe Hidalgo (1848) l’intera parte settentrionale del suo territorio, sono completate un secolo e mezzo dopo, sul piano geoeconomico, con l’incorporazione dell’intero Messico e del Canada in una comunità, che non ha ancora lineamenti istituzionali, ma che non mancherà, prima o poi, di averli. Ma i risultati hanno due facce: gli Stati Uniti riuniscono il Messico al proprio sistema economico, ma nel contempo i messicani rioccupano etnicamente in fitta schiera il territorio perduto.
Uomo dalla Nuova Inghilterra, autentico wasp, «bianco, anglo-sassone, protestante», appartenente a una famiglia patrizia della vecchia America, ma non l’America sedentaria, piuttosto quell’America che cerca e sceglie sempre nuove frontiere, Bush mostra di non condividere affatto la tesi del profeta dello scontro delle civiltà. Samuel Huntington, che, nella sua ultima opera Who we are, ammonisce contro il pericolo che una presenza messicana, rappresentata negli Stati Uniti già da 23 milioni di individui, scalfisca lo zoccolo duro anglo-protestante del Paese, in realtà già logorato dall’immigrazione di decine di milioni di cattolici tedeschi, di irlandesi, di italiani, di greci e levantini, che hanno contribuito ad arricchire gli Stati Uniti. Lo stesso Huntington ammette come l’immigrazione cubana abbia fatto di Miami, un tempo poco più di un rifugio per pensionati attirati da un clima benevolo, la capitale finanziaria dell’America Latina. D’altronde il mondo latinoamericano fa parte della civiltà occidentale e a differenza dell’emigrazione che oggi affluisce dal Terzo mondo verso l’Europa, l’emigrazione che si dirige verso gli Stati Uniti continua ad essere selezionata ed autoselezionata. Comunque il suo trattamento, nella concezione di Bush, dovrebbe ispirarsi anche verso gli illegali, a criteri più morbidi.
In realtà il conservatore Bush sta realizzando una mobilitazione di tutte le risorse umane presenti negli Stati Uniti, dall’elemento afro-americano, che occupa la segreteria di Stato nel primo mandato con Powell, nel secondo con la Rice, agli hispanos o latinos, che anch’essi hanno al governo un proprio rappresentante. D’altra parte egli è consapevole che la realizzazione della zona di libero scambio delle Americhe comporterà inevitabilmente nuovi flussi migratori dal Sud verso Nord
In ogni modo un maggiore interesse verso l’America Latina è documentato dalla presentazione da parte della Casa Bianca dell’Agenda per le Americhe 2005, uno studio elaborato sotto la direzione dell’ex presidente del Brasile Fernando Henrique Cardoso e dell’ex segretaria del Commercio americano, Carla Hills, a suo tempo negoziatrice del Nafta. Il testo spiega le ragioni dell’ondata populista, ma invita Bush ad avvicinarsi ai leader latinoamericani più moderati per indurre anche il venezuelano Chávez a promuovere la riconciliazione con l’opposizione. Si consiglia altresì una politica che coinvolga Cuba in modo da non isolarla. E si rammenta, in via generale, che quasi tutti i Paesi dell’area non sono soddisfati dei propri rapporti con gli Stati Uniti: a Washington si dovrebbe tener inoltre presente che il subcontinente assorbe il 20 per cento delle esportazioni americane (150 miliardi all’ anno) e che «il suo potenziale di crescita è enorme».
L’agenda sollecita l’attenzione verso due potenze latino americane, il Messico e il Brasile, due Paesi fondamentali per la stabilità e la crescita dell’America Latina. Ma insiste specialmente sull’importanza del Brasile e quindi sui rapporti tra Brasile e Stati Uniti, rapporti che meritano un esame a parte.
Bush non manca mai di ricevere volentieri Lula, benché il presidente brasiliano si sia dichiarato contro l’intervento in Iraq, benché intrattenga cordiali rapporti con Chávez e Castro, benché il Brasile metta quasi regolarmente il bastone tra le ruote degli Stati Uniti nelle riunioni multilaterali, dall’Organizzazione mondiale del commercio al negoziato per l’area di libero scambio delle Americhe, benché il Brasile protesti continuamente contro il protezionismo nordamericano. Bush si è comportato con i guanti nel primo mandato e si comporta con eguale cordialità nel secondo perché a tutti gli abitanti della Casa Bianca viene ricordata una frase «Dove va il Brasile, andrà l’America Latina».
Questa frase pronunciata dal presidente Nixon in un incontro con il collega brasiliano dell’epoca, generale Medici, è rimasta famosa, ma soprattutto la dottrina strategica americana l’ha sempre tenuta presente, riconfermandola in molte occasioni, considerando il Brasile uno Stato chiave, un pivotal State sul piano politico, e sul piano economico un regional economic driver, uno Stato guida, una locomotiva regionale capace di influire sullo sviluppo dell’intera America meridionale. Inoltre mentre il Messico, anch’esso Stato chiave, è legato sempre nel rapporto con gli Stati Uniti al contesto bilaterale, il Brasile mira a muoversi in un contesto multilaterale assumendo un ruolo rappresentativo anche al di fuori della sua cerchia regionale, come dimostra la sua presenza militare ad Haiti. Per questo in un rapporto della Cia sull’antiamericanismo si afferma «L’esito o il fallimento del Brasile nel trovare un modello equilibrato tra la crescita e lo sviluppo sociale avrà un impatto enorme sul progresso e la stabilità politica di tutta la regione nei prossimi 15 anni». L’indicazione dell’Agenda per le Americhe è concisa: «ciò che più conviene agli Stati Uniti è il successo, non il fallimento del Brasile».
Tutto ciò non significa che da parte di Bush s’intenda dare al Brasile una sorta di delega nelle relazioni con l’America Latina. Tra l’altro è dubbio che Lula la accetti: il Brasile figura tra le «potenze del futuro», un gruppo che include la Cina, l’India, la Russia, il Sud Africa e l’Indonesia. I suoi interessi tendono ad essere interregionali: si guarda con attenzione verso l’altra riva dell’Atlantico, la riva africana, da cui provengono molti brasiliani, alle ex colonie portoghesi, ancora in fase di assestamento, come una possibile sfera d’influenza in nome della «latinità». In questo quadro si spiega la candidatura del Brasile come membro permanente del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, una candidatura che implicherà una scelta decisa di Bush.
Un nuovo attore è entrato nell’America Latina e Bush deve tenerne conto. L’influenza dell’Urss a suo tempo era stata puramente politica: Mosca mirava ad alimentare tutti i possibile grattacapi per la dominazione statunitense, ma senza esagerare dopo lo scacco subito nel 1962 nel tentativo di stabilire una base missilistica a Cuba.
La Cina non ricalca la strategia sovietica, si presenta come una superpotenza finanziaria e commerciale, come uno Stato cliente, aiutando con massicce importazioni di soia la bilancia commerciale della Brasile e dell’Argentina, e come uno Stato investitore, sostenendo la Cuba di Castro più in vista di futuri vantaggi che per un’inesistente affinità ideologica tra il socialcapitalismo cinese e l’austerità egalitaria cubana. Ma nell’America Latina è già comparso il fantasma minaccioso del dumping sociale con i primi sintomi di crisi nell’industria manifatturiera messicana e brasiliana e nel caso del Messico anche con tendenze di delocalizzazione (si sono trasferite in Cina dove gli operai riscuotono un salario equivalente ad un terzo di quello messicano numerose imprese impegnate nell’assemblaggio di pezzi prodotti negli Stati Uniti).
In ogni caso l’irruzione della Cina in quello che a Washington si considera il cortile di casa presenterà a Bush una sfida ben più energica di quella di un’Unione Europea, senza idee e senza programmi per i suoi cugini d’oltreoceano.


 

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