archivio_libri

 


vai

 

 

 Archivio libri


terzopolo

 

 


 Todi

maggio_home_page

vai

 

 

 Venezia

novembre_home_page
Colloqui di Venezia 2008

vai

 

 

 

 

vai

foto1

foto1

Read More

foto2

foto2

Read More

foto3

foto3

Read More

foto4

foto4

Read More

foto5

foto5

Read More

foto6

foto6

Read More

foto7

foto7

Read More

foto8

foto8

Read More

Ipotesi sul futuro del dollaro

RISK
di Paolo Savona
risk n.6 - Febbraio - Maggio 2005

Torna al sommario
risk6
Gli operatori economici non americani si domandano se il dollaro resterà debole continuando a creare problemi alle loro esportazioni. Gli europei, a loro volta, si interrogano se il dollaro debole è all’origine del basso saggio di sviluppo del loro Pil, dato che il modello di sviluppo del vecchio continente resta del tipo export-led, trainato dalle esportazioni. La risposta più ragionevole sembrerebbe che, sotto talune ipotesi, il dollaro potrebbe sia deprezzarsi ulteriormente, sia riapprezzarsi e, quindi, più che una previsione di come andrà in futuro la moneta statunitense è possibile fornire solo uno schema di ragionamento che ciascuno userà per fare le sue valutazioni.
Questo schema muove necessariamente dai modi di funzionamento del modello di sviluppo mondiale a seguito, sia delle politiche monetarie e fiscali americane orientate in direzione espansiva, sia dell’ingresso sul mercato globale di circa tre miliardi di consumatori potenziali e di un numero imprecisato, ma rilevante, di nuovi produttori. Siamo di fronte a un’eccessiva accondiscendenza della politica economica americana verso i twin deficit (deficit gemelli) della bilancia estera e del bilancio federale e a una più che duplicazione del numero di persone che partecipano all’attività economica del Pianeta, con conseguenze che non sono state ancora interamente valutate né per l’una, né per l’altra nuova condizione.
Il meccanismo economico del dopoguerra è restato lungamente centrato sulla «locomotiva americana» che, per funzionare, aveva bisogno di un disavanzo dei conti correnti con l’estero degli Stati Uniti, consentendo a questo Paese di vivere al di sopra delle proprie risorse attraverso un assorbimento di risparmio dal resto del mondo. Il nuovo meccanismo, quello che si è messo in moto a seguito dell’ingresso di un numero ingente di nuovi consumatori e produttori attratto dalle liberalizzazioni e dagli investimenti esteri, non richiede invece questo disavanzo, dato che presenta innata una spinta endogena sulla domanda interna, che tende a sostituire la necessità di stimoli esterni, quali appunto il deficit estero e quello di bilancio pubblico. Ciò rende anacronistica l’esistenza della locomotiva americana, anzi la sua presenza può divenire pericolosa se deve essere alimentata anche con disavanzi del bilancio pubblico che sottraggono risorse di risparmio (il cosiddetto crowding out) agli investimenti interni americani.
Prima dell’agosto 1971, quando era operante l’Accordo di Bretton Woods, il resto del mondo aveva la possibilità di controllare gli eccessi dei conti con l’estero americani, convertendo dollari in oro a prezzi fissi. Aveva in mano una leva, per controllare i rapporti di cambio delle proprie monete e tutelare i propri interessi. Da buon inglese, Keynes aveva previsto questa eventualità all’atto della negoziazione del Trattato monetario. Dopo quella data gli Stati Uniti hanno però deciso di liberarsi unilateralmente del vincolo monetario posto alla loro crescita, passando al regime di fluttuazione del valore esterno del dollaro, ce così costringendo così il resto del mondo a reagire in modo diverso dalle conversioni della moneta americana in oro a prezzi fissi. In regime di cambi flessibili, l’unico modo per proteggere il proprio cambio dall’«inondazione» di dollari, è quello di acquisirli a riserva ufficiale (o di cederli, ma gli effetti sono profondamente diversi) creando in contropartita base, monetaria interna che, se in eccesso ai bisogni del Paese, impone alle autorità azioni compensative di sterilizzazione dell’offerta monetaria. In breve, la politica monetaria del resto del mondo deve inseguire i «capricci» del dollaro, invece di essere esclusivamente orientata sui bisogni interni.
È quindi corretto, quanto affermato tempo addietro dal ministro del Tesoro americano Connally e ribadito recentemente da un altro ministro, Snow, secondo cui «il dollaro è la loro moneta, ma un problema del resto del mondo». Nel suo cinismo, questa precisazione ha il pregio di riconoscere che, comunque, il dollaro crea problemi al resto del mondo, trasferendo gli stessi dall’alveo della politica economica a quello della politica estera. La tesi, qui avanzata, sottolinea l’esistenza di questo trasferimento, per convincere gli Stati Uniti a sedersi al tavolo delle trattative e riconoscere che il problema degli altri Paesi, nascente dal dollaro fluttuante, è anche un loro problema. E può essere risolto solo attraverso un a accordo cooperativo tra Stati, non lasciato al mercato o a un impossibile governo da parte di ciascuno di essi. Se non lo facesse si potrebbero avere conseguenze gravi sul piano economico e politico internazionale.
Questa condizione di sudditanza monetaria internazionale al dollaro degli Stati Uniti, può essere contenuta praticando cambi flessibili, come ha deciso l’euroarea, ma pagando un prezzo in termini di saggio di crescita reale. Oppure può essere tollerata per il contributo che essa può dare, come avvenuto nel dopoguerra, allo sviluppo del resto del mondo. Sugli effetti della prima reazione non esistono dubbi, mentre sull’utilità dell’accettazione della locomotiva americana cominciano ad esservene. Infatti, il vecchio meccanismo di sviluppo può essere sostituito da uno nuovo, meno costoso e meno condizionante, come quello a spinta endogena che si sta realizzandova operando nei Paesi emergenti (Cina e India soprattutto). Insistendo nel fare operare il traino americano si determinerebbe una sovrapposizione di impulsi, con il rischio che, invece di contribuire allo sviluppo con una duplice spinta, si registri un effetto boomerang, attraverso il deprezzamento del dollaro e la caduta delle esportazioni mondiali non americane.
Per questo motivo la Cina pratica cambi fissi, che la storia dello sviluppo post bellico indica essere uno strumento importante di sviluppo delle esportazioni; in tal caso, però, gli squilibri si trasferiscono dal settore reale a quello monetario-valutario. Tale effetto non è limitato alla Cina, ma si estende a tutti i Paesi che praticano il regime di cambio fisso e al resto del mondo che opera nell’area del dollaro in regime di cambi flessibili. Perché sullo sviluppo di tutti incombe l’ombra della montagna crescente di dollari, ossia di una crisi di tale entità da essere stata definita una «Hiroshima valutaria».
Un effetto ancora più grave, sul buon funzionamento del mercato globale, derivante da una caduta del valore esterno del dollaro, è quello che riguarda la composizione qualitativa dell’attività tra settori produttivi. Infatti l’onere delle svalutazioni del dollaro grava , soprattutto, sui settori esposti alla concorrenza. Non solo risultano svantaggiati dal minore ricavo da prezzi espressi in dollari, a causa della rivalutazione della moneta nazionale conseguente alla svalutazione del dollaro, ma anche dal fatto che le rivalutazioni esercitano un calmieramento artificiale deil prezzi interni che grava esclusivamente su di loro. Le rivalutazioni del cambio poco preoccupano i settori non esposti alla concorrenza, essendo price maker (cioèè fanno il prezzo e non lo «patiscono» - price taker - come i settori esposti alla concorrenza).
In conclusione, un dollaro libero di riflettere le scelte interne americane, sintetizzate in un disavanzo estero eccezionalmente elevato (oggi raggiunge annualmente il 5% del Pil degli Stati Uniti) e in un disavanzo pubblico che sfiora un altro 5% del Pil, peggiora quantitativamente e qualitativamente le economie del resto del mondo, trainate dalle esportazioni. Tra queste vi è certamente l’euroarea nel suo insieme, che vede sia peggiorare il suo saggio di crescita e il suo livello di occupazione, sia avvantaggiare i settori non esposti alla concorrenza rispetto a quelli esposti. Questo risultato ha un impatto negativo diretto e indiretto sull’organizzazione sociale. Diretto, perché il minor saggio di sviluppo fornisce un minor gettito fiscale e minori risorse da destinare alla rete di protezione sociale dei cittadini. Indiretto, perché premia i settori protetti e scoraggia l’intrapresa competitiva. La società accentua perciò la sua vocazione parassitaria e riduce la spinta meritocratica.
Se la Cina passasse ai cambi flessibili e lasciasse «fare al mercato» o accettasse una rivalutazione del remimbi (o, se si preferisce chiamarlo così, lo yuan) decisa «a tavolino», il saggio di crescita del loro Pil si ridurrebbe, sommando problemi disoccupazionali a quelli non ancora risolti da questo Paese, in quanto si è affacciato solo adesso nello scenario dello sviluppo. Questa possibilità creerebbe sicuramente problemi nelle relazioni con gli Stati Uniti, in un’area dove le tensioni militari sono ancora forti e potrebbe avere conseguenze di politica estera imprevedibili. Un siffatto sbocco è per ora improbabile, anche perché attraverso restrizioni creditizie le autorità cinesi stanno cercando un soft landing (atterraggio morbido) del loro tasso di crescita e perchè, a causa della crescita sostenuta, il loro saggio dell’inflazione ha avuto un’impennata, rendendo meno teso il rapporto di cambio con il resto del mondo in termini di parità dei poteri d’acquisto (la cosiddetta purchasing power parity - ppp). Se l’inflazione, come probabile, continua, il cambio del remimbi potrebbe riequilibrarsi senza necessità di una rivalutazione.
Ne consegue che il mercato sta fornendo una sua propria risposta agli squilibri valutari creati dagli Stati Uniti e dalle stesse politiche di cambio del resto del mondo, ma non riesce a governare il conflitto tra il modello di sviluppo globale a spinta esogena (quella della locomotiva americana e, in parte, quella inglese e australiana, che si sono messe sullo stesso solco di assorbimento del risparmio estero per «vivere meglio») e quello a spinta endogena (lo sviluppo autopoietico dei Paesi emergenti). Non governa, tuttavia, gli effetti negativi potenziali sulla politica estera dell’Oceano pacifico. Non è, o non dovrebbe essere una novità che il mercato può operare per soddisfare l’uso razionale delle risorse disponibili e non per perseguire finalità politiche o sociali. L’esperienza del laissez-faire può dirsi logicamente ed empiricamente esaurita. Il capitalismo «di mercato» ha più bisogno di politica, meglio sarebbe dire geopolitica, di quanto non ne avesse bisogno prima che si affermasse il processo di globalizzazione.
Non si può escludere che, per un qualsiasi motivo, i dollari nelle riserve ufficiali cinesi vengano riversati sul mercato valutario mondiale per ottenere risultati politici esterni non altrimenti ottenibili o per recuperare un controllo interno nel caso in cui questo dovesse sfuggire di mano all’egemonia del Partito comunista. Non dimentichiamoci che già nella crisi petrolifera degli anni Settanta del secolo scorso l’Arabia Saudita affermò che le loro riserve in dollari erano monetary weapon, armi belliche sotto forma monetaria, in quanto, se riversate sul mercato, potevano mettere in seria difficoltà gli Stati Uniti o, attraverso le rivalutazioni delle loro monete, gli altri Paesi.
A questo punto possiamo ritornare al quesito originario: dove si collocherà il dollaro nel prevedibile futuro. Resterà al livello attuale, già così deprezzato, o, come alcuni sostengono, si indebolirà ulteriormente? Applicando le regole del modello di riferimento esposto e tenendo conto dei diversi fattori in azione, è possibile avanzare l’ipotesi che esso resterà debole, ossia orientato al ribasso, e, nella migliore delle ipotesi, resterà stabile nel breve periodo in attesa di osservare se le restrizioni monetarie di Greenspan e i programmi di rientro dal deficit pubblico di Bush calmiereranno i conti con l’estero americani. Se, in aggiunta, le autorità monetarie europee dovessero reagire in senso restrittivo operando dal lato dei tassi, l’effetto potrebbe essere di neutralizzare in parte gli effetti positivi derivanti dalle politiche decise al di là dell’Atlantico. Se infine, seguendo il più classico «effetto di assorbimento», il soft landing della domanda interna cinese si dovesse riflettere nella ricerca di mercati di sbocco delle loro produzioni interne, potrebbe aversi un aumento del surplus dei conti correnti con l’estero della Cina, con un accumulo di squilibri valutari o possibili cambiamenti nel regime di cambio del remimbi o, più semplicemente, nel suo valore di sostegno (pegging).
In ogni caso, ossia se il dollaro dovesse deprezzarsi o apprezzarsi, il disavanzo con l’estero degli Stati Uniti rimarrebbe elevato, dato che il suo livello e la sua crescita dipende dalla dinamica della domanda aggregata americana che nessun governo, sia esso repubblicano o democratico, si può permettere di ridurre oltre certi limiti. Il problema sollevato da questa condizione politica interna di continua crescita non può essere risolto con svalutazioni del dollaro, ma occorre che i cittadini americani prendano coscienza delle conseguenze di questa scelta nel più lungo andare. Si può continuare a far credere agli elettori americani, che restano insensibili al cambio del dollaro (in quanto è la moneta che esprime il valore interno e non esterno del loro reddito), che quanto finora fatto dal lato dei twin deficit corrisponda ai loro interessi, ma alla fine essi dovranno prendere atto che devono decurtare il loro potere di acquisto di un importo rapidamente crescente di oneri finanziari sul debito estero. Questo si va accumulando a ritmi pari a 1,8 miliardi di dollari al giorno, dimensione che, tenuto conto dello stock esistente, comporta un pagamento di interessi nel futuro pari al 3-5% del Pil.
A queste riflessioni vanno aggiunti gli effetti che la debolezza del dollaro esercita sui prezzi del petrolio. Anche se oggi domina l’effetto di domanda per l’ampliarsi dei consumi mondiali, non va trascurato che gli incassi petroliferi, in termini di potere di acquisto interno ai Paesi esportatori, hanno una contropartita inferiore rispetto al passato. Come è stato annunciato da alcuni Paesi esportatori, questa decurtazione può indurre: a) a diversificare le riserve ufficiali a favore dell’euro causando una rivalutazione più ampia della moneta europea e sovrapponendo effetti negativi a quelli creati direttamente dall’indebolimento del dollaro; b) a premere sui prezzi in dollari per recuperare il potere di acquisto interno. In entrambi i casi il saggio di sviluppo globale si ridurrebbe ulteriormente e l’inflazione da costi riprenderebbe vigore. Mentre tutti i Paesi scrutano con minore o maggiore intensità gli andamenti economici e valutari su base globale, nessuno ha ancora trasferito l’analisi dalle politiche economiche interne anche sulle politiche estere. Gli Stati Uniti appaiono insensibili a questo tipo di ampliamento del loro arco di scelte, né tanto meno lo sono i governanti europei, chiusi e impegnati nei loro discorsi di stabilità interna e di cooperazione infraeuropea. È assai probabile, invece, che i cinesi ci pensino, secondo il loro approccio consueto di lungo periodo; si potrebbero però trovare nella necessità di accorciare l’arco di tempo delle loro reazione agli squilibri valutari e reali.
Non sembra quindi che in materia di cambi e di effetti causati dai loro movimenti, il mondo mostri quella lungimiranza che la situazione richiede. È invece giunto il momento di passare dalla politica economica alla geopolitica economica e da questa alla pura e semplice considerazione geopolitica delle profonde modifiche intercorse nel modello di sviluppo globale riequilibrando la spinta americana, adattandola a quella proveniente dall’interno delle economie dei Paesi emergenti. La saggezza popolare insegna che non si può volere «la botte piena e la moglie ubriaca», ossia un mercato globale alimentato dagli investimenti diretti e uno alimentato dalla locomotiva americana. Si potrebbe anche rispondere: perché no? Se non fosse che, invece di vincere il migliore dei due modelli, vincerebbe quello azionato dal più forte e, se anche si accettasse questa soluzione, non vi fosse il pericolo che questa fosse una pura «vittoria di Pirro». Alla fine dovremmo pur sempre fare i conti, come li abbiamo fatti regolarmente e ripetutamente nei secoli passati, con un sistema monetario e valutario inadeguato ai bisogni dello sviluppo e della pace nel mondo.
 

web agency Done Communication